Una ricerca condotta presso la Weill Cornell Medicine e il NewYork-Presbyterian ha identificato un legame significativo tra un particolare tipo di cellula tumorale circolante, definita duale-positiva (DP), e una riduzione dei tempi di sopravvivenza nelle pazienti affette da carcinoma mammario avanzato. Queste cellule rappresentano una componente ancora poco approfondita ma potenzialmente determinante per comprendere la progressione della malattia. Le cellule tumorali circolanti sono elementi che si distaccano dalla massa principale per diffondersi nel sangue, agendo come precursori per la formazione di metastasi in altri organi.

Le cellule duali-positive e il loro impatto sul carcinoma mammario avanzato
Le cellule duali-positive si distinguono per la loro natura ibrida, manifestando simultaneamente marcatori tipici delle cellule tumorali e delle cellule immunitarie. Si ipotizza che tali formazioni derivino da processi di fusione cellulare estremamente rari tra questi due diversi lignaggi.
Sebbene studi precedenti avessero già associato la presenza di cellule DP a prognosi sfavorevoli nel melanoma e nel tumore al pancreas, l’attuale indagine ha esteso tale correlazione al carcinoma mammario avanzato. L’associazione con una sopravvivenza ridotta è risultata particolarmente marcata nel sottotipo triplo negativo, noto per la sua aggressività clinica.

Oltre alle osservazioni cliniche, il team di ricerca ha impiegato modelli animali per dimostrare la capacità attiva delle cellule DP di indurre la formazione di metastasi. Queste evidenze suggeriscono che le cellule ibride non siano semplici indicatori della gravità della malattia, ma attori dinamici nella sua diffusione.
Secondo la dottoressa Carolina Reduzzi, co-autrice dello studio, l’approfondimento della biologia di queste cellule insolite potrebbe risultare cruciale per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche e per il perfezionamento dei sistemi di monitoraggio della risposta ai trattamenti, offrendo strumenti più precisi per la gestione del carcinoma mammario triplo negativo.
Coordinamento della ricerca e metodologia dello studio
La Dott.ssa Eleonora Nicolò, docente di ricerca presso la Weill Cornell Medicine, ha ricoperto il ruolo di co-autrice principale dello studio insieme alla Dott.ssa Reduzzi. Entrambe le ricercatrici operano all’interno del laboratorio del Dott. Massimo Cristofanilli, autore senior della pubblicazione, professore presso la Divisione di Ematologia e Oncologia Medica della Weill Cornell Medicine e oncologo presso il NewYork-Presbyterian.

L’indagine ha preso il via analizzando i campioni di sangue di 340 donne affette da carcinoma mammario avanzato, reclutate inizialmente presso la Northwestern University durante il precedente incarico del Dott. Cristofanilli. Sebbene le cellule duali-positive (DP) tendano a presentarsi in quantità inferiori rispetto alle normali cellule tumorali circolanti, la loro rilevanza clinica si è dimostrata estremamente significativa.
I ricercatori hanno riscontrato la presenza di almeno una cellula DP nel 44,7% del campione, corrispondente a 152 pazienti. I dati hanno rivelato che le donne con un riscontro di tre o più cellule DP presentavano una sopravvivenza mediana di 23,5 mesi, un valore nettamente inferiore rispetto ai 33,6 mesi registrati per le pazienti con meno di tre cellule. Questa correlazione statistica tra l’elevata presenza di cellule DP e una prognosi più severa è stata successivamente confermata attraverso l’analisi di un secondo gruppo indipendente di 51 pazienti presso il centro NewYork-Presbyterian/Weill Cornell Medical Center, validando la solidità della scoperta.

Un’analisi comparativa tra i vari sottotipi di tumore al seno ha permesso di circoscrivere l’impatto delle cellule DP. Il rischio di una sopravvivenza ridotta legato a queste cellule è apparso concentrato principalmente nelle pazienti affette da carcinoma mammario triplo negativo. Questo specifico sottotipo si distingue per l’assenza dei tre recettori comunemente utilizzati come bersagli terapeutici e marcatori diagnostici, ovvero i recettori degli estrogeni, del progesterone e della proteina HER2, rendendo la scoperta di nuovi biomarcatori come le cellule DP ancora più cruciale per la gestione clinica di queste pazienti.
Origine cellulare e basi biologiche delle cellule duali-positive
Le evidenze raccolte dai ricercatori supportano con forza l’ipotesi che le cellule DP abbiano origine da un processo di fusione tra cellule tumorali e macrofagi. Questa teoria è suffragata dal fatto che il 60% delle cellule DP analizzate nei campioni clinici mostrava la presenza di un marcatore macrofagico standard. Un ulteriore riscontro decisivo è giunto dalla sperimentazione su modelli animali: il team è stato in grado di rilevare queste cellule ibride nei topi affetti da cancro al seno esclusivamente in presenza di un sistema immunitario integro, suggerendo che l’interazione tra le difese dell’organismo e la massa tumorale sia un prerequisito fondamentale per la loro formazione.
Dal punto di vista genetico, circa il 29% delle cellule DP esaminate presentava alterazioni del numero di copie, una tipologia di anomalia genomica frequentemente riscontrata nei tessuti neoplastici. Sebbene le cellule tumorali circolanti di tipo convenzionale mostrino una frequenza maggiore di tali aberrazioni, le cellule DP si sono rivelate pienamente capaci di innescare processi metastatici nei modelli animali. Questa capacità sottolinea la pericolosità di tali elementi, che non solo sopravvivono nel flusso sanguigno ma possiedono le caratteristiche biologiche necessarie per colonizzare nuovi tessuti.

L’identificazione di queste cellule apre nuove strade per la ricerca oncologica, evidenziando la necessità di studiarle come entità biologiche distinte. Attualmente, il team guidato dal Dott. Cristofanilli è impegnato in una caratterizzazione completa dei modelli di espressione genica delle cellule DP, con l’obiettivo di definirne con maggiore esattezza l’origine e il comportamento.
Come sottolineato dal Dott. Cristofanilli, le terapie attuali sono progettate per colpire le cellule tumorali ordinarie, ignorando la biologia peculiare delle cellule DP. Una comprensione più profonda di queste dinamiche è dunque essenziale per sviluppare trattamenti mirati che possano neutralizzare efficacemente queste forme ibride e migliorare la prognosi delle pazienti.
Lo studio è stato pubblicato su Science Translational Medicine.