Una gigantesca piattaforma di ghiaccio che galleggiava nella baia di Baffin, tra Canada e Groenlandia, contribuiva a trattenere tre grandi calotte glaciali circa 20.000 anni fa. Quando quella barriera scomparve, i ghiacciai terrestri poterono scorrere più facilmente verso il mare. La ricostruzione pubblicata nell’ottobre 2026 aiuta a capire perché perdere il ghiaccio galleggiante può avere conseguenze molto maggiori del semplice scioglimento della piattaforma stessa: è il ghiaccio sulla terraferma, riversandosi nell’oceano, a contribuire all’innalzamento del livello marino.
Lo studio è stato presentato dalla Columbia Climate School il 26 ottobre 2026. Il caso riguarda l’Artico del passato, non un nuovo crollo in Antartide. L’analogia con il presente riguarda il meccanismo fisico che può rendere vulnerabili le calotte protette da piattaforme galleggianti.
Che cosa hanno scoperto i ricercatori nella baia di Baffin
La spedizione scientifica aveva l’obiettivo di ricostruire il comportamento della calotta groenlandese alla fine dell’ultima glaciazione. Durante il lavoro sono stati raccolti campioni di sedimenti e sono state effettuate mappature sonar del fondale. Le tracce rilevate sul margine continentale indicano che la parte inferiore di una piattaforma di ghiaccio eccezionalmente spessa aveva scavato lunghi solchi nel terreno sommerso.
Secondo la ricostruzione, la piattaforma riempiva un’ampia porzione della baia e faceva da barriera a tre sistemi glaciali: la calotta della Groenlandia a est, quella Innuitiana a nord e quella Laurentide a ovest. Non si tratta quindi soltanto di un grande blocco isolato, ma di un elemento comune capace di condizionare la dinamica di più calotte.
Perché una piattaforma galleggiante può frenare un ghiacciaio
Il ghiaccio sulla terraferma tende a deformarsi e a muoversi sotto il proprio peso. Se arriva al mare e forma una piattaforma galleggiante, questa può esercitare una resistenza meccanica sul ghiaccio a monte, soprattutto nei punti di contatto con coste e rilievi sottomarini. I glaciologi chiamano questo effetto buttressing: un sostegno che riduce la velocità con cui il ghiaccio continentale defluisce verso l’oceano.
Quando la piattaforma perde massa o si frammenta, la resistenza può diminuire; i ghiacciai alimentatori allora possono accelerare. Il dettaglio fondamentale è che il ghiaccio già galleggiante sposta acqua e il suo scioglimento diretto non provoca lo stesso aumento del livello marino del ghiaccio terrestre che raggiunge il mare. Il rischio indiretto può essere più importante di quello immediatamente visibile.
Che cosa accadde circa 20.000 anni fa?
All’epoca dell’ultima fase glaciale il Nord America e la Groenlandia ospitavano calotte molto più grandi di quelle attuali. La piattaforma della baia di Baffin era, secondo gli autori, spessa oltre un miglio in alcune aree e contribuiva a stabilizzarne i margini. Quando scomparve, la perdita del sostegno favorì la destabilizzazione e il deflusso di ghiaccio continentale. La ricostruzione collega questo processo al riassetto delle calotte e all’innalzamento del mare al termine dell’era glaciale.
È importante non ridurre il processo a una data singola o a una causa unica. Clima, oceano, topografia, spessore del ghiaccio e interazioni tra calotte concorrono all’evoluzione glaciale, e le tracce geologiche permettono di ricostruire parti del passato con margini di incertezza.
Il caso Baffin dimostra che l’Antartide crollerà?
No. Lo studio mostra che grandi piattaforme galleggianti possono stabilizzare calotte terrestri e che la loro perdita può accelerare il deflusso del ghiaccio. Non quantifica una data di collasso per l’Antartide contemporanea e non consente di trasferire direttamente tempi, dimensioni e risposta della baia di Baffin a un ghiacciaio antartico specifico.
Il confronto è rilevante perché anche in Antartide esistono piattaforme che esercitano un sostegno sul ghiaccio continentale. Per capire le vulnerabilità attuali bisogna integrare misure satellitari, temperature dell’oceano, spessore del ghiaccio e modelli fisici. Sul sito abbiamo già approfondito le fragilità del ghiacciaio Thwaites: è un caso moderno distinto, utile per capire perché i ricercatori studiano i punti di contatto tra ghiaccio e mare.
Come si riconosce un’enorme piattaforma scomparsa
Una piattaforma galleggiante antica non può essere osservata direttamente. I ricercatori cercano invece gli effetti che ha lasciato: solchi sui fondali, forme del paesaggio sottomarino, depositi sedimentari e sequenze cronologiche dei cambiamenti. Nello studio sulla baia di Baffin, la mappatura con sonar ha rivelato segni che gli autori interpretano come tracce della base della piattaforma a contatto con porzioni del margine continentale.
Queste prove sono più informative di una singola immagine spettacolare: permettono di collegare geometria del fondale e ricostruzione della massa glaciale. Tuttavia nessun singolo solco racconta da solo l’intera storia: l’interpretazione dipende dall’insieme dei dati e dalle ipotesi di ricostruzione.
Perché lo studio è utile anche oggi
Le osservazioni contemporanee misurano variazioni su anni o decenni, mentre gli archivi geologici permettono di guardare indietro di millenni. Il caso Baffin fornisce un precedente per verificare come le calotte reagiscono alla perdita delle piattaforme galleggianti. Le conclusioni riguardano un meccanismo fisico generale, non una previsione di quanto salirà il mare in un anno preciso.
Per distinguere ancora meglio dinamiche diverse, la nostra guida su crolli glaciali e piene improvvise affronta un rischio locale e rapido: non va confuso con l’evoluzione lenta delle calotte e del livello marino.
In sintesi: il ghiaccio galleggiante può agire come una barriera meccanica. La sua scomparsa nella baia di Baffin rivela quanto fosse importante per tre calotte antiche; il valore dello studio per l’Antartide è migliorare la comprensione del processo, senza presentare analogie storiche come predizioni certe.




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