Il ghiaccio marino artico ha raggiunto il minimo stagionale 2026 il 12 settembre, fermandosi a circa 4,60 milioni di chilometri quadrati. È il decimo valore più basso dell’intera serie satellitare, a pari merito con 2008, 2010 e 2025. Il dato non indica però una vera ripresa dell’Artico: gli ultimi vent’anni, dal 2007 al 2026, coincidono con i venti minimi più bassi osservati dall’inizio delle misure satellitari.

Quanto ghiaccio artico resta nel 2026
Secondo il National Snow and Ice Data Center, il minimo annuale è stato raggiunto il 12 settembre 2026 con un’estensione di 4,60 milioni di km². La misura è basata sulla copertura di ghiaccio osservata dai satelliti e viene calcolata usando una media su più giorni per ridurre l’effetto delle oscillazioni quotidiane.
Il valore è superiore al record negativo del 2012, quando il minimo scese a circa 3,39 milioni di km². Ma il confronto con un singolo anno estremo può essere fuorviante: il punto più importante è la posizione del 2026 dentro la serie storica complessiva.
Perché il decimo minimo più basso non significa che l’Artico stia recuperando
Un anno meno estremo del 2012 non basta per parlare di inversione di tendenza. NASA e NSIDC sottolineano che i venti minimi estivi più bassi della serie satellitare si concentrano tutti negli ultimi vent’anni. Questo mostra quanto la copertura estiva sia cambiata rispetto ai decenni precedenti.
Il dato si collega a un tema che abbiamo già affrontato nel nostro approfondimento su come sta cambiando il ghiaccio dell’Artico. Il minimo annuale oscilla naturalmente da una stagione all’altra, ma queste variazioni avvengono oggi su una base molto più bassa rispetto alla parte iniziale della serie satellitare.
Anche il massimo invernale del 2026 è stato molto basso
Il quadro diventa più chiaro osservando anche l’inverno. Secondo la NASA, il massimo stagionale raggiunto nel marzo 2026 è risultato statisticamente alla pari con quello del 2025 come valore più basso della serie.
In pratica, la stagione di fusione è partita da una copertura già ridotta. L’estate non ha prodotto un nuovo record assoluto, ma il sistema ha attraversato l’intero ciclo annuale con un’estensione anomala rispetto ai valori storici.
Il problema non è solo la superficie: conta anche l’età del ghiaccio
L’estensione indica quanta superficie oceanica è coperta almeno in parte dal ghiaccio, ma non racconta da sola lo spessore e la qualità della banchisa. Una delle trasformazioni più importanti dell’Artico riguarda la diminuzione del ghiaccio pluriennale, quello che riesce a sopravvivere a più estati consecutive.
Il ghiaccio giovane è generalmente più sottile e vulnerabile alla fusione estiva, al vento e alle onde. Per questo due anni con estensioni simili possono avere una struttura interna della banchisa molto diversa. Un Artico composto soprattutto da ghiaccio giovane può reagire più rapidamente a una stagione particolarmente calda o ventosa.
Estensione e volume non sono la stessa cosa
Quando si legge che l’Artico misura 4,60 milioni di km² si parla di estensione, non di volume totale del ghiaccio. L’estensione considera le aree oceaniche in cui la concentrazione di ghiaccio supera una determinata soglia, mentre il volume richiede anche una stima dello spessore.
È una distinzione importante perché una superficie relativamente ampia può essere formata da ghiaccio sottile. Per valutare lo stato della criosfera bisogna quindi mettere insieme più indicatori: estensione, concentrazione, spessore, età del ghiaccio e durata della stagione di fusione.
Cosa significa per il clima globale
Il ghiaccio marino non aumenta direttamente il livello degli oceani quando fonde, perché galleggia già sull’acqua. La sua perdita ha però altri effetti climatici importanti. Una superficie bianca riflette molta radiazione solare, mentre l’oceano scuro ne assorbe una quota maggiore. Quando il ghiaccio diminuisce, aumenta quindi l’energia che può essere trattenuta nell’oceano durante l’estate.
Questo meccanismo, noto come feedback dell’albedo, contribuisce all’amplificazione artica. Non significa che un singolo minimo possa essere collegato direttamente a uno specifico evento meteorologico in Italia. Le conseguenze regionali dipendono dall’interazione con atmosfera, oceani e variabilità naturale.
Perché il 2026 resta un anno da osservare
Il minimo 2026 non è un nuovo record negativo, ma resta dentro una sequenza storicamente anomala. Il fatto che 2007-2026 racchiuda i venti minimi più bassi della serie satellitare rende più significativo il contesto rispetto alla singola posizione in classifica.
In parallelo vengono sperimentate anche soluzioni molto discusse per rallentare localmente la perdita di ghiaccio, come il progetto raccontato nel nostro articolo su Real Ice e il tentativo di ispessire artificialmente la banchisa. Questi interventi restano sperimentali e non sostituiscono la riduzione delle cause del riscaldamento.
Cosa guardare nel 2027
I prossimi segnali importanti arriveranno già durante l’inverno: il massimo stagionale mostrerà quanta superficie sarà riuscita a ricongelare e con quale distribuzione. Poi conteranno lo spessore del ghiaccio, la quantità di ghiaccio pluriennale e le condizioni atmosferiche della primavera e dell’estate 2027.
Il dato più corretto da portarsi via dal 2026 è quindi semplice: l’Artico non ha stabilito un nuovo record negativo, ma resta in una condizione molto lontana dai livelli che caratterizzavano i primi decenni delle osservazioni satellitari. La classifica annuale da sola racconta solo una parte della storia.




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