Lo zero termico sopra i 4.500 metri non è solo un dato da bollettino meteo. Quando la quota degli 0 gradi sale così in alto, anche cime simbolo delle Alpi entrano in una fascia dove neve, ghiaccio e roccia non riescono più a rigelare come dovrebbero.
Negli ultimi giorni la quota è arrivata anche intorno ai 4.800 metri in alcune aree alpine. Questo significa pioggia e grandine dove normalmente ti aspetteresti neve, con effetti diretti sui ghiacciai e sulle pareti d’alta quota.
Cos’è lo zero termico e perché conta sulle Alpi

Lo zero termico indica la quota alla quale l’aria raggiunge 0 °C. Se sale oltre le vette, la montagna perde il rigelo notturno. Il risultato è più fusione, meno neve protettiva sui ghiacciai e maggiore instabilità su roccia e permafrost.
La definizione tecnica è semplice, ma le conseguenze sono concrete. Come spiega MeteoSvizzera sull’isoterma di zero gradi, questa quota si è alzata in modo netto in oltre 150 anni di osservazioni, con aumenti particolarmente marcati nei mesi freddi.
Il dato serve anche a stimare il limite della neve. In molte situazioni la neve può cadere alcune centinaia di metri sotto lo zero termico, ma se la soglia sale troppo, le precipitazioni diventano liquide anche ad alta quota. Non è un dettaglio da appassionati, come nella divisione per zero in matematica: qui il numero cambia la stabilità fisica della montagna.
Ghiacciai alpini più esposti: il problema non è solo il caldo
Il primo effetto riguarda la neve invernale. Quella copertura bianca è il primo scudo dei ghiacciai perché riflette parte della radiazione solare. Quando sparisce presto, il ghiaccio sottostante assorbe più energia e fonde più rapidamente.
La neve non diventa ghiaccio da un giorno all’altro. Serve tempo, spesso almeno due stagioni favorevoli. Se l’inverno porta poca neve e l’estate parte con temperature alte già a giugno, il bilancio si rompe: il ghiacciaio perde massa prima di riuscire a ricostruirla.
I numeri valdostani mostrano una tendenza difficile da ignorare. Nel monitoraggio sottoZERO sui ghiacciai, il bilancio di massa 2025 è indicato a -935 millimetri di acqua equivalente, peggiore rispetto ai -850 millimetri del 2024.
Permafrost più fragile: aumentano crolli e rischi in quota

Il permafrost è terreno, detrito o roccia che resta sotto 0 °C per almeno due anni consecutivi. Nelle Alpi funziona spesso come una specie di cemento naturale tra le fratture della roccia. Quando si scalda, l’equilibrio cambia.
Nel sito di monitoraggio sottoZERO sul permafrost, lo strato attivo scongelato in estate al Colle Superiore delle Cime Bianche ha raggiunto 7,3 metri nel 2025. La media 2008-2024 era 5,5 metri. È un salto che indica calore più profondo nel sottosuolo.
Questo non vuol dire che ogni montagna stia per crollare. Vuol dire però che alcune vie alpinistiche, canaloni e pareti miste diventano più instabili, anche partendo presto. Pioggia e acqua di fusione penetrano nelle fratture, trasportano calore e possono favorire scariche di sassi o distacchi.
Il punto per chi frequenta la montagna è pratico: controllare bollettini meteo, zero termico, temporali e stato degli itinerari diventa parte della sicurezza, non una formalità. La logica è simile a quella dei rischi sanitari senza soglia sicura, come nell’articolo su alcol e soglia zero: quando il margine si riduce, cambia il comportamento da tenere.
Cosa cambia per acqua, turismo e futuro della montagna
I ghiacciai alpini sono anche riserve d’acqua dolce. Se fondono più in fretta, nei primi anni possono aumentare le portate estive, ma sul lungo periodo il serbatoio si svuota. Questo pesa su torrenti, agricoltura, idroelettrico e disponibilità d’acqua in pianura.
La notizia dello zero termico sopra i 4.500 metri va letta così: non è un episodio isolato da guardare con curiosità, ma un segnale misurabile di una montagna che cambia più in fretta delle abitudini di chi la vive. La domanda ora è quanto velocemente turismo, sicurezza e gestione dell’acqua sapranno adattarsi.