La storia di Tim Friede, l’uomo che si è fatto mordere più di 200 volte da serpenti velenosi, è tornata a circolare sui social con una conclusione spettacolare: sarebbe diventato immune e il suo sangue potrebbe permettere di creare un antiveleno universale.
La storia ha una solida base scientifica, ma sui social viene spesso semplificata.
Tim Friede non ha prodotto nel proprio sangue un antidoto universale già utilizzabile sull’uomo. Dopo anni di esposizione a differenti veleni, il suo sistema immunitario ha però sviluppato anticorpi eccezionalmente versatili. Studiandoli, i ricercatori hanno identificato due anticorpi, LNX-D09 e SNX-B03, che insieme al farmaco varespladib hanno formato un cocktail sperimentale capace, nei topi, di fornire protezione completa contro il veleno di 13 specie di elapidi su 19 e protezione parziale contro le altre sei.
Il risultato è stato pubblicato nel 2025 sulla rivista scientifica Cell e rappresenta un passo importante verso antiveneni capaci di funzionare contro numerose specie contemporaneamente.
Ed è questa, molto più dell’incredibile storia dei suoi 200 morsi, la parte che potrebbe avere conseguenze sulla medicina.
Chi è Tim Friede e perché si è fatto mordere dai serpenti

Tim Friede è uno statunitense appassionato di serpenti e autodidatta nel campo dell’erpetologia.
Per circa 18 anni ha sottoposto volontariamente il proprio organismo a ripetute esposizioni al veleno.
Non si trattava soltanto di morsi.
Friede si somministrava anche quantità crescenti di veleno nel tentativo di sviluppare una risposta immunitaria contro le tossine.
Secondo le ricostruzioni disponibili, ha subito oltre 200 morsi e centinaia di inoculazioni di veleno. La Repubblica, nel raccontare il caso nel 2025, riportava 200 morsi e circa 500 iniezioni.
Tra gli animali ai quali si è esposto figurano alcuni serpenti estremamente pericolosi, compresi cobra e mamba.
Ma parlare semplicemente di un uomo che si è “abituato” al veleno rischia di dare un’impressione completamente sbagliata.
Friede ha rischiato di morire.
In uno degli episodi più gravi, nel 2001, finì in coma per quattro giorni dopo essere stato morso mentre maneggiava un cobra egiziano.
La sua esperienza, quindi, non rappresenta un metodo sicuro per ottenere immunità e non deve essere imitata.
La parte interessante per la medicina è ciò che è accaduto al suo sistema immunitario.
Tim Friede è immune al veleno dei serpenti?

Non nel senso assoluto che potrebbe suggerire questa frase.
Non esiste un unico “veleno di serpente”.
Ogni specie produce una miscela complessa di proteine, enzimi e tossine e la composizione può cambiare considerevolmente tra specie differenti.
Alcune tossine interferiscono con il sistema nervoso e possono provocare paralisi; altre alterano la coagulazione, provocano emorragie, danneggiano i reni oppure distruggono i tessuti.
È uno dei motivi per cui creare un singolo antidoto capace di neutralizzare tutti i serpenti velenosi è così difficile.
Nel caso di Friede è successo però qualcosa di particolarmente interessante.
Dopo anni di esposizione a differenti veleni, il suo organismo aveva sviluppato anticorpi capaci di riconoscere tossine appartenenti a più specie.
I ricercatori hanno deciso di cercare proprio questi anticorpi.
Cosa hanno trovato nel sangue di Tim Friede

Il gruppo di ricerca ha analizzato la risposta immunitaria di Friede alla ricerca di anticorpi con una caratteristica molto importante: la capacità di neutralizzare tossine differenti ma strutturalmente simili.
Sono emersi in particolare due anticorpi:
LNX-D09
e
SNX-B03.
Sono anticorpi ampiamente neutralizzanti, cioè capaci di riconoscere bersagli presenti nei veleni di specie differenti.
È un approccio che ricorda una strategia utilizzata anche nella ricerca contro alcuni virus: anziché inseguire ogni singola variante, si cercano regioni sufficientemente conservate da poter essere colpite con lo stesso anticorpo.
Nel caso dei serpenti significa cercare punti deboli condivisi da diverse tossine.
Ed è qui che compare il terzo componente dell’esperimento.
LNX-D09, SNX-B03 e varespladib: il cocktail sperimentale
I due anticorpi derivati dalla risposta immunitaria di Friede sono stati combinati con varespladib, una piccola molecola capace di inibire un’altra importante famiglia di tossine presenti nei veleni.
Il risultato è un cocktail composto da tre elementi:
- anticorpo LNX-D09;
- anticorpo SNX-B03;
- varespladib.
L’idea è importante perché un veleno non contiene una sola tossina.
Bloccarne una potrebbe non essere sufficiente.
Combinando anticorpi che riconoscono bersagli differenti con una molecola capace di inibire un’altra classe di tossine, i ricercatori possono ampliare enormemente lo spettro del trattamento.
Il test contro 19 serpenti: cosa è successo
I ricercatori hanno quindi affrontato la domanda decisiva: quanto può essere ampia questa protezione?
Il cocktail è stato sperimentato nei topi utilizzando i veleni di 19 specie di elapidi, un gruppo che comprende cobra, mamba, taipan, krait e serpenti corallo.
Il risultato è stato notevole:
protezione completa contro 13 delle 19 specie testate;
protezione parziale contro le altre 6.
Questo numero è importante perché permette di capire quanto siano fuorvianti alcune versioni circolate sui social.
Non significa che esista già un antidoto universale contro 19 serpenti.
Significa che una combinazione di due anticorpi e un inibitore delle tossine ha mostrato nei topi una capacità di protezione molto ampia contro 19 differenti veleni di elapidi, con efficacia diversa a seconda della specie.
È comunque un risultato considerevole.
Quali serpenti potrebbero essere coperti?

La ricerca riguarda gli elapidi, una delle principali famiglie di serpenti velenosi.
Ne fanno parte animali tristemente famosi come:
- cobra;
- mamba;
- taipan;
- krait;
- serpenti corallo.
Sono serpenti che producono spesso potenti neurotossine capaci di interferire con la trasmissione dei segnali tra nervi e muscoli.
Nei casi più gravi la conseguenza può essere la paralisi respiratoria.
Ma qui troviamo anche il principale limite dell’esperimento.
Perché non possiamo ancora chiamarlo antiveleno universale

Esiste un’altra grande famiglia di serpenti di enorme importanza medica: i viperidi.
Vipere e altri serpenti appartenenti a questo gruppo possiedono veleni che possono avere caratteristiche molto differenti rispetto a quelli degli elapidi.
Possono provocare, per esempio, gravi alterazioni della coagulazione, emorragie e distruzione dei tessuti.
Un trattamento universale dovrebbe riuscire a neutralizzare efficacemente anche queste tossine.
C’è poi un secondo limite ancora più importante.
I risultati principali della ricerca derivano da esperimenti sui topi.
Un trattamento efficace in un modello animale non è automaticamente sicuro ed efficace nell’uomo.
Servono ulteriori studi, valutazioni tossicologiche e sperimentazioni cliniche prima che un farmaco di questo tipo possa diventare una terapia disponibile negli ospedali.
Per questo è più corretto parlare di antiveneno ad ampio spettro o di un passo verso un possibile antiveleno universale.
Come vengono prodotti gli antiveneni che utilizziamo oggi

Per comprendere perché questa ricerca interessa tanto gli scienziati bisogna guardare a come vengono prodotti molti antiveneni.
Il principio utilizzato ancora oggi ha più di un secolo.
Piccole quantità di veleno vengono inoculate generalmente in animali, spesso cavalli.
Il loro sistema immunitario produce anticorpi.
Il plasma viene successivamente raccolto e gli anticorpi vengono purificati per ottenere l’antiveneno.
È un sistema che ha salvato moltissime vite, ma presenta diversi limiti.
L’efficacia può essere fortemente legata alle specie utilizzate per produrre il farmaco e alla regione geografica in cui circolano determinati serpenti.
Inoltre gli anticorpi di origine animale possono provocare reazioni immunitarie nell’uomo.
La possibilità di utilizzare anticorpi monoclonali umani prodotti in laboratorio apre quindi uno scenario completamente differente.
Perché un antiveneno ad ampio spettro sarebbe così importante
I morsi di serpente non rappresentano un problema sanitario marginale.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno nel mondo vengono morse dai serpenti circa 4,5-5,4 milioni di persone.
Tra 1,8 e 2,7 milioni sviluppano sintomi clinici da avvelenamento e ogni anno si stimano tra 81.000 e 138.000 morti.
Fino a 400.000 sopravvissuti possono inoltre riportare disabilità permanenti, comprese amputazioni.
L’OMS considera infatti l’avvelenamento da morso di serpente una malattia tropicale negletta.
Il peso maggiore ricade sulle comunità rurali e agricole di Africa, Asia e America Latina, dove l’accesso rapido alle cure può essere difficile.
Ed è qui che un trattamento ad ampio spettro potrebbe cambiare radicalmente la situazione.
Perché oggi bisogna sapere quale serpente ti ha morso
Quando una persona arriva in ospedale dopo il morso di un serpente, conoscere la specie responsabile può essere estremamente utile per scegliere il trattamento appropriato.
Ma nella vita reale non è sempre possibile.
Il serpente può essere scomparso.
La vittima potrebbe non averlo visto bene.
Specie differenti possono essere difficili da distinguere.
E gli ospedali devono poter disporre dell’antiveneno appropriato.
Un trattamento capace di neutralizzare numerosi veleni differenti potrebbe ridurre parte di questa complessità.
Invece di avere un antidoto estremamente specifico, sarebbe possibile utilizzare cocktail progettati per colpire intere famiglie di tossine.
Ed è probabilmente questo il futuro più realistico della ricerca.
Un solo antiveleno per tutti i serpenti potrebbe non essere necessario

C’è infatti un’altra possibilità.
L’obiettivo finale potrebbe non essere una singola fiala capace di neutralizzare ogni serpente velenoso esistente sulla Terra.
Alcuni ricercatori ritengono che potrebbe essere più realistico sviluppare cocktail ad ampio spettro ottimizzati per determinate regioni geografiche o famiglie di serpenti.
In questo modo un ospedale africano, asiatico o sudamericano potrebbe disporre di un trattamento capace di coprire gran parte delle specie pericolose presenti nella propria regione senza dover conservare numerosi antiveneni differenti.
È una distinzione importante quando si parla di “antiveleno universale”: il risultato clinicamente più utile potrebbe essere qualcosa di leggermente diverso dal concetto suggerito dal nome.
Si può diventare immuni al veleno facendosi mordere?
La storia di Tim Friede potrebbe far nascere una domanda inevitabile: una persona può allenare il proprio sistema immunitario facendosi mordere progressivamente dai serpenti?
Non è una strategia medica.
L’esposizione ripetuta non garantisce una protezione sufficiente e un singolo morso può inoculare una quantità imprevedibile di veleno.
Le conseguenze possono comprendere paralisi, emorragie, insufficienza renale, danni permanenti ai tessuti e morte.
Lo stesso Friede ha rischiato la vita durante i suoi esperimenti.
Il valore scientifico del suo caso deriva quindi dall’analisi degli anticorpi che il suo organismo ha prodotto, non dal fatto che l’auto-esposizione al veleno possa rappresentare una terapia.
Non lo è.
A che punto siamo oggi
La ricerca pubblicata nel 2025 non rappresenta la conclusione del progetto.
Centivax, l’azienda biotecnologica coinvolta nel lavoro, continua a lavorare sull’idea di un antiveneno capace di coprire uno spettro molto ampio di serpenti.
Nel 2026 Friede continua inoltre a essere associato al progetto e l’obiettivo dichiarato resta quello di ampliare la copertura oltre gli elapidi.
La distanza tra un esperimento riuscito nei topi e un farmaco utilizzabile negli esseri umani rimane però considerevole.
Ed è proprio questo il punto che distingue la ricerca scientifica dal racconto diventato virale.
Cosa sappiamo in breve sul caso Tim Friede

Chi è Tim Friede?
È un appassionato ed esperto autodidatta di serpenti statunitense che per circa 18 anni si è esposto volontariamente a differenti veleni.
Quante volte è stato morso?
Le ricostruzioni parlano di oltre 200 morsi, oltre a centinaia di inoculazioni volontarie di veleno.
È immune al veleno dei serpenti?
Ha sviluppato una risposta immunitaria eccezionalmente ampia contro alcune tossine, ma non significa che sia invulnerabile a qualsiasi veleno o a qualsiasi dose.
Il suo sangue viene utilizzato come antidoto?
No. I ricercatori hanno studiato i suoi anticorpi e ne hanno selezionati alcuni per riprodurli e utilizzarli sperimentalmente.
Esiste già un antiveleno universale?
No. Esiste un cocktail sperimentale che nei topi ha fornito protezione completa contro 13 specie di elapidi e parziale contro altre sei.
Quali anticorpi sono stati scoperti?
Due dei protagonisti del cocktail sperimentale sono gli anticorpi LNX-D09 e SNX-B03, combinati con varespladib.
È già utilizzabile sulle persone?
No. Sono necessari ulteriori studi prima di arrivare a un eventuale utilizzo clinico.
La parte più sorprendente della storia non sono i 200 morsi
È facile capire perché la vicenda di Tim Friede sia diventata virale.
Un uomo che sopravvive a centinaia di esposizioni ai veleni di cobra, mamba e altri serpenti sembra una storia costruita appositamente per i social.
Ma concentrarsi soltanto sui morsi rischia di far perdere il punto più importante.
Il sistema immunitario di Friede ha permesso agli scienziati di individuare anticorpi capaci di riconoscere caratteristiche condivise dalle tossine di serpenti differenti.
Da quella scoperta è stato possibile costruire un cocktail che nei modelli animali ha raggiunto una copertura insolitamente ampia.
Non abbiamo ancora l’antiveleno universale.
Abbiamo però una dimostrazione importante: invece di sviluppare un antidoto per ogni singolo serpente, potrebbe essere possibile progettare trattamenti capaci di neutralizzare contemporaneamente intere famiglie di veleni.
Per milioni di persone che ogni anno vivono nelle regioni del mondo dove i morsi di serpente rappresentano ancora un serio problema sanitario, è questo il risultato che conta.