Un nuovo studio basato sulle osservazioni del telescopio spaziale Hubble ha rilevato che 37 galassie nane vicine trattengono soltanto una parte dell’ossigeno che le loro stelle avrebbero prodotto. Gli autori ritengono che i venti alimentati dalle stelle massicce e dalle supernovae abbiano espulso molto materiale. Resta però aperta una domanda: quanto ossigeno si trova ancora nell’alone intorno alle galassie e quanto è arrivato nello spazio intergalattico?
Che cosa ha scoperto Hubble nelle 37 galassie nane?
La ricerca GLOW (Galaxies Losing Oxygen via Winds) è stata descritta dalla NASA il 2 novembre 2026 in relazione a uno studio pubblicato su The Astrophysical Journal. Il gruppo ha ricostruito la produzione di ossigeno delle stelle di 37 galassie nane relativamente vicine, confrontandola con la quantità che queste galassie sembrano conservare. Il deficit rispetto alle aspettative indica che parte degli elementi fabbricati dalle stelle viene dispersa fuori dai sistemi galattici.
Perché gli astronomi misurano proprio l’ossigeno?
L’ossigeno è prodotto nelle stelle ed è uno degli elementi più abbondanti nell’universo dopo idrogeno ed elio. La sua presenza può essere misurata in stelle e gas, rendendolo un indicatore utile per ricostruire la storia chimica di una galassia. Qui non si parla di ossigeno respirabile che improvvisamente sparisce: si confronta il bilancio di un elemento chimico su tempi cosmici, dentro e intorno alle galassie.
Come possono le supernovae espellere ossigeno?
Le stelle massicce arricchiscono di elementi il gas circostante e possono concludere la loro evoluzione con esplosioni di supernova. L’energia liberata può mettere in moto venti galattici, capaci di trasportare gas e metalli oltre le regioni dove si formano nuove stelle. Poiché le galassie nane hanno una massa gravitazionale relativamente modesta, possono trattenere meno facilmente parte di quel materiale. Questa è l’interpretazione fisica sostenuta dalla ricerca, non un filmato diretto di tutto l’ossigeno che lascia ciascuna galassia.
Come è stato condotto lo studio GLOW?
Il team ha utilizzato immagini ottiche d’archivio di Hubble per ricostruire popolazioni stellari e cronologie di formazione delle stelle. Sono stati integrati dati del telescopio spaziale Spitzer e osservazioni radio dei radiotelescopi Very Large Array e Australia Telescope Compact Array. Le 37 galassie sono abbastanza vicine da consentire a Hubble di distinguere singole stelle, condizione che non vale per la maggior parte delle galassie nane più lontane. Per un altro risultato sulla diffusione di elementi nell’universo lontano, leggi il nostro approfondimento su JWST e i gas arricchiti di metalli nelle prime galassie.
Che cosa non sappiamo ancora?
Il deficit misurato non identifica automaticamente la destinazione di tutto l’ossigeno. Una parte potrebbe essere nell’alone gassoso circostante, un’altra essere stata espulsa più lontano. La NASA segnala che il peso relativo dei due serbatoi resta incerto. Il campione di 37 oggetti è selezionato per massa e vicinanza, quindi non va presentato come misura universale di tutte le galassie esistenti. Le stime dipendono anche dalla ricostruzione delle popolazioni stellari e dai modelli della produzione di elementi.
Perché questa scoperta aiuta a capire l’evoluzione delle galassie?
Una galassia che perde gas arricchito di elementi cambia la materia disponibile per le generazioni successive di stelle. Sapere quanta parte dei metalli resta e quanta viene dispersa permette di mettere alla prova le simulazioni cosmologiche. L’ossigeno che lascia una galassia non è necessariamente distrutto: contribuisce a trasferire materia nello spazio circostante. Questo processo aiuta a spiegare anche perché gli elementi chimici che osserviamo oggi siano distribuiti tra stelle, gas e regioni intergalattiche. Un contesto complementare è la nostra guida sugli atomi che viaggiano nel cosmo e arrivano nel corpo umano.
Che cosa farà la NASA nei prossimi anni?
Gli autori vogliono estendere l’indagine a galassie ancora meno massicce, potenzialmente individuate dal telescopio Nancy Grace Roman, e ottenere osservazioni più profonde con Hubble e Webb. L’obiettivo è distinguere meglio quando le stelle hanno prodotto gli elementi, quanta materia è stata espulsa e dove si trova oggi. La scoperta del 2026 è quindi una nuova misura e una sfida ai modelli, non la soluzione definitiva di un mistero cosmico.




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