Vai al contenuto
iCrewPlay.com Un progetto editoriale indipendente
Continua con Natura

Miniere e metalli pesanti: quasi 293.000 km di coste a rischio

Lo studio globale distingue le coste potenzialmente esposte da quelle già contaminate.

Inquinamento
Inquinamento
Tempo di lettura3 minuti
Commenta

Fino a 292.805 chilometri di coste nel mondo potrebbero essere esposti all’inquinamento proveniente da miniere metallifere e depositi dei loro scarti. È una stima di rischio, non la misura di litorali già contaminati: emerge da uno studio coordinato dal National Oceanography Centre britannico e dal Plymouth Marine Laboratory, pubblicato su Earth-Science Reviews. I ricercatori avvertono che il cambiamento climatico potrebbe aggravare la dispersione di sostanze pericolose nei prossimi decenni.

Come gli scarti delle miniere possono raggiungere il mare

Le miniere producono grandi quantità di residui rocciosi e fanghi, spesso conservati in impianti di deposito chiamati tailings storage facilities. Alcuni scarti contengono metalli e altri elementi che, in determinate condizioni chimiche, possono essere mobilizzati dall’acqua. Piogge, fiumi, erosione e alluvioni costituiscono possibili vie di trasporto fino agli estuari e alle acque costiere.

Anche le miniere inattive possono contribuire al problema: chiudere un impianto non elimina automaticamente i residui accumulati. Gli autori segnalano che il rilascio cronico dai siti storici può rappresentare una criticità globale importante, oltre ai rari ma gravi cedimenti delle dighe di contenimento degli scarti.

Pubblicità

Da dove arriva la stima dei 292.805 chilometri

Il gruppo di ricerca ha incrociato una banca dati globale dei siti minerari vicino alla costa con i possibili percorsi della contaminazione e con fattori di rischio ambientale. Il numero descrive l’estensione potenzialmente interessata secondo il modello, non chilometri di spiaggia analizzati uno a uno con campioni chimici e risultati oltre soglia.

È fondamentale distinguere tra presenza di una minaccia, effettivo rilascio delle sostanze, concentrazione nell’acqua e rischio sanitario per chi vive o pesca in una zona. Sono passaggi diversi, che richiedono dati locali.

Il Mediterraneo è tra le aree considerate vulnerabili

Fra le sei macroregioni individuate come potenziali punti critici figurano Nord America, Sud America, Nord Europa, Mediterraneo, Asia orientale e Australia. La presenza del Mediterraneo nello studio non dimostra che tutte le coste italiane siano contaminate né consente di indicare specifiche spiagge da evitare. Serve a orientare indagini e priorità di monitoraggio nei territori con più fattori di esposizione.

Perché il cambiamento climatico può aumentare i rischi

Piogge estreme possono trascinare materiali dai siti minerari ai corsi d’acqua; l’innalzamento del livello del mare e l’erosione costiera possono compromettere depositi vicini all’oceano. Inoltre temperatura, salinità e condizioni chimiche incidono sulla mobilità di alcuni contaminanti. Le simulazioni climatiche dello studio esplorano possibili scenari futuri, non offrono previsioni certe per ogni miniera.

Proteggere le coste richiede quindi interventi differenziati: individuazione delle vecchie discariche minerarie, analisi dei sedimenti e delle acque, manutenzione dei sistemi di contenimento e bonifiche quando necessarie.

Che cosa significa per pesci, ecosistemi e alimentazione

I metalli rilasciati nell’ambiente possono essere dannosi per alcune specie e, in determinate condizioni, entrare nella rete alimentare. Tuttavia lo studio globale non misura un aumento già osservato dei contaminanti nei prodotti ittici venduti in Italia. Non si possono ricavare avvisi alimentari specifici da una mappa di rischio potenziale.

Il tema si collega alla nostra analisi sui servizi che la biodiversità offre agli ecosistemi e alle persone e alla spiegazione su come il riscaldamento globale modifica l’ambiente: i problemi si sommano, ma ogni area costiera necessita di verifiche proprie.

Quali sono le fonti e i limiti da ricordare

Il National Oceanography Centre ha presentato i risultati il 22 settembre 2026; il Plymouth Marine Laboratory ha pubblicato un approfondimento il giorno seguente. La ricerca, apparsa sulla rivista scientifica Earth-Science Reviews, identifica esposizioni potenziali e scenari di aggravamento: il messaggio operativo è monitorare e prevenire, non trattare tutti i 292.805 chilometri come già inquinati.

La tua opinione in un clic

Cosa ne pensi?

La sala è aperta

Entra nella conversazione

Condividi il tuo punto di vista: non serve creare un account. I contributi restano soggetti alla moderazione editoriale.

Traguardo della community0 / 5
Mancano 5 interventi al prossimo traguardo.

Aggiungi la tua voce

Partecipazione libera: inserisci i dati richiesti e pubblica senza registrarti.