Il Segnale Wow non è stato decifrato, non contiene un messaggio leggibile e non dimostra l’esistenza di una civiltà extraterrestre. Ma quasi cinquant’anni dopo la rilevazione del 15 agosto 1977, le nuove analisi degli archivi del radiotelescopio Big Ear hanno corretto alcuni dei numeri che credevamo di conoscere e rafforzato l’ipotesi che l’evento avesse un’origine astronomica.
La parte più interessante del caso nel 2026 non è quindi chiedersi se “gli alieni ci abbiano chiamato”, ma capire che cosa fu registrato realmente, quali dati sono sopravvissuti e perché la sorgente non è mai stata identificata. Scartabellando nei documenti del progetto Arecibo Wow!, negli archivi Big Ear e nei lavori scientifici più recenti emerge una storia più complessa di quella raccontata abitualmente.
6EQUJ5 non è un codice e non è un messaggio alieno

La sequenza 6EQUJ5 è diventata una delle immagini più famose della storia della radioastronomia, ma viene spesso interpretata in modo sbagliato. Non è una frase, non è un alfabeto extraterrestre e non contiene informazioni che possano essere “tradotte”.
Il computer del Big Ear utilizzava un solo carattere per rappresentare l’intensità ricevuta in ciascun intervallo. Dopo il 9 venivano usate le lettere: A valeva 10, B valeva 11 e così via. Nella sequenza del Wow, quindi, i caratteri corrispondono a livelli crescenti e poi decrescenti del rapporto segnale-rumore. Il valore massimo, U, indicava un’intensità intorno a 30 volte il rumore di fondo.
Jerry Ehman vide quella curva impressa sulla carta alcuni giorni dopo la rilevazione, cerchiò i sei caratteri con una penna rossa e scrisse “Wow!” a margine. Il nome nacque così.
I famosi 72 secondi non indicano necessariamente la durata della sorgente
Un altro dettaglio importante cambia il modo di leggere l’evento. Si dice spesso che il Segnale Wow “durò 72 secondi”. In realtà, 72 secondi erano il tempo in cui la rotazione terrestre permetteva al fascio del Big Ear di attraversare quella sorgente.
Il profilo cresce, raggiunge un massimo e poi diminuisce quasi come la risposta attesa dell’antenna quando una sorgente puntiforme entra ed esce dal fascio. La scheda dati aggiornata del progetto Arecibo Wow! sottolinea proprio questo punto: l’emissione fisica avrebbe potuto durare per diversi minuti o persino più a lungo. Il telescopio non poteva continuare a seguirla, perché lavorava in scansione di transito sfruttando la rotazione della Terra.
Cosa è cambiato con i dati aggiornati al 2026
Il progetto Arecibo Wow! ha recuperato e rianalizzato decenni di materiale dell’Ohio SETI Program con tecniche moderne. La pagina dati del progetto, aggiornata a settembre 2026, riporta parametri più precisi rispetto alle ricostruzioni storiche.
| Parametro | Valore aggiornato | Perché conta |
|---|---|---|
| Frequenza | 1420,726 MHz | È vicina alla riga dell’idrogeno neutro, ma implica una velocità radiale diversa da quella ipotizzata in passato |
| Intensità di picco | oltre 300 Jy | Il segnale potrebbe essere stato più intenso di quanto indicassero le vecchie stime |
| Posizione | due campi possibili a declinazione circa -26°57′ | La sorgente resta ambigua perché non sappiamo quale dei due ricevitori la registrò |
| Ripetizione | nessuna confermata | Senza una seconda rilevazione non è possibile identificare definitivamente il fenomeno |
La revisione non “risolve” il Segnale Wow. Riduce però lo spazio delle ipotesi e rende meno convincente l’idea di una normale interferenza radio terrestre. Il profilo del segnale, la banda estremamente stretta e il comportamento durante il transito continuano a essere compatibili con una sorgente celeste.
Dietro il Wow ci sono decine di migliaia di segnali mai studiati a fondo

Qui i documenti diventano ancora più interessanti. Un lavoro del 2026 dedicato agli ultimi decenni dell’Ohio SETI Program racconta che il Big Ear non produsse soltanto il foglio con 6EQUJ5. Nel corso delle campagne vennero archiviati oltre 40.000 eventi radio transitori a banda stretta.

La maggior parte non si ripeteva dalla stessa direzione e quindi non poteva essere attribuita facilmente a una sorgente persistente. Ma il punto è un altro: una parte enorme dell’archivio non è mai stata analizzata con gli strumenti di oggi.
Il preprint tecnico sulla rianalisi del Wow descrive inoltre un lavoro di conservazione impressionante. Tra il 2006 e il 2017 furono fotografate più di 75.000 pagine di stampa prodotte dal sistema N50CH del Big Ear. L’archivio completo delle immagini originali arriva a circa 1,24 TB, mentre la versione convertita in JPEG occupa circa 69 GB. Esiste perfino una directory separata, chiamata “wow”, con 74 immagini relative alla sessione del 15 agosto 1977.
Il quadro storico è ricostruito nel lavoro The Ohio SETI Program – The Last Decades, che mostra quanto materiale resti ancora da esplorare.
Perché il Segnale Wow comparve in un solo ricevitore
Il Big Ear utilizzava due fasci di ricezione leggermente separati. Una sorgente celeste persistente avrebbe dovuto attraversare prima un fascio e, circa tre minuti dopo, l’altro. Il Wow apparve invece una sola volta.
Questo lascia due possibilità principali: il segnale si spense nel breve intervallo tra i due passaggi oppure si accese dopo che il primo fascio aveva già superato la sorgente. Poiché i dati dei due ricevitori venivano combinati, oggi non sappiamo con certezza quale dei due abbia registrato l’evento. È per questo che restano due zone possibili del cielo.
È anche uno dei motivi per cui le ricerche successive possono aver guardato nel posto sbagliato o con una finestra troppo ridotta.
L’ipotesi dell’idrogeno: una spiegazione naturale possibile, non una soluzione
La novità più interessante degli ultimi anni arriva dai dati d’archivio di Arecibo. I ricercatori hanno trovato segnali radio molto più deboli, stretti e vicini alla frequenza dell’idrogeno, associabili a piccole nubi di idrogeno neutro freddo nella Via Lattea.
Da qui nasce l’ipotesi: una nube di idrogeno potrebbe essere stata temporaneamente “accesa” da un evento energetico esterno, per esempio un flare di magnetar o un soft gamma repeater. Processi di emissione stimolata, simili a un maser astronomico o alla superradianza, potrebbero in teoria produrre un segnale molto stretto e molto più brillante del normale.
Il punto da non perdere è questo: è una spiegazione fisica proposta, non una causa dimostrata per l’evento del 1977. Lo stesso progetto Arecibo Wow! specifica che per confermarla servirà osservare altri eventi comparabili e identificare il meccanismo responsabile.
Quindi gli alieni sono esclusi?
No, ma questo non significa che esistano prove a loro favore. Il Wow nacque all’interno di un programma SETI e possedeva diverse caratteristiche che i ricercatori cercavano in una possibile tecnofirma: forte intensità, banda stretta e comportamento coerente con una sorgente nel cielo.
Quello che manca è l’elemento decisivo: la ripetibilità. Nessun osservatorio ha mai registrato di nuovo lo stesso segnale dalla stessa posizione. Per la scienza non basta che un evento sia compatibile con una trasmissione artificiale: servono osservazioni indipendenti, possibilità di replica e dati che permettano di escludere le spiegazioni naturali.
È lo stesso principio che abbiamo spiegato nella nostra guida su cosa accadrebbe se venisse rilevato un segnale extraterrestre credibile: una singola anomalia non basta per annunciare una scoperta.
Il legame con 3I/ATLAS non è una prova
Negli ultimi anni il Segnale Wow è tornato spesso nelle discussioni anche per associazioni con oggetti interstellari. Nel nostro approfondimento su 3I/ATLAS e le ipotesi sui suoi comportamenti anomali avevamo già citato la vicinanza apparente tra alcune direzioni celesti.
Ma una somiglianza sulla volta celeste non crea un collegamento fisico. Non esiste oggi una prova osservativa che leghi il Wow a 3I/ATLAS, a ‘Oumuamua o a un altro oggetto interstellare.
Perché il mistero del Wow è ancora scientificamente utile
Il valore del Segnale Wow nel 2026 non è soltanto storico. Il caso mostra un problema molto attuale nella ricerca di tecnofirme: come distinguere un evento artificiale da un fenomeno naturale raro che non abbiamo ancora catalogato.
Se l’ipotesi dell’idrogeno stimolato fosse confermata, il Wow non diventerebbe meno interessante. Potrebbe trasformarsi nella prima osservazione nota di un tipo di transiente radio naturale mai riconosciuto prima, e allo stesso tempo insegnerebbe ai programmi SETI come evitare falsi positivi.
Se invece dagli archivi emergessero altri eventi con la stessa firma ma senza una spiegazione astrofisica convincente, la domanda si riaprirebbe con dati migliori. Ed è proprio qui che il recupero delle vecchie stampe del Big Ear acquista valore: la risposta potrebbe essere già registrata su carta, in mezzo a decine di migliaia di segnali che nessuno ha ancora analizzato fino in fondo.