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Radiazioni cellulari nei tessuti: la nuova risonanza magnetica che mostra come si propagano

Redazione 4 settimane fa Commenta! 14
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Le radiazioni cellulari vengono studiate da anni, ma uno dei limiti principali della ricerca è sempre stato lo stesso: capire con precisione come le microonde si distribuiscono nei tessuti e in che modo interagiscono con strutture biologiche complesse. Un nuovo studio pubblicato su Science Advances propone un approccio diverso da quelli usati finora. Invece di limitarsi a stimare il riscaldamento prodotto dall’assorbimento dell’energia, i ricercatori hanno sviluppato una tecnica capace di visualizzare direttamente la propagazione del campo elettromagnetico in materiali che imitano i tessuti umani. Il risultato non dimostra nuovi danni da cellulare, ma introduce uno strumento molto più raffinato per misurare, confrontare modelli teorici e migliorare gli standard di sicurezza.

Contenuti di questo articolo
Perché studiare le radiazioni cellulari è ancora un tema apertoLa nuova tecnica: come funziona la risonanza magnetica a basso campoCosa hanno usato i ricercatori per simulare i tessuti umaniCosa mostra davvero lo studio sulle radiazioni cellulariIl punto decisivo: si può osservare il campo prima del riscaldamento importanteOggetti e impianti cambiano il modo in cui si distribuisce la radiazionePerché questo studio non dimostra che i cellulari fanno maleLe possibili applicazioni tra sicurezza, progettazione e medicinaI limiti dello studio e cosa manca ancoraPerché questa ricerca può cambiare il modo in cui si studiano le onde dei cellulari

Perché studiare le radiazioni cellulari è ancora un tema aperto

Radiazioni dei cellulari

I telefoni cellulari e i dispositivi wireless usano bande a microonde che attraversano il corpo umano e vengono assorbite in parte dai tessuti. Da tempo le normative di sicurezza si basano soprattutto sul concetto di SAR, cioè il tasso di assorbimento specifico dell’energia elettromagnetica. In pratica si misura quanta potenza viene assorbita per unità di massa e si valuta il possibile aumento di temperatura.

Questo criterio ha una logica solida, ma presenta un limite evidente. Non restituisce una mappa dettagliata della distribuzione del campo all’interno del materiale biologico. In un sistema complesso come il corpo umano, e in particolare in distretti come la testa, il segnale non si diffonde in modo perfettamente uniforme. Interfacce, anisotropie, vasi, liquidi, fasci nervosi e presenza di oggetti impiantati possono cambiare il comportamento delle onde.

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Proprio qui si inserisce il nuovo studio. L’obiettivo non è riaprire in modo sensazionalistico il dibattito sui cellulari, ma dotare la ricerca di uno strumento capace di osservare meglio un fenomeno finora stimato soprattutto con sonde locali e simulazioni numeriche.

La nuova tecnica: come funziona la risonanza magnetica a basso campo

Il lavoro firmato da Stephen E. Ogier e colleghi descrive una tecnica basata su risonanza magnetica a basso campo iperpolarizzata. A prima vista può sembrare una formula specialistica, ma il principio è comprensibile.

I ricercatori hanno preparato dei “phantom”, cioè materiali di laboratorio costruiti per imitare le proprietà fisiche dei tessuti. All’interno di questi materiali hanno aggiunto una molecola radicalica stabile chiamata TEMPOL. Quando il phantom viene irradiato con microonde a frequenze compatibili con quelle dei cellulari, il TEMPOL assorbe parte dell’energia e trasferisce la polarizzazione ai protoni dell’acqua presenti nel materiale. Questa variazione viene poi letta con la risonanza magnetica.

In sostanza, la risonanza non si limita a mostrare la struttura del materiale, ma diventa un sistema per mappare la presenza e l’intensità della radiazione a microonde.

È questo il passaggio più importante dello studio. Fino a oggi la sicurezza veniva valutata soprattutto osservando l’effetto finale, cioè il riscaldamento. Qui invece si prova a visualizzare il fenomeno durante la sua propagazione, prima che il calore diventi un parametro dominante.

Cosa hanno usato i ricercatori per simulare i tessuti umani

Per eseguire i test, il gruppo ha creato diversi phantom a base di acqua, sale, gelatina e poliacrilato, tutti arricchiti con TEMPOL. Questi materiali sono stati scelti per approssimare parametri fisici rilevanti come:

contenuto d’acqua
conducibilità elettrica
costante dielettrica
proprietà di rilassamento in risonanza magnetica

Uno dei phantom era stato progettato per imitare in modo approssimativo il tessuto cerebrale. Un altro seguiva uno standard tecnico già usato per valutare il riscaldamento da radiofrequenza vicino a impianti passivi. Un terzo riproduceva una forma simile a quella della testa.

Questa parte è cruciale perché il corpo umano non è un mezzo uniforme. Lo studio sottolinea con forza che tessuti come materia grigia, materia bianca, sangue e liquido cerebrospinale hanno proprietà elettromagnetiche differenti. Di conseguenza, anche la propagazione delle onde cambia da zona a zona.

Cosa mostra davvero lo studio sulle radiazioni cellulari

Il dato più interessante è che la tecnica riesce a produrre immagini tridimensionali della propagazione delle microonde a potenze compatibili con quelle usate dai telefoni cellulari. Gli autori hanno lavorato attorno alla banda di 1,8 GHz, una frequenza tipica della telefonia mobile, utilizzando antenne commerciali simili a quelle impiegate nei dispositivi reali.

Le immagini mostrano che il segnale si diffonde in modo non omogeneo. Vicino all’antenna compaiono strutture a lobi, regioni di intensità diversa e zone dove il campo decade progressivamente nel materiale. In altre parole, la radiazione non attraversa il phantom come se fosse un blocco perfettamente uniforme.

Questa osservazione è importante perché conferma sperimentalmente qualcosa che la fisica delle onde suggeriva già: in materiali ad alta permittività e con perdite, il campo può assumere distribuzioni complesse, specialmente in prossimità delle sorgenti e delle interfacce.

Gli autori mostrano anche che il segnale rilevato è fortemente dipendente dalla risonanza. Quando la frequenza viene spostata fuori dalla finestra di assorbimento del TEMPOL, il contrasto legato alle microonde cala in modo netto. Questo rafforza l’idea che la tecnica stia misurando davvero l’interazione elettromagnetica e non soltanto un generico effetto termico.

Il punto decisivo: si può osservare il campo prima del riscaldamento importante

Radiazioni dei cellulari

Uno dei risultati più rilevanti è che le immagini possono essere ottenute prima che il materiale si scaldi in modo sostanziale. Durante le scansioni, i ricercatori hanno misurato incrementi di temperatura modesti. Alla massima potenza testata, 2 W, la crescita vicino all’antenna arrivava a poco più di 1 °C durante una scansione di circa quattro minuti, mentre più lontano era molto più bassa. A livelli inferiori, l’aumento era ancora più contenuto.

Questo non significa che il calore non esista, ma che la tecnica è sensibile anche quando l’effetto termico è ancora ridotto. È un punto metodologico forte, perché consente di studiare il comportamento del campo senza dipendere solo dalla termometria.

In pratica, il nuovo approccio aggiunge uno strato di analisi. Non sostituisce il SAR, ma lo affianca con una misura più diretta della distribuzione spaziale dell’energia elettromagnetica.

Oggetti e impianti cambiano il modo in cui si distribuisce la radiazione

La parte più interessante dal punto di vista applicativo riguarda l’interazione con oggetti immersi nei phantom. Gli autori hanno testato una barra in fibra di carbonio e un piccolo marker da biopsia in titanio.

Il risultato è netto: questi oggetti distorgono il campo e possono generare fenomeni di ri-irradiazione locale. In alcune immagini il marker da biopsia, quasi invisibile nella risonanza convenzionale, diventa evidente proprio grazie alla sua interazione con la radiazione a microonde.

Questo aspetto apre scenari importanti. Nel mondo reale esistono numerosi dispositivi e oggetti che possono modificare il comportamento del campo elettromagnetico: elettrodi, marker chirurgici, frammenti metallici, impianti o materiali compositi. Sapere dove si concentrano le perturbazioni e come si distribuiscono può essere utile sia per la sicurezza sia per la progettazione dei dispositivi.

Non è un dettaglio. La reale esposizione locale può dipendere non solo dal telefono o dall’antenna, ma anche dal contesto fisico e anatomico in cui il segnale si propaga.

Perché questo studio non dimostra che i cellulari fanno male

È qui che serve chiarezza. Il paper non dimostra che i cellulari causano nuovi effetti biologici nocivi. Gli stessi autori ricordano che, al di fuori del riscaldamento, non esistono effetti dannosi chiaramente stabiliti in modo conclusivo per l’esposizione a radiofrequenze nei limiti normativi.

Quello che lo studio dimostra è altro: i metodi di misura possono essere migliorati in modo significativo. Oggi molti modelli di sicurezza si basano su simulazioni e sonde invasive. Questo nuovo metodo fornisce immagini tridimensionali e può aiutare a validare i modelli numerici con dati sperimentali più ricchi.

La differenza è sostanziale. Non stiamo parlando di una prova clinica di rischio, ma di uno strumento di laboratorio che permette di osservare con maggiore dettaglio la fisica dell’assorbimento.

Per chi scrive di tecnologia e scienza, questa distinzione è fondamentale. Un conto è dire che “si vede meglio come si distribuisce il segnale”. Un altro, molto meno corretto, è trasformare lo studio in una prova di pericolo generalizzato.

Le possibili applicazioni tra sicurezza, progettazione e medicina

Le applicazioni potenziali sono numerose. La prima riguarda la validazione delle simulazioni. I modelli al computer sono indispensabili per calcolare la distribuzione dei campi nei tessuti, ma diventano molto più affidabili quando possono essere confrontati con misure sperimentali.

La seconda riguarda il design delle antenne. Sapere come il segnale si distribuisce vicino a materiali assorbenti e biologicamente realistici può aiutare a migliorare la progettazione dei dispositivi mobili, ridurre le perdite indesiderate e ottimizzare la gestione della potenza.

La terza riguarda la sicurezza in presenza di impianti o corpi estranei. Lo studio mostra che anche un oggetto molto piccolo può modificare il campo locale. Questo potrebbe essere rilevante in ambiti medici specifici, soprattutto quando si valutano interazioni tra radiofrequenze e materiali impiantati.

C’è poi un aspetto più ampio. La tecnica combina risonanza magnetica quantitativa e imaging della propagazione elettromagnetica, il che potrebbe permettere in futuro di monitorare contemporaneamente sia il campo sia eventuali cambiamenti del materiale prima, durante e dopo l’esposizione.

I limiti dello studio e cosa manca ancora

Radiazioni dei cellulari

Lo studio è convincente come prova di principio, ma ha limiti chiari. Il primo è che si lavora su phantom, non su tessuti umani vivi. Anche i migliori materiali imitativi semplificano moltissimo la complessità del corpo reale.

Il secondo limite è la calibrazione quantitativa. Gli autori iniziano a correlare il segnale MRI con i campi elettrici e con le simulazioni FDTD, ma ammettono che la metrologia è ancora in fase di sviluppo. Ottenere una mappa completamente quantitativa del campo richiederà ulteriori miglioramenti.

Il terzo riguarda la dipendenza della tecnica dal radicale usato e dalle sue proprietà di rilassamento. In futuro serviranno materiali e protocolli ancora più raffinati per aumentare sensibilità, risoluzione e affidabilità.

Infine, il sistema misura in modo preferenziale alcune componenti del campo, quindi per ottenere informazione vettoriale completa sarà necessario ruotare campioni e geometrie rispetto al campo statico della risonanza.

Sono limiti normali per una ricerca di frontiera, ma vanno dichiarati con precisione. Il valore dello studio non sta nell’avere già una soluzione industriale pronta, bensì nell’avere mostrato una strada praticabile.

Perché questa ricerca può cambiare il modo in cui si studiano le onde dei cellulari

Il vero merito del lavoro di Ogier e colleghi è aver spostato la discussione da una logica puramente termica a una logica spaziale e strutturale. Finora la domanda dominante era: quanto scalda? Ora la domanda può diventare anche: dove si concentra il campo, come decade e cosa lo altera?

Questo cambio di prospettiva non è secondario. In tutti i sistemi complessi, dalla medicina alla bioingegneria, vedere la distribuzione di un fenomeno è quasi sempre più utile che misurarne solo l’effetto finale. Nel caso delle microonde dei cellulari, questo significa passare da una misura indiretta a una rappresentazione molto più vicina alla realtà fisica del processo.

La tecnica proposta non chiude il dibattito sulle radiofrequenze, ma migliora gli strumenti con cui quel dibattito può essere affrontato in modo serio. E in scienza, spesso, il progresso non nasce da una risposta definitiva, ma dalla capacità di fare una domanda migliore con strumenti più precisi.

In questo senso, la nuova risonanza magnetica a basso campo non dimostra che il cellulare sia più pericoloso di quanto già si sappia. Dimostra però che possiamo misurare meglio ciò che accade quando una sorgente a microonde interagisce con un materiale simile al tessuto umano. Per la ricerca, per la progettazione dei dispositivi e per gli standard di sicurezza, è già un passo notevole.

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