Immunoterapia tumore colon: un breve trattamento con pembrolizumab prima dell’intervento ha mantenuto senza recidiva per quasi 3 anni pazienti con un sottotipo specifico di tumore colorettale. Lo studio NEOPRISM-CRC, guidato da UCL e UCLH, ha coinvolto pazienti con malattia di stadio 2 o 3 e tumori MMR deficient/MSI-high, una categoria biologica che può rispondere meglio agli inibitori dei checkpoint immunitari.
Immunoterapia tumore colon: cosa ha mostrato lo studio NEOPRISM-CRC

Lo studio ha valutato 32 pazienti trattati con pembrolizumab per un massimo di 9 settimane prima della chirurgia, invece del percorso classico basato su intervento seguito da mesi di chemioterapia.
Dopo 33 mesi di follow-up, nessun paziente ha mostrato recidiva. Il dato riguarda sia chi non aveva più tumore rilevabile dopo trattamento e chirurgia, sia chi presentava ancora piccole tracce residue, rimaste però senza crescita o diffusione.
Il risultato è rilevante perché, nella cura standard, circa 1 paziente su 4 può andare incontro a ritorno della malattia entro 3 anni. È un segnale forte, anche se lo studio resta piccolo e riferito a un gruppo biologico preciso.
Pembrolizumab prima della chirurgia: perché può cambiare il trattamento
Il pembrolizumab è un farmaco immunoterapico che aiuta il sistema immunitario a riconoscere e colpire le cellule tumorali. Nei tumori MMR deficient/MSI-high, il profilo genetico può rendere la malattia più visibile alla risposta immunitaria.
Questo approccio ribalta la sequenza tradizionale: non si aspetta l’intervento per intervenire dopo con terapie aggiuntive, ma si prova a ridurre il tumore prima della chirurgia. È una logica già osservata in altri ambiti oncologici e coerente con l’evoluzione della medicina personalizzata.
Il tema si collega anche alla ricerca su nuove strategie terapeutiche, come nel caso delle 4 comunità cellulari nel glioblastoma multiforme e degli studi che provano a rendere più mirata la cura dei tessuti, dalle radiazioni cellulari osservate con risonanza magnetica alle terapie rigenerative.
Test del sangue personalizzati e scenari futuri
Un altro punto centrale riguarda i test del sangue personalizzati. I ricercatori hanno analizzato il DNA tumorale circolante per capire se il cancro fosse ancora rilevabile dopo il trattamento.
Quando il DNA tumorale spariva dal sangue, i pazienti avevano maggiori probabilità di restare liberi dalla malattia nel lungo periodo. In prospettiva, questi test potrebbero aiutare a distinguere chi necessita di meno terapia da chi richiede controlli o trattamenti più intensivi.
Il limite principale resta la dimensione dello studio: 32 pazienti sono pochi per cambiare da soli la pratica clinica. Il segnale, però, è importante per il tumore colorettale MMR deficient/MSI-high, che rappresenta circa il 10-15% dei casi di questo tipo.
La domanda ora è se studi più ampi confermeranno gli stessi risultati e se l’immunoterapia pre-operatoria potrà diventare uno standard per una quota selezionata di pazienti.