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Su Plutone scorre ancora del liquido? La scoperta NASA cambia l’immagine del pianeta nano

Superficie e montagne di plutone osservate dalla missione nasa new horizons
Superficie e montagne di Plutone osservate dalla missione NASA New Horizons
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Plutone continua a smentire l’immagine di un mondo completamente immobile e congelato. Una nuova analisi delle immagini raccolte dalla sonda New Horizons durante il sorvolo del 2015 indica che azoto liquido potrebbe essere risalito recentemente fino alla superficie nella regione settentrionale di Sputnik Planitia, il gigantesco ghiacciaio che occupa parte della caratteristica area a forma di cuore del pianeta nano.

Non significa che su Plutone esistano fiumi permanenti come quelli terrestri. L’ipotesi è più particolare: il calore alla base dello spesso strato di ghiaccio di azoto potrebbe produrre piccole quantità di liquido, capaci di risalire attraverso fratture e bagnare temporaneamente la superficie prima di ricongelare.

Se l’interpretazione verrà confermata, sarebbe la prima evidenza di liquido fluito in tempi geologicamente recenti sulla superficie di Plutone. La NASA ha presentato i risultati dell’analisi il 5 agosto 2026, dopo la pubblicazione dello studio su The Planetary Science Journal.

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Cosa ha scoperto New Horizons su Plutone

Il punto di partenza sono alcune strutture scure osservate nella parte settentrionale di Sputnik Planitia. Le immagini di New Horizons mostrano grandi celle di convezione separate da linee sottili e scure, accompagnate in alcuni punti da zone più diffuse e meno nette.

Queste caratteristiche erano già note, ma il nuovo lavoro coordinato da Alan Stern, principal investigator della missione New Horizons, propone una spiegazione precisa: le aree scure potrebbero essere state temporaneamente bagnate da azoto allo stato liquido proveniente dal sottosuolo.

Per arrivare a questa interpretazione i ricercatori hanno confrontato la morfologia di Sputnik Planitia con immagini terrestri, comprese osservazioni della calotta glaciale della Groenlandia realizzate da Landsat 9. Sulla Terra, l’acqua liquida può scurire neve e ghiaccio creando strutture superficiali con un aspetto simile.

Su Plutone, però, la spiegazione non può essere la pioggia: pressione e temperatura atmosferica rendono impossibile una normale precipitazione di azoto liquido. Per questo l’origine più plausibile, secondo gli autori, sarebbe dal basso verso l’alto.

Perché proprio l’azoto può diventare liquido sotto il ghiacciaio

Sputnik Planitia non è un normale ghiacciaio d’acqua. È una vastissima distesa composta soprattutto da ghiaccio di azoto, con una superficie superiore al milione di chilometri quadrati. Lo strato potrebbe raggiungere diversi chilometri di spessore.

In profondità la situazione è diversa rispetto alla superficie. La combinazione tra pressione e flusso di calore proveniente dall’interno di Plutone può portare l’azoto vicino alle condizioni necessarie per la fusione. I modelli utilizzati dal gruppo di ricerca mostrano che alla base del ghiacciaio potrebbe quindi formarsi azoto molecolare liquido.

Il passaggio più difficile è spiegare come riesca a raggiungere la superficie prima di congelare. L’ipotesi è che il liquido sfrutti crepe e fratture nello strato di ghiaccio, risalendo abbastanza rapidamente da arrivare all’esterno e distribuirsi nelle depressioni superficiali per un breve periodo.

Sputnik Planitia potrebbe essere ancora geologicamente attiva

La scoperta è importante soprattutto perché rafforza un’idea emersa fin dai primi dati della missione: Plutone non è un corpo geologicamente morto.

La superficie di Sputnik Planitia mostra pochissimi crateri da impatto. Questo indica che viene rinnovata su scale temporali relativamente brevi. Secondo i modelli, alcune aree della pianura potrebbero avere un’età inferiore al milione di anni, molto poco in termini geologici.

Anche le grandi celle osservate sulla superficie sono interpretate come il risultato della convezione del ghiaccio di azoto: materiale più caldo risale lentamente, mentre quello più freddo sprofonda, rinnovando continuamente il paesaggio.

È uno dei motivi per cui le osservazioni di New Horizons continuano a produrre nuove informazioni su Plutone a oltre dieci anni dal sorvolo. Le immagini inviate nel 2015 contengono dettagli che possono essere reinterpretati man mano che migliorano modelli e tecniche di analisi.

Non sono stati osservati fiumi di azoto in movimento

È importante distinguere il risultato scientifico da un’interpretazione eccessiva. New Horizons non ha fotografato direttamente un flusso di azoto liquido mentre scorreva.

La sonda ha osservato caratteristiche superficiali compatibili con l’azione recente di un liquido. Gli autori propongono che quel liquido sia azoto proveniente dalla base del ghiacciaio, ma la ricostruzione si basa sulla morfologia, sul confronto con ambienti glaciali terrestri e sui modelli fisici.

Il titolo dello stesso studio parla infatti di “possible N2 basal flow”: si tratta di un’ipotesi sostenuta da diversi indizi, non della rilevazione diretta di un lago o di un corso d’acqua attivo.

Cosa cambia nella nostra idea di Plutone

Prima dell’arrivo di New Horizons, Plutone veniva spesso immaginato come una piccola sfera ghiacciata ai confini del Sistema Solare. Il passaggio della sonda ha mostrato invece montagne, ghiacciai, strutture atmosferiche, possibili fenomeni criovulcanici e una superficie estremamente varia.

La possibilità che ancora oggi esistano episodi di fusione e risalita di azoto aggiunge un altro elemento a questo quadro. Significa che anche a temperature estremamente basse possono esistere cicli geologici complessi, molto diversi da quelli terrestri.

New Horizons si trova ormai molto oltre Plutone e continua il suo viaggio nella fascia di Kuiper. La sonda è ancora operativa: recentemente New Horizons è tornata in comunicazione dopo una fase di ibernazione, nonostante la distanza renda ogni scambio di dati estremamente lento.

Perché questa scoperta interessa anche lo studio degli altri mondi ghiacciati

Capire come si comportano sostanze come azoto, metano e monossido di carbonio a temperature estreme è importante anche oltre Plutone. Molti oggetti della fascia di Kuiper sono ricchi di ghiacci volatili e potrebbero ospitare processi superficiali o sotterranei che oggi conosciamo solo in parte.

La stessa missione New Horizons ha trasformato anche la conoscenza di Caronte. Studi successivi hanno individuato sulla superficie della luna di Plutone composti inattesi: abbiamo approfondito, per esempio, la scoperta di anidride carbonica e perossido di idrogeno su Caronte.

Sputnik Planitia resta però uno dei laboratori naturali più sorprendenti del Sistema Solare esterno. Se il modello del flusso basale di azoto è corretto, sotto quella superficie apparentemente immobile esiste ancora una dinamica capace di modificare il paesaggio.

Cosa servirà per avere una conferma definitiva

New Horizons non tornerà su Plutone, quindi la verifica diretta non sarà semplice. Gli scienziati potranno continuare a riesaminare i dati già raccolti, confrontare immagini ottenute in momenti diversi e sviluppare modelli più precisi del comportamento dell’azoto nel sottosuolo.

Una futura missione dedicata a Plutone, idealmente un orbiter capace di osservare la superficie per anni, permetterebbe di cercare variazioni nel tempo e capire se queste zone scure cambiano davvero. Sarebbe il modo più efficace per stabilire quanto il pianeta nano sia ancora attivo oggi.

Per ora il risultato cambia comunque il modo in cui possiamo descrivere Plutone: non semplicemente un mondo congelato, ma un corpo nel quale ghiaccio, calore interno e materiali volatili potrebbero interagire ancora oggi, producendo fenomeni che New Horizons ha iniziato a mostrarci soltanto undici anni fa.

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