Un nuovo studio pubblicato su Nature Geoscience mostra che l’ossigenazione globale degli oceani non dipende soltanto dalla temperatura: un ruolo decisivo può arrivare dall’Oceano Australe e dalla quantità di ghiaccio marino attorno all’Antartide. I ricercatori hanno ricostruito l’ossigeno globale durante l’ultimo periodo interglaciale, tra circa 130.000 e 115.000 anni fa, quando il pianeta era più caldo di oggi.
Il risultato più interessante è che l’ossigeno degli oceani non è rimasto semplicemente basso perché il clima era caldo. All’inizio del periodo interglaciale è aumentato fino a livelli vicini a quelli moderni, poi è diminuito mentre il clima restava caldo. Questo suggerisce che la circolazione dell’Oceano Australe possa amplificare o attenuare la perdita di ossigeno.
Perché l’ossigeno negli oceani conta
L’ossigeno disciolto è essenziale per gran parte della vita marina e influenza anche i cicli di carbonio e nutrienti. Quando diminuisce, alcune aree possono diventare meno adatte a pesci e altri organismi, mentre cambiano i processi chimici che avvengono nella colonna d’acqua.
È noto che l’acqua più calda riesce a trattenere meno ossigeno. Ma lo studio indica che questo meccanismo, da solo, non basta a spiegare le grandi variazioni osservate nel passato.
Cosa hanno ricostruito i ricercatori
Il team guidato da Fang Qian ha analizzato isotopi del tallio conservati nei sedimenti marini del Mar Arabico e al largo della California meridionale. Il tallio registra indirettamente cambiamenti nelle condizioni redox dell’oceano attraverso il legame con i minerali di manganese.
Poiché due siti molto lontani hanno mostrato andamenti simili, gli autori interpretano il segnale come rappresentativo di variazioni globali e non soltanto locali.

Il ruolo del ghiaccio marino antartico
Quando il ghiaccio marino antartico si riduceva, la ventilazione dell’Oceano Australe diventava più efficiente: più acqua superficiale ricca di ossigeno riusciva a raggiungere gli strati profondi. In una fase successiva, con maggiore estensione del ghiaccio e ventilazione più debole, la quantità di ossigeno trasportata in profondità diminuiva.
Questo meccanismo lega quindi il ghiaccio antartico non soltanto all’albedo e al clima, ma anche al modo in cui il mare profondo viene rifornito di ossigeno.
Perché l’ultimo interglaciale è utile per capire il futuro
L’ultimo interglaciale viene spesso studiato perché rappresenta uno dei periodi più caldi degli ultimi 800.000 anni. Le temperature medie oceaniche erano fino a circa 1 grado Celsius superiori a quelle attuali e il livello del mare globale era diversi metri più alto.
Non è però un equivalente perfetto del futuro: distribuzione delle temperature, concentrazione dei gas serra e geometria delle calotte erano differenti. Lo studio va quindi usato per capire i meccanismi, non come previsione diretta di ciò che accadrà nei prossimi decenni.
Il collegamento con ciò che sta succedendo oggi in Antartide
Su Tech abbiamo già analizzato perché il ghiaccio marino ai poli resta un indicatore critico del clima e quanto l’Antartide possa contribuire al livello del mare entro il 2100.
Abbiamo inoltre raccontato i cambiamenti dell’Oceano Meridionale tra perdita di ghiaccio e aumento della salinità. Il nuovo studio aggiunge un’altra conseguenza potenziale: modificare la ventilazione del mare profondo può cambiare il bilancio dell’ossigeno su scala globale.
Lo studio non dice che gli oceani perderanno ossigeno in modo uniforme
Gli autori sottolineano che le variazioni dipendono da più fattori: temperatura, ghiaccio marino, circolazione profonda e ventilazione. Alcune regioni possono quindi reagire in modo molto diverso da altre.
La ricerca, pubblicata su Nature Geoscience, mostra soprattutto che per prevedere la deossigenazione futura non basta stimare quanto si scalderà l’acqua: bisogna capire anche come cambierà la circolazione dell’Oceano Australe.




Entra nella conversazione
Condividi il tuo punto di vista: non serve creare un account. I contributi restano soggetti alla moderazione editoriale.