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NotiziaPsicologia

Open space sotto esame, il cervello lavora di più

Uno studio con EEG confronta uffici aperti e work pod, mostrando quanto ambiente e privacy incidano sull’attenzione.

Redazione 1 ora fa 6
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Contenuti di questo articolo
Cosa ha misurato lo studio sugli open spacePerché rumore e privacy cambiano la concentrazioneUffici ibridi, work pod e progettazione più intelligente

Open space e cervello tornano al centro del dibattito sul lavoro in ufficio. Uno studio condotto alla Universitat Politècnica de València ha usato l’EEG per confrontare l’attività cerebrale di 26 persone mentre svolgevano compiti d’ufficio in due ambienti diversi: uno spazio aperto e una work pod isolata.

La ricerca non parla solo di fastidio o preferenze personali. Il punto è più concreto: rumore, passaggi, stimoli visivi e scarsa privacy possono modificare il carico mentale richiesto per leggere, scrivere, ascoltare e mantenere l’attenzione. Lo stesso lavoro, in pratica, può richiedere più energia cognitiva a seconda dello spazio.

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Cosa ha misurato lo studio sugli open space

Open space sotto esame, il cervello lavora di più

I ricercatori hanno osservato l’attività cerebrale durante attività simili al lavoro quotidiano, non durante test astratti. I partecipanti hanno svolto compiti di lettura, ascolto e scrittura in un open space e in una postazione più protetta, così da confrontare il costo cognitivo dei due ambienti.

Lo studio, pubblicato su Buildings con il titolo Temporal Trajectories in EEG-Based Mental Workload, descrive un confronto tra una postazione aperta e una work pod autoportante, pensata per ridurre rumore e stimoli visivi. Il campione era piccolo, 26 persone, quindi i risultati vanno letti come un’indicazione da approfondire, non come una sentenza definitiva.

Il dato più interessante riguarda l’andamento nel tempo. Nell’open space l’attività cerebrale tendeva ad aumentare durante la sessione, segnale compatibile con un maggiore sforzo per mantenere la concentrazione. Nella work pod, invece, l’attivazione corticale diminuiva progressivamente, suggerendo un profilo di lavoro meno dispendioso.

Questo non significa che ogni ufficio aperto sia dannoso o che ogni cabina isolata sia la soluzione perfetta. Significa però che l’ambiente fisico entra nel lavoro mentale. Una telefonata vicina, una persona che passa dietro la sedia o uno schermo sempre visibile possono obbligare il cervello a filtrare stimoli continui.

Perché rumore e privacy cambiano la concentrazione

La concentrazione non dipende solo dalla volontà. Dipende anche dalla quantità di stimoli che il cervello deve ignorare per restare sul compito. In ufficio questo lavoro invisibile può diventare costante: voci, notifiche, movimenti laterali, call senza cuffie, riunioni improvvisate e passaggi frequenti.

L’open space nasce spesso con un obiettivo sensato: favorire scambio rapido, collaborazione e accessibilità tra colleghi. Funziona bene quando il lavoro richiede coordinamento, confronto o decisioni veloci. Diventa più problematico quando nello stesso ambiente si pretende anche lettura profonda, scrittura precisa, analisi di dati o attività che richiedono memoria di lavoro.

Il rumore più critico non è sempre quello più forte. Le conversazioni comprensibili possono interferire con l’attenzione perché il cervello tende a processarle anche quando non sono rilevanti. Per questo una voce vicina può disturbare più di un rumore costante e indistinto.

  • Gli open space facilitano interazione e comunicazione rapida.
  • Le work pod proteggono meglio attività che richiedono concentrazione prolungata.
  • La variabilità individuale conta: alcune persone tollerano meglio stimoli e rumore, altre molto meno.
  • La progettazione degli uffici dovrebbe separare collaborazione, call e lavoro profondo.

Un altro elemento emerso dalla ricerca è la variabilità tra persone. Non tutti reagiscono allo stesso modo. C’è chi riesce a lavorare bene anche con più conversazioni attorno e chi perde lucidità dopo poco tempo. Questo rende fragile l’idea di un modello unico di ufficio valido per tutti.

Uffici ibridi, work pod e progettazione più intelligente

Open space sotto esame, il cervello lavora di più

La lettura più utile dello studio non è abolire gli open space. La direzione più solida è progettare uffici ibridi, con aree aperte per collaborare, stanze per le call, postazioni raccolte per concentrarsi e zone in cui il lavoro silenzioso non sia trattato come un’eccezione.

Lo smart working ha reso evidente un fatto che molte aziende avevano sottovalutato: molte persone lavorano meglio quando controllano il proprio ambiente. Una porta chiusa, meno rumore e meno interruzioni possono incidere sulla qualità del lavoro quanto una buona sedia o un monitor più grande.

Le work pod non vanno viste come oggetti di design per uffici costosi, ma come strumenti pratici quando servono attenzione, privacy e riduzione del carico mentale. Possono essere utili per scrivere, correggere, programmare, studiare documenti, preparare presentazioni o gestire call delicate.

Il limite resta l’equilibrio. Un ufficio fatto solo di cabine isolate riduce lo scambio. Un ufficio fatto solo di scrivanie aperte rischia di chiedere al cervello un lavoro continuo di difesa dagli stimoli. La progettazione più efficace dovrebbe partire dai compiti, non dalla moda del momento.

Se altri studi confermeranno questi risultati con campioni più ampi, le aziende avranno un motivo in più per ripensare gli spazi non solo in termini di metri quadrati, ma di attenzione, benessere e qualità del lavoro. La domanda diventa semplice: quanto tempo perdiamo davvero non per lavorare, ma per riuscire a ignorare tutto il resto?

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