Quando l’ambiente diventa più imprevedibile, le persone tendono a pianificare meno e a usare strategie decisionali più semplici. È il risultato di uno studio pubblicato il 28 settembre 2026 su Nature Communications, che ha testato tre forme di incertezza: affidabilità, volatilità e controllabilità.
La conclusione non è che smettiamo di ragionare quando le cose si complicano. Lo studio suggerisce piuttosto che il cervello riduce lo sforzo investito nella pianificazione quando i benefici di un piano dettagliato diventano meno prevedibili.
Che cosa hanno misurato i ricercatori
Il gruppo della New York University ha progettato un compito di pianificazione in cui i partecipanti dovevano prendere decisioni in ambienti con livelli diversi di incertezza. I ricercatori hanno modificato tre caratteristiche comuni nella vita reale: quanto le conseguenze delle azioni fossero affidabili, quanto l’ambiente cambiasse nel tempo e quanto i partecipanti potessero controllare gli esiti.
In tutte e tre le condizioni è emerso lo stesso schema: aumentando l’incertezza, diminuiva il tempo impiegato prima della prima scelta. Gli autori interpretano questo dato come un segnale di minore sforzo di pianificazione.
Perché pianificare meno può avere senso
Pianificare richiede risorse cognitive. Se ogni passaggio ha conseguenze relativamente stabili, investire tempo per confrontare scenari può essere utile. Se invece il mondo cambia rapidamente o le azioni producono risultati poco affidabili, un piano molto dettagliato rischia di diventare obsoleto prima di essere usato.
Questo si collega ad altri studi su come il cervello gestisce compiti impegnativi. In un precedente approfondimento abbiamo raccontato perché negli open space il cervello può lavorare di più quando deve filtrare stimoli e distrazioni. In entrambi i casi il punto centrale è il costo cognitivo necessario per mantenere una strategia.
Che cosa significa “determinizing”
Per capire come cambiavano le strategie, gli autori hanno confrontato diversi modelli cognitivi computazionali. I dati indicano che le persone non calcolavano in modo ottimale tutti i valori attesi possibili. Tendevano invece a semplificare il problema, agendo come se l’ambiente fosse più deterministico di quanto fosse davvero.
Questa scorciatoia viene descritta come determinizing. All’aumentare dell’incertezza, i partecipanti diventavano anche meno sensibili alle differenze di valore tra le opzioni, un comportamento che gli autori collegano alla cosiddetta policy compression.
Non significa che l’incertezza ci renda irrazionali
Lo studio non dimostra che l’incertezza renda automaticamente peggiori tutte le decisioni. Mostra che cambia il compromesso tra precisione e costo cognitivo. Una strategia semplificata può essere meno accurata in alcuni casi, ma anche più economica quando l’ambiente rende fragile qualunque previsione molto dettagliata.
È una distinzione importante anche quando si parla di bias e scorciatoie mentali. Nel nostro articolo sui bias cognitivi e il modo in cui interpretiamo informazioni incerte abbiamo visto come strategie mentali rapide possano influenzare il giudizio; qui, però, il focus è specificamente sul costo della pianificazione in ambienti stocastici.
Quali sono i limiti dello studio
I risultati derivano da un compito sperimentale controllato e da modelli computazionali. Non dimostrano che ogni decisione quotidiana, professionale o economica segua esattamente lo stesso meccanismo. Inoltre il tempo della prima scelta è una misura indiretta dello sforzo di pianificazione, anche se il risultato è coerente tra le tre manipolazioni testate.
Cosa cambia davvero
Il risultato più utile è che la quantità di pianificazione non dipende solo dalla difficoltà del compito. Dipende anche da quanto l’ambiente sembra prevedibile e controllabile. Quando l’incertezza aumenta, le persone sembrano comprimere la strategia e investire meno risorse nel valutare molti passaggi futuri.
La fonte primaria è lo studio Environmental stochasticity reduces human planning effort, pubblicato su Nature Communications.