L’Adriatico è risultato il mare europeo con il rischio più alto di esposizione all’inquinamento luminoso notturno negli ecosistemi pelagici. È quanto emerge da un nuovo studio coordinato dall’Università di Plymouth, che ha costruito un metodo per valutare quanto la luce artificiale costiera possa penetrare nell’acqua e alterare gli ambienti marini.
Subito dietro compaiono il Mar Baltico e il Mediterraneo occidentale. La classifica non misura semplicemente quanta luce viene emessa dalle città: combina intensità luminosa, trasparenza dell’acqua e capacità della luce di raggiungere gli strati superficiali del mare.
Perché l’Adriatico è così esposto
L’Adriatico è un bacino stretto e molto urbanizzato lungo numerosi tratti di costa. Porti, località turistiche, strade costiere e infrastrutture creano una sorgente diffusa di luce artificiale che si riflette sull’acqua e può penetrare sotto la superficie.
La forma stessa del mare aumenta l’esposizione: rispetto ai bacini più aperti, una parte maggiore della superficie si trova relativamente vicina a coste illuminate. Per questo gli autori hanno trovato i valori di rischio più alti proprio nei mari europei maggiormente chiusi.

Cosa significa inquinamento luminoso marino
La luce artificiale notturna, indicata spesso con l’acronimo ALAN, può modificare i cicli naturali di luce e buio. In mare questo significa interferire con organismi che usano l’oscurità per orientarsi, alimentarsi, migrare o sincronizzare la riproduzione.
Gli effetti possono riguardare plancton, pesci, crostacei e numerose specie costiere. Non tutte reagiscono allo stesso modo e il nuovo studio non misura direttamente un danno biologico per ogni zona: costruisce invece una mappa del rischio di esposizione.
Come è stata costruita la classifica europea
I ricercatori hanno sviluppato un framework per valutare il cosiddetto Good Environmental Status rispetto alla luce artificiale. Il metodo integra dati satellitari sulla luminosità notturna con informazioni sulla chiarezza dell’acqua e sulla penetrazione della luce nella colonna d’acqua.
Il risultato permette di confrontare diversi mari europei con una metrica comune. L’Adriatico risulta al primo posto, seguito dal Baltico e dal Mediterraneo occidentale. Più in basso compaiono aree oceaniche aperte come Macaronesia, Mare di Barents e Mare d’Islanda.
Perché è importante per le coste italiane
Per l’Italia il risultato interessa direttamente decine di località costiere lungo Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise e Puglia. Ridurre l’inquinamento luminoso non significa spegnere intere città, ma progettare meglio l’illuminazione vicino al mare.
Gli autori indicano soluzioni come schermatura delle sorgenti, riduzione dell’intensità nelle ore meno frequentate, illuminazione parziale durante la notte e scelta di lunghezze d’onda che penetrano meno facilmente nell’acqua.
Un altro stress per un Adriatico già sotto pressione
La luce artificiale si aggiunge a riscaldamento, inquinamento, pesca, perdita di habitat e specie invasive. Su Tech abbiamo già analizzato la perdita delle praterie marine nell’Adriatico, importanti per biodiversità e stabilità degli ecosistemi costieri.
Abbiamo anche raccontato il tentativo di utilizzare polpi contro il granchio blu al largo di Cesenatico, un altro esempio di come l’equilibrio biologico del bacino sia oggi sottoposto a pressioni molto diverse tra loro.
Lo studio non dice che tutto l’Adriatico è già danneggiato allo stesso modo
La mappa rappresenta un rischio potenziale, non una misura uniforme del danno ecologico. Una baia fortemente illuminata e con acqua molto trasparente può essere più esposta di un tratto vicino ma più torbido o meno urbanizzato.
Per trasformare la valutazione in politiche concrete serviranno quindi monitoraggi locali e dati biologici sulle specie presenti. Il lavoro offre però una base comune per capire dove concentrare i controlli e quali regioni europee dovrebbero essere studiate per prime.
La ricerca, pubblicata su Ocean & Coastal Management e presentata dall’Università di Plymouth, arriva mentre l’Unione Europea sta rivedendo la Marine Strategy Framework Directive. Gli autori chiedono che la luce artificiale venga considerata in modo più esplicito tra le pressioni sugli ecosistemi marini.




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