Le metastasi del tumore al seno potrebbero diffondersi anche grazie a una proprietà fisica finora rimasta in secondo piano: la fluidità del tessuto tumorale. Uno studio internazionale a guida italiana, pubblicato su Nature Materials, mostra che alcune cellule del tumore al seno diventano più invasive quando il tessuto perde compattezza e si comporta in modo più simile a un liquido che a una massa solida.
La scoperta arriva dall’Istituto Airc di Oncologia Molecolare, dall’Università di Milano e da altri centri di ricerca, con la collaborazione dell’Istituto Europeo di Oncologia. Il punto non è solo biologico. Per la prima volta, il comportamento delle metastasi viene letto anche attraverso la fisica dei materiali, osservando come le cellule si muovono, si riorganizzano e scorrono le une rispetto alle altre.
Le metastasi del tumore al seno e la fisica dei tessuti

Quando pensi a un tumore, probabilmente immagini una massa compatta di cellule che cresce in modo incontrollato. Questa immagine è corretta solo in parte. Secondo il nuovo studio, alcuni tumori possono cambiare il proprio comportamento fisico durante la progressione della malattia. Da strutture più coese possono trasformarsi in sistemi più fluidi, dove le cellule riescono a scivolare e riorganizzarsi con maggiore libertà.
La metafora delle gocce d’acqua serve proprio a spiegare questo passaggio. Una goccia che si muove su una superficie non resta rigida. Si deforma, si allarga, cambia forma e aderisce al contesto. In modo simile, un tessuto tumorale più fluido può favorire il movimento collettivo delle cellule e aumentare la capacità invasiva.
Giorgio Scita, direttore del laboratorio Ifom sui meccanismi di migrazione delle cellule tumorali e professore all’Università di Milano, ha spiegato che quando un tumore è più compatto le cellule tendono a restare coese. Quando invece diventa più fluido, riescono a riorganizzarsi e muoversi più facilmente. Questa transizione da uno stato più solido a uno più fluido può quindi diventare una chiave per comprendere meglio la disseminazione tumorale.
Il ruolo della proteina IRSp53
Al centro dello studio c’è una proteina chiamata IRSp53. Questa proteina collega la membrana cellulare al citoscheletro, cioè alla struttura interna che contribuisce a dare forma, stabilità e capacità di movimento alle cellule. Quando i livelli di IRSp53 diminuiscono o la sua distribuzione si altera, il tessuto tumorale diventa più fluido e più incline a muoversi.
I ricercatori hanno osservato questo comportamento in modelli bidimensionali, in sferoidi tridimensionali e in campioni di tumore al seno. La riduzione di IRSp53 aumenta la fluidità cellulare e favorisce quello che nello studio viene definito active wetting, cioè una maggiore capacità del collettivo cellulare di aderire e diffondersi su una superficie.
Questo dato è rilevante perché sposta l’attenzione dal solo profilo genetico e molecolare del tumore a una dimensione più ampia. Non conta soltanto quali mutazioni o segnali biologici siano presenti. Conta anche come il tumore si comporta come materiale. La sua viscosità, la sua coesione e la sua capacità di deformarsi possono incidere sulla malattia.
Secondo Stefano Marchesi, primo firmatario dello studio, la viscosità del tessuto non è quindi un concetto astratto. Può avere un impatto concreto sulla progressione tumorale e sulla prognosi. Nei campioni analizzati, valori anomali di IRSp53 risultano associati a esiti peggiori e a una maggiore probabilità di evoluzione verso forme più aggressive.
Perché un tumore più fluido può essere più invasivo
Un tumore più fluido non significa un tumore liquido nel senso comune del termine. Significa un tessuto in cui le cellule hanno meno attrito reciproco, minore rigidità collettiva e maggiore capacità di riorganizzarsi. Questo permette alle cellule tumorali di muoversi con più facilità dentro l’ambiente circostante.
La differenza è importante. Un tessuto compatto tende a trattenere le cellule in una struttura più stabile. Un tessuto più fluido, invece, può consentire alle cellule di cambiare posizione, adattarsi agli ostacoli e invadere altri spazi. È un comportamento che ricorda la fisica dei materiali morbidi, dove la forma e il movimento dipendono non solo dalla composizione, ma anche dalle forze interne.
Lo studio mostra che la perdita o l’alterazione di IRSp53 riduce l’attrito tra le cellule e aumenta i riarrangiamenti locali. In parole semplici, le cellule diventano più libere di scorrere le une rispetto alle altre. Questo può rendere più facile l’invasione dei tessuti vicini e, potenzialmente, la formazione di metastasi.
Questa visione non sostituisce la biologia del cancro. La completa. Le metastasi restano un processo complesso, fatto di mutazioni, segnali cellulari, ambiente tumorale, sistema immunitario e capacità delle cellule di sopravvivere in sedi diverse. Però la prospettiva fisica aggiunge un livello di lettura nuovo: il tumore non è solo un insieme di cellule malate, ma anche un materiale dinamico.
Una possibile nuova strada per le terapie

Il punto più interessante riguarda le possibili ricadute terapeutiche. Se la fluidità del tumore contribuisce alla sua capacità invasiva, allora in futuro si potrebbe provare ad agire anche su questa proprietà. Non solo bloccare segnali molecolari, ma modificare la meccanica del tessuto tumorale.
È una prospettiva ancora sperimentale. Lo studio non indica una terapia già pronta, né suggerisce che basti intervenire su IRSp53 per fermare le metastasi. Però apre un campo di ricerca importante. Se la viscosità tissutale può essere misurata e collegata alla prognosi, potrebbe diventare un parametro utile per capire quali tumori hanno maggiore rischio di evolvere in forme aggressive.
In futuro, questa informazione potrebbe aiutare a sviluppare terapie capaci di rendere il tessuto tumorale meno fluido, più coeso e quindi meno propenso alla disseminazione. Oppure potrebbe contribuire a identificare pazienti con tumori più invasivi, da monitorare con particolare attenzione.
La ricerca va letta con prudenza. La strada che separa una scoperta di laboratorio da una cura disponibile per i pazienti è lunga. Servono conferme, studi clinici, validazioni su casistiche più ampie e una comprensione più precisa dei meccanismi coinvolti. Ma il valore scientifico della scoperta resta forte: guardare il tumore anche come un sistema fisico permette di formulare domande nuove.
Tumore al seno, cosa cambia nella comprensione della malattia
Il tumore al seno è una malattia molto eterogenea. Non esiste un solo tipo di tumore mammario, ma forme diverse per comportamento biologico, aggressività, risposta ai farmaci e rischio di metastasi. Per questo la ricerca cerca costantemente nuovi marcatori e nuove chiavi interpretative.
La fluidità tissutale potrebbe diventare una di queste chiavi. Non sostituisce i marcatori già usati in oncologia, ma può affiancarli. Sapere che un tumore possiede caratteristiche fisiche più favorevoli alla diffusione potrebbe aiutare a comprendere meglio perché alcune forme restano più localizzate mentre altre diventano più invasive.
Il merito dello studio è anche metodologico. Integra biologia molecolare, microscopia, modelli tridimensionali, analisi fisica e campioni tumorali umani. Questa combinazione rende la scoperta più solida rispetto a un’osservazione isolata. Il comportamento fisico delle cellule viene collegato a un meccanismo molecolare preciso e a dati clinici rilevanti.
Per il tuo modo di leggere la ricerca sul cancro, il messaggio è chiaro: la malattia non dipende solo da ciò che avviene dentro la singola cellula. Dipende anche da come le cellule si organizzano in gruppo, da come interagiscono, da quanto sono coese e da quanto riescono a muoversi come collettivo.
Una scoperta italiana che apre domande nuove
Lo studio coordinato da Ifom e Università di Milano mostra che la fisica può aiutare a capire meglio la biologia del cancro. La metastasi non viene più vista soltanto come il risultato di cellule aggressive che si staccano e viaggiano nell’organismo, ma anche come l’effetto di un cambiamento nelle proprietà materiali del tessuto tumorale.
È una differenza sostanziale. Se un tumore diventa più fluido, le sue cellule possono comportarsi in modo più dinamico e invasivo. Se questo passaggio dipende anche da proteine come IRSp53, allora diventa possibile immaginare nuove strategie per intercettarlo.
Non siamo davanti a una cura immediata. Siamo davanti a una nuova lente. E in medicina, una nuova lente può cambiare molto: può aiutare a vedere meccanismi rimasti nascosti, a individuare nuovi bersagli e a progettare studi più mirati.
La scoperta non deve generare allarmismo. Deve invece rafforzare l’importanza della ricerca di base e della diagnosi precoce. Capire come si muove un tumore, perché cambia consistenza e quali proteine regolano questo comportamento può diventare un tassello importante nella lotta contro le forme più aggressive di tumore al seno.
Secondo te la fisica può diventare una nuova arma per capire meglio il cancro? Scrivicelo nei commenti e seguici su Instagram