La nuova funzione AI di Google Earth è durata meno di 24 ore. Google l’ha ritirata dopo che alcuni utenti hanno mostrato quanto fosse semplice modificare immagini satellitari e viste reali del pianeta per creare scenari mai avvenuti: campi profughi, danni da bombardamenti, alluvioni e infrastrutture sensibili generate artificialmente.
Il punto più delicato non era la semplice capacità di creare immagini con l’intelligenza artificiale. A rendere il risultato particolarmente credibile era il contesto: gli elementi sintetici venivano inseriti direttamente sopra viste provenienti da Google Earth, conservando strade, edifici, coordinate e caratteristiche riconoscibili dei luoghi reali.
Come funzionava l’AI generativa dentro Google Earth

La funzione era basata sulla tecnologia di generazione immagini Nano Banana 2 di Google. L’utente poteva partire da una vista satellitare, aerea o tridimensionale di una località e descrivere attraverso un prompt testuale la trasformazione desiderata. Il sistema generava quindi una nuova versione della scena mantenendo come base geografica il luogo originale.
L’idea aveva anche applicazioni legittime. Uno strumento di questo tipo potrebbe, per esempio, ricostruire l’aspetto storico di un sito archeologico, rappresentare un progetto urbanistico oppure visualizzare rapidamente come potrebbe cambiare una determinata area. Il problema è emerso quando gli stessi meccanismi sono stati utilizzati per produrre false rappresentazioni di eventi reali o plausibili.
Il caso è stato ricostruito anche da Reuters nel rapporto sul ritiro della funzione, secondo cui Google ha deciso di sospenderla dopo la diffusione di immagini che apparivano in contrasto con le proprie policy.
Dai bombardamenti alle alluvioni: cosa si poteva falsificare
I test pubblicati nelle ore successive al lancio hanno mostrato il problema in maniera piuttosto chiara. Il ricercatore Henk van Ess, fondatore di Digital Digging e specializzato nell’analisi di informazioni provenienti da fonti aperte, ha utilizzato la funzione per verificare fin dove potesse arrivare.
Tra gli esempi riportati ci sono un falso campo di rifugiati vicino al confine tra Stati Uniti e Messico e un cratere da bombardamento vicino a un ospedale a Gaza. Altri test hanno prodotto rappresentazioni artificiali di alluvioni, danni provocati da tornado e infrastrutture nucleari inesistenti. Non erano fotografie di eventi realmente accaduti, ma potevano assumere l’aspetto familiare di una cattura proveniente da Google Earth.
- danni artificiali causati da bombardamenti o esplosioni
- campi profughi e insediamenti inesistenti
- alluvioni e danni provocati da eventi meteorologici
- infrastrutture sensibili o impianti nucleari mai presenti nel luogo mostrato
Le norme sui contenuti di Google Earth prevedono limitazioni per materiale pericoloso e per utilizzi che possono provocare danni. Proprio la circolazione di alcune immagini generate ha spinto Google a intervenire quasi immediatamente.
Google non aveva modificato le vere immagini di Earth

C’è però una distinzione importante. La funzione non sostituiva le immagini autentiche visibili dagli altri utenti e non permetteva di riscrivere pubblicamente la mappa di Google Earth. Le immagini create rimanevano contenuti generati dall’utente e Google ha precisato che erano contrassegnate come prodotte tramite AI.
Questo ridimensiona uno degli scenari più allarmistici: aprendo Google Earth non si rischiava di trovare improvvisamente una centrale nucleare inesistente o un bombardamento inventato al posto delle immagini reali. Il rischio riguardava soprattutto ciò che accadeva dopo l’esportazione o la condivisione di una cattura dello schermo.
Una volta pubblicata sui social, in una chat o all’interno di un sito, infatti, un’immagine poteva perdere buona parte del contesto che spiegava la sua origine artificiale. Ed è proprio la reputazione di Google Earth come strumento utilizzato per osservare il territorio reale a rendere questo tipo di manipolazione più delicato rispetto a un normale generatore di immagini.
Perché Google ha fermato tutto dopo meno di 24 ore
La funzione è stata resa disponibile il 30 luglio 2026 e già il 31 luglio Google ne ha annunciato il rollback. La società ha riconosciuto che professionisti del settore geospaziale stavano sperimentando applicazioni utili, ma allo stesso tempo aveva osservato la condivisione di immagini generate apparentemente incompatibili con le proprie regole.
Google ha quindi scelto di ritirare temporaneamente la funzione mentre lavora a protezioni più restrittive. Non significa necessariamente che la tecnologia sia stata abbandonata: la formulazione utilizzata dall’azienda indica piuttosto l’intenzione di rafforzare i guardrail prima di valutare un eventuale ritorno.
Il caso mostra una difficoltà che riguarda ormai molti servizi generativi. Non basta impedire al modello di creare direttamente alcune categorie di contenuto: bisogna considerare anche la possibilità di costruire gradualmente una scena credibile partendo da dati e strumenti apparentemente innocui. È lo stesso problema più ampio della gestione dei limiti dell’AI che abbiamo analizzato parlando dell’AI Kill Switch Act e dei sistemi per fermare modelli avanzati.
Il problema non sono solo i deepfake di persone

Per anni il dibattito sui deepfake si è concentrato soprattutto su volti, video e voci. Google Earth mette in evidenza un’altra categoria: i deepfake geografici. Una fotografia falsa di un personaggio pubblico può manipolare una notizia; una falsa immagine satellitare può invece simulare la presenza di mezzi militari, danni a infrastrutture, incendi o conseguenze di una calamità naturale.
Il rischio cresce nei contesti in cui immagini satellitari e geolocalizzazione vengono utilizzate per verificare informazioni provenienti da zone di guerra o aree colpite da disastri. Giornalisti, ricercatori OSINT e organizzazioni umanitarie confrontano spesso edifici, strade e caratteristiche del territorio proprio per stabilire se una fotografia sia autentica.
L’integrazione dell’AI dentro servizi considerati affidabili sposta quindi il problema dalla sola qualità dei modelli alla progettazione dell’interfaccia e alla gestione dei dati. Una questione simile riguarda gli assistenti che stanno entrando nei browser: nel nostro approfondimento su Gemini Spark in Chrome abbiamo visto quanto contino autorizzazioni, contesto e accesso alle informazioni quando un sistema AI viene integrato direttamente in strumenti utilizzati ogni giorno.
Cosa resta dopo il dietrofront di Google Earth

La vicenda è significativa soprattutto per la velocità con cui si è sviluppata. In meno di un giorno una funzione pensata anche per visualizzazioni educative e professionali è diventata un esperimento pubblico sui limiti della generazione artificiale applicata a luoghi reali.
Google ha reagito rapidamente, ma il precedente rimane. Più l’intelligenza artificiale sarà integrata in mappe, fotografie, browser e strumenti di lavoro, meno sarà sufficiente chiedersi se un’immagine sembra realistica. Diventerà sempre più importante poter ricostruire origine, modifiche e autenticità del contenuto, soprattutto quando ciò che vediamo sembra provenire da una fonte che siamo abituati a considerare una rappresentazione affidabile del mondo.