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Protezione solare e abbronzatura: cinque miti da rivedere

Dalla vitamina D al falso senso di sicurezza della tintarella, cosa indicano le evidenze sui raggi UV.

Massimo 1 ora fa Commenta! 5
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Protezione solare e abbronzatura tornano al centro delle domande estive ogni volta che l’esposizione ai raggi UV aumenta. Il punto da chiarire è che la tintarella non costituisce uno scudo naturale e la crema non rende innocuo restare al sole per ore. Le indicazioni sanitarie internazionali trattano la fotoprotezione come un insieme di misure: ombra, abbigliamento, occhiali e filtri solari sulle aree esposte.

Contenuti di questo articolo
Protezione solare e abbronzatura: cosa c’è di vero nei miti più diffusiVitamina D e protezione solare: perché la risposta non è un sì o un noRaggi UV, SPF e tintarella: cosa cambia nelle abitudini estive

Protezione solare e abbronzatura: cosa c’è di vero nei miti più diffusi

Protezione solare e abbronzatura: cinque miti da rivedere

La protezione solare riduce la quantità di radiazione ultravioletta che raggiunge la pelle, ma non la azzera. Per questo una crema ad alto SPF non autorizza a prolungare l’esposizione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda filtri ad ampio spettro, almeno SPF 30, insieme a ombra e indumenti, soprattutto quando l’indice UV raggiunge 3 o più.

Il primo mito da rivedere riguarda proprio l’idea che la crema sia sufficiente da sola. Il secondo è che con il cielo coperto non serva protezione: la radiazione UV può restare significativa anche in presenza di nuvole. Il terzo riguarda la tintarella, spesso interpretata come segno di pelle più resistente. L’IARC ricorda invece che l’abbronzatura è una risposta della pelle a un danno indotto dai raggi UV.

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Vitamina D e protezione solare: perché la risposta non è un sì o un no

Protezione solare e abbronzatura: cinque miti da rivedere

La vitamina D è il punto su cui le semplificazioni creano più confusione. I raggi UVB partecipano alla sua sintesi cutanea, quindi in condizioni sperimentali una schermatura efficace può ridurre questo processo. Per anni gli studi sull’uso reale dei solari hanno mostrato effetti modesti o poco evidenti sui livelli ematici, anche perché nella vita quotidiana quantità e modalità di applicazione variano molto.

Un trial randomizzato pubblicato nel 2025 su 639 adulti australiani ha però aggiunto un dato nuovo: l’applicazione routinaria di SPF 50+ nei giorni con indice UV pari o superiore a 3 è stata associata, dopo circa un anno, a livelli medi di vitamina D più bassi rispetto all’uso discrezionale. Il trial Sun-D indicizzato su PubMed non suggerisce di rinunciare alla fotoprotezione, ma indica che il rapporto tra filtri molto efficaci e vitamina D merita una lettura meno categorica.

Il quarto mito, quindi, è che per ottenere vitamina D sia necessario esporsi intenzionalmente senza protezione. Le autorità sanitarie continuano a sconsigliare l’eccesso di UV come strategia per correggere una possibile carenza. Chi ha fattori di rischio per deficit di vitamina D, poca esposizione solare o valori già bassi dovrebbe affrontare il tema con il medico, perché esposizione, alimentazione e integrazione non sono intercambiabili in modo automatico.

Raggi UV, SPF e tintarella: cosa cambia nelle abitudini estive

Protezione solare e abbronzatura: cinque miti da rivedere

Il quinto mito è che una pelle già abbronzata possa fare a meno della protezione. Il colore acquisito non impedisce ai raggi UV di continuare a danneggiare il DNA cellulare. Nel 2020, secondo l’OMS, nel mondo sono stati diagnosticati oltre 1,5 milioni di tumori cutanei e registrati più di 120.000 decessi associati. Sono numeri che spiegano perché le indicazioni insistano sulla prevenzione dell’esposizione e non sulla ricerca di una tintarella più rapida.

Anche la quantità di prodotto conta. L’OMS indica per un adulto circa 3-4 cucchiai colmi per coprire l’intero corpo e raccomanda di riapplicare il solare ogni due ore, soprattutto dopo bagno, sudorazione o attività fisica. Nella pratica molte persone ne usano meno, riducendo la protezione effettiva rispetto al valore SPF dichiarato in etichetta.

La domanda più utile, quindi, non è se la protezione solare vada applicata in modo identico in qualsiasi situazione, ma quale livello di fotoprotezione serva in base a indice UV, durata dell’esposizione, ambiente e caratteristiche individuali. La distinzione conta anche per la vitamina D: il dibattito scientifico si sta affinando, mentre resta stabile un punto, cioè che aumentare volontariamente l’esposizione ai raggi UV non è una scorciatoia priva di conseguenze.

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