Le galassie quiescenti massicce rappresentano uno dei più grandi enigmi dell’astronomia moderna. Osservate appena 3-4 miliardi di anni dopo il Big Bang, queste enormi strutture hanno smesso di formare nuove stelle molto prima del previsto, lasciando gli astronomi alla ricerca di una spiegazione convincente.
Perché le galassie quiescenti massicce si spengono così presto?

Le nuove simulazioni suggeriscono che la maggior parte delle galassie quiescenti massicce abbia attraversato una fase estrema di formazione stellare prima di spegnersi rapidamente. Il processo sarebbe stato così intenso da consumare gran parte del gas freddo necessario alla nascita di nuove stelle, lasciando la galassia senza il suo carburante principale.
Le osservazioni del James Webb Space Telescope hanno mostrato che queste galassie sono molto più numerose di quanto previsto dai modelli cosmologici tradizionali. Questo ha costretto i ricercatori a rivedere alcune delle ipotesi utilizzate per descrivere l’evoluzione delle prime strutture dell’Universo.
Il legame con le galassie polverose e i buchi neri
Secondo il nuovo scenario, tra l’86% e il 96% delle galassie quiescenti massicce sarebbe passata attraverso una fase nota come dusty star-forming galaxy. Si tratta di galassie avvolte dalla polvere che possono generare fino a 500 masse solari di stelle all’anno, un valore enormemente superiore a quello della Via Lattea.
La causa potrebbe essere una fusione galattica avvenuta nelle prime epoche cosmiche. Quando due galassie si scontrano, grandi quantità di gas vengono spinte verso il centro, alimentando contemporaneamente la formazione stellare e il buco nero supermassiccio presente nel nucleo.
L’energia rilasciata dal nucleo galattico attivo riscalda il gas circostante impedendogli di raffreddarsi. Senza nuovo gas freddo disponibile, la produzione di stelle si arresta in meno di un miliardo di anni. Un meccanismo simile mostra come fenomeni apparentemente distruttivi possano modellare l’evoluzione cosmica, proprio come eventi estremi osservati nel megatsunami in Alaska aiutano a comprendere meglio i processi naturali più complessi.
Cosa ci insegnano queste scoperte sull’Universo primordiale

I nuovi risultati migliorano la comprensione dell’evoluzione galattica, ma non risolvono ogni problema. Le simulazioni continuano infatti a mostrare differenze rispetto al numero reale di galassie osservate dal James Webb, segno che alcuni processi fisici potrebbero essere ancora assenti nei modelli attuali.
Comprendere come si sono formate e spente le prime galassie aiuta anche a ricostruire la storia dell’Universo. Lo stesso approccio scientifico che permette di indagare i meccanismi cognitivi dietro le cattive notizie e il doomscrolling viene oggi applicato su scala cosmica per capire come materia, energia e gravità abbiano plasmato il cosmo che osserviamo.
Con nuove osservazioni previste nei prossimi anni, gli astronomi potrebbero essere vicini a chiarire perché alcune delle galassie più grandi dell’Universo abbiano vissuto una crescita rapidissima per poi spegnersi quando il cosmo era ancora giovane.