Il nucleare sicuro non può essere valutato osservando soltanto ciò che accade dentro una centrale in condizioni normali. Philip J. Landrigan e Brita E. Lundberg lo sostengono nella corrispondenza “The false promise of nuclear power”, pubblicata su The Lancet. Gli autori chiedono di includere nella valutazione sanitaria miniere di uranio, impianti del combustibile, lavoratori, incidenti, dismissioni e scorie.
La lettera non presenta un nuovo esperimento clinico e non dimostra che ogni impianto nucleare provochi danni alla popolazione. Riunisce invece ricerche già disponibili per contestare una lettura limitata della sicurezza, concentrata quasi esclusivamente sulle emissioni e sugli incidenti durante il funzionamento del reattore.
Il nucleare è sicuro solo se viene controllata tutta la filiera

La sicurezza nucleare non è una proprietà automatica della tecnologia. Dipende da protezioni nelle miniere, dosimetria, manutenzione, monitoraggio ambientale, gestione dei rifiuti e piani di emergenza. Escludere una di queste fasi significa sottovalutare parte dei rischi sanitari e delle responsabilità necessarie per produrre elettricità.
Il ciclo comincia con l’estrazione dell’uranio. Nei siti minerari i lavoratori possono essere esposti a radon, prodotti del suo decadimento, aerosol contenenti radionuclidi e radiazioni esterne. L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che l’aumento del rischio di tumore ai polmoni associato al radon fu osservato inizialmente tra i minatori di uranio sottoposti a concentrazioni molto elevate.
Ventilazione, dispositivi di protezione e misurazione delle dosi possono ridurre l’esposizione. La necessità di queste misure mostra però che la filiera non è sanitariamente neutra. Dopo la miniera arrivano macinazione, conversione, arricchimento e fabbricazione del combustibile, con altri impianti e altri lavoratori da proteggere.
La vigilanza continua anche durante manutenzione, movimentazione del combustibile e trattamento dei rifiuti. Il caso del reattore nucleare del K-278 Komsomolets ricorda inoltre che una sorgente radioattiva può richiedere controlli ambientali molto tempo dopo la cessazione delle attività.
Le 115.585 morti stimate non dimostrano un rapporto causale
Il passaggio più delicato riguarda uno studio pubblicato su Nature Communications. I ricercatori hanno analizzato la mortalità oncologica nelle contee statunitensi e la loro prossimità cumulativa alle centrali operative tra il 2000 e il 2018. Il modello includeva gli impianti situati entro 200 chilometri dal centro geografico di ciascuna contea.
L’analisi ha rilevato tassi di mortalità per cancro più elevati nelle contee più vicine agli impianti, con associazioni più forti tra gli adulti anziani. Gli autori hanno stimato 115.585 decessi oncologici statisticamente attribuibili alla prossimità nel periodo esaminato.
Il termine “attribuibili” descrive il risultato di un modello e non equivale a dire che le centrali abbiano causato quei decessi. Lo studio usa dati aggregati per contea, non misura le dosi di radiazioni ricevute dalle singole persone e non ricostruisce residenze, spostamenti, venti o scarichi effettivi di ogni impianto.
Sono stati considerati fattori come fumo, reddito, istruzione, densità abitativa, indice di massa corporea e accesso alle cure. Possono però restare variabili non misurate. Inoltre, l’analisi riunisce tumori con cause e sensibilità alle radiazioni differenti. Un’associazione statistica non dimostra da sola la causalità.
Scorie e incidenti estendono il problema oltre la centrale
Il combustibile estratto dal reattore resta altamente radioattivo e continua a produrre calore. Deve essere raffreddato nelle piscine e può successivamente essere trasferito in contenitori schermati. La Nuclear Regulatory Commission statunitense indica che i rifiuti ad alta attività possono richiedere centinaia di migliaia di anni prima di diventare innocui attraverso il decadimento.
La gestione sicura è tecnicamente possibile, ma richiede isolamento, sorveglianza, risorse economiche e istituzioni capaci di mantenere gli impegni nel tempo. Anche la dismissione comprende caratterizzazione dei materiali, decontaminazione, smontaggio e monitoraggio radiologico di lavoratori e ambiente.
Gli incidenti aggiungono effetti che non dipendono soltanto dalla dose assorbita. Dopo Fukushima, l’UNSCEAR non ha previsto aumenti rilevabili dei tumori direttamente attribuibili alle radiazioni nella popolazione. Evacuazioni, interruzione delle cure e perdita delle abitazioni possono comunque produrre conseguenze psicologiche e sociali.
Il nucleare rimane una fonte elettrica a basse emissioni e può contribuire alla decarbonizzazione. Non va confuso con la fusione nucleare sperimentata dal progetto ITER, basata su processi differenti e non ancora disponibile per la produzione commerciale di elettricità.
La domanda utile non è quindi se il nucleare sia sicuro in senso assoluto, ma quali rischi residui restino, chi debba gestirli e per quanto tempo. Studi con dati individuali, misurazioni ambientali e analisi separate per tipo di tumore potranno chiarire il segnale epidemiologico osservato negli Stati Uniti. Nel frattempo, presentare la sicurezza come un risultato già acquisito rischia di nascondere il lavoro necessario per mantenerla dalla miniera al deposito finale.