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Lettura: I dadi da gioco più antichi del mondo hanno 12.000 anni e vengono dai nativi americani
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I dadi da gioco più antichi del mondo hanno 12.000 anni e vengono dai nativi americani

I dadi più antichi al mondo hanno 12.000 anni e venivano usati da nativi americani cacciatori-raccoglitori. Erano binari, con solo due facce. Studio su American Antiquity.

Redazione 2 mesi fa Commenta! 9
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La storia del gioco d’azzardo e del pensiero probabilistico va riscritta. Uno studio pubblicato sulla rivista American Antiquity dall’antropologo Robert Madden della Colorado State University ha identificato i dadi da gioco più antichi al mondo, risalenti a oltre 12.000 anni fa e prodotti da gruppi di cacciatori-raccoglitori nativi americani verso la fine dell’ultima era glaciale. Non erano cubici come i dadi moderni, ma avevano solo due facce e venivano lanciati in gruppo per produrre risultati casuali nell’ambito di giochi strutturati con regole precise. La scoperta anticipa di migliaia di anni ciò che gli storici avevano finora attribuito esclusivamente al Vecchio Mondo, riaprendo il dibattito sulle origini globali del pensiero matematico e della comprensione umana della casualità.

Contenuti di questo articolo
Cosa si sapeva prima: i dadi come invenzione del Vecchio MondoI reperti: dadi binari dai siti di Folsom, in CaliforniaCome funzionavano i dadi binariIl significato per la storia del pensiero probabilisticoPerché l’America precede il Vecchio MondoImplicazioni per la storia globale del gioco

Cosa si sapeva prima: i dadi come invenzione del Vecchio Mondo

Fino a questo studio, la storiografia tradizionale collocava l’invenzione dei dadi e dei giochi d’azzardo nell’area geografica che comprende il Medio Oriente, l’Asia centrale e il Mediterraneo antico. I reperti più noti includono dadi in osso e avorio trovati in contesti mesopotamici e egizi, risalenti a circa 5.000 anni fa, e dadi tetraedrici rinvenuti nel sito di Ur, in Iraq, considerati a lungo tra i più antichi esempi documentati di questo tipo di strumento.

L’assunzione implicita era che lo sviluppo di oggetti progettati per generare risultati casuali in modo controllato fosse legato all’emergere di società complesse, con mercati, commercio e pratiche religiose che incorporavano elementi di fortuna e divinazione. Le popolazioni di cacciatori-raccoglitori del continente americano non rientravano in questo schema interpretativo.

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I risultati di Madden contraddicono questa impostazione in modo diretto.

I reperti: dadi binari dai siti di Folsom, in California

I più antichi esemplari identificati nello studio provengono dai siti di Folsom, in California, e risalgono a un intervallo compreso tra 12.200 e 12.800 anni fa, collocandoli quindi alla fine del Pleistocene, il periodo geologico noto come ultima era glaciale. I siti di Folsom sono già noti in archeologia per i ritrovamenti di punte di freccia caratteristiche della cultura omonima, utilizzata da gruppi di cacciatori specializzati nella caccia ai bisonti estinti.

I dadi identificati nello studio erano piccoli pezzi di osso accuratamente lavorati, piatti o leggermente arrotondati, di forma ovale o rettangolare, di dimensioni tali da poter essere tenuti in una mano e lanciati su una superficie. Non erano strumenti prodotti casualmente o oggetti di uso quotidiano riutilizzati per il gioco: la lavorazione accurata e le caratteristiche morfologiche ricorrenti indicano che venivano fabbricati intenzionalmente per questo scopo specifico.

Come funzionavano i dadi binari

La struttura di questi oggetti era fondamentalmente diversa da quella dei dadi poliedrici moderni, ma il principio era analogo. Le due facce erano distinte da segni, trattamenti superficiali, colorazioni o altre modifiche visibili, in modo da rendere immediatamente riconoscibile quale dei due lati fosse rivolto verso l’alto dopo il lancio. Una delle due facce era designata come lato “di conteggio”, in modo analogo a testa o croce su una moneta.

Il gioco prevedeva il lancio simultaneo di un set di più dadi su una superficie. Il punteggio veniva determinato dal numero di dadi che atterravano con la faccia di conteggio rivolta verso l’alto. Questo sistema combinava semplicità costruttiva con una struttura di gioco capace di produrre una gamma di risultati diversi a seconda del numero di dadi nel set, e di supportare regole articolate basate su punteggi differenziati.

Un set di dieci dadi binari, ad esempio, può produrre undici esiti diversi in termini di numero di facce di conteggio visibili, con distribuzioni di probabilità calcolabili attraverso i principi che molto più tardi sarebbero stati formalizzati nella teoria matematica della probabilità.

Il significato per la storia del pensiero probabilistico

La scoperta non riguarda soltanto l’archeologia del gioco, ma tocca una questione più ampia nella storia intellettuale dell’umanità. Come sottolinea Madden, gli storici della matematica identificano tradizionalmente l’invenzione dei dadi e dei giochi d’azzardo come un passaggio cruciale nel percorso attraverso cui l’umanità ha progressivamente compreso la natura casuale e probabilistica del mondo.

Riconoscere che questo passaggio era già avvenuto in Nord America 12.000 anni fa, in contesti di cacciatori-raccoglitori, modifica il quadro complessivo. Non significa che questi gruppi applicassero formalmente la teoria della probabilità, disciplina matematica che si sarebbe sviluppata molto più tardi in Europa. Significa però che creavano, osservavano e si affidavano intenzionalmente a risultati casuali in modo strutturato, basato su regole ripetibili, sfruttando regolarità probabilistiche come la legge dei grandi numeri, ovvero il principio per cui, ripetendo un evento casuale molte volte, i risultati tendono verso distribuzioni prevedibili.

Questa distinzione è importante. Comprendere intuitivamente che lanciare molti dadi produce distribuzioni regolari di risultati, e costruire giochi che sfruttano questa regolarità, è una forma di conoscenza probabilistica pratica che precede di millenni la sua formalizzazione matematica.

Perché l’America precede il Vecchio Mondo

Dadi

Una delle domande naturali che emerge da questa scoperta riguarda le ragioni per cui i nativi americani abbiano sviluppato questi strumenti prima delle civiltà del Vecchio Mondo che tradizionalmente vengono associate all’origine del gioco organizzato.

Una risposta parziale sta nel contesto culturale dei cacciatori-raccoglitori dell’era glaciale nordamericana. Questi gruppi vivevano in ambienti instabili, dove la caccia dipendeva da fattori imprevedibili e dove la gestione dell’incertezza era una competenza quotidiana fondamentale. I giochi basati sul caso potrebbero essere stati strumenti sociali per gestire decisioni collettive, per la divinazione, per l’allocazione di risorse o semplicemente per l’intrattenimento durante i mesi invernali in cui la mobilità era ridotta.

La semplicità costruttiva dei dadi binari, realizzabili con materiali disponibili in qualsiasi contesto come ossa di animali cacciati, li rendeva accessibili a qualsiasi gruppo indipendentemente dal livello di sviluppo tecnologico o dall’organizzazione sociale.

Implicazioni per la storia globale del gioco

Lo studio di Madden invita a riconsiderare la narrativa eurocentrica che ha a lungo dominato la storia della matematica, del gioco e del pensiero astratto. L’idea che concetti come la casualità controllata, le regole di punteggio e la competizione strutturata siano emersi in un unico luogo geografico per poi diffondersi nel resto del mondo non regge più di fronte a evidenze che collocano pratiche analoghe in contesti completamente indipendenti e cronologicamente anteriori.

Questa non è la prima revisione di questo tipo nella storia dell’archeologia cognitiva. Studi sulle origini dell’arte rupestre, dei sistemi di conteggio e degli strumenti musicali hanno progressivamente mostrato che molte capacità considerate tipicamente umane emergono in modo indipendente in aree geografiche diverse e in epoche diverse, suggerendo che si tratti di espressioni naturali di una mente umana che condivide le stesse strutture cognitive fondamentali ovunque nel mondo.

I dadi binari dei nativi americani di 12.000 anni fa si inseriscono in questo quadro come un ulteriore esempio della tendenza universale della mente umana a cercare struttura, regole e significato anche nel caos apparente dei risultati casuali.

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