Il cancro ovarico rappresenta una delle patologie oncologiche più letali e insidiose a livello globale, primariamente a causa della difficoltà intrinseca di giungere a una diagnosi tempestiva e accurata nelle fasi iniziali dello sviluppo tumorale. Quando la malattia viene individuata precocemente, il tasso di sopravvivenza a cinque anni può superare brillantemente il novanta percento, offrendo prognosi decisamente favorevoli. Al contrario, qualora la diagnosi avvenga in fase avanzata, corrispondente al terzo o quarto stadio clinico, le probabilità di sopravvivenza a cinque anni si riducono drasticamente a meno della metà, evidenziando l’urgente necessità di sviluppare nuove metodologie cliniche e tecnologiche per l’intercettazione precoce della neoplasia.

Cancro ovarico: un nuovo dispositivo per la raccolta di cellule viabili
Per decenni la comunità scientifica internazionale ha ritenuto che il carcinoma ovarico originasse direttamente dal tessuto delle ovaie. Tuttavia, scoperte fondamentali compiute circa venti anni fa dai ricercatori impegnati nello studio della patologia hanno dimostrato che la stragrande maggioranza dei casi di carcinoma sieroso di alto grado, ovvero la variante più comune e aggressiva, trae in realtà origine all’interno delle tube di Falloppio.
Individuare la malattia in questa specifica e delicata sede anatomica rimane tuttora estremamente difficile per la classe medica e patologica. Tale criticità è dovuta in parte al fatto che le lesioni precursore possono presentarsi sotto una forma microscopica, risultando estremamente ardue da campionare attraverso i protocolli clinici tradizionali. Nonostante queste oggettive difficoltà diagnostiche, l’individuazione di questa specifica origine anatomica ha aperto la strada a nuove ed efficaci opzioni di prevenzione chirurgica mirata.

Le donne considerate ad alto rischio oncologico possono infatti valutare la possibilità di sottoporsi alla rimozione preventiva delle tube di Falloppio successivamente al completamento del percorso riproduttivo e dopo il parto. Questa particolare procedura chirurgica profilattica consente di azzerare o ridurre drasticamente il rischio di sviluppare la patologia, preservando al contempo in larga misura la normale produzione ormonale endogena e la fisiologia della paziente.
La dottoressa Rebecca Stone, illustre oncologa ginecologica presso la Johns Hopkins University School of Medicine e titolare della cattedra Stoddard e O’Neil, sostiene da tempo l’adozione clinica di questa procedura preventiva per le pazienti predisposte. Grazie anche alla mediazione e alla collaborazione con la professoressa Angela Belcher del Massachusetts Institute of Technology, i ricercatori hanno intensificato gli sforzi congiunti per ideare e sviluppare nuovi approcci avveniristici dedicati alla diagnosi precoce, ponendo la tecnologia di prelievo cellulare al centro di questo ampio impegno scientifico.
Il limite dei metodi tradizionali e l’ispirazione ingegneristica interdisciplinare
L’esigenza di innovazione è nata dai quesiti iniziali posti dai ricercatori, i quali si sono chiesti se fosse concretamente possibile raccogliere cellule viventi e perfettamente viabili da regioni anatomiche circoscritte delle tube di Falloppio rimosse chirurgicamente, al fine di studiare in modo approfondito le primissime fasi della carcinogenesi. Il procedimento clinico e patologico tradizionale prevede l’immersione immediata delle tube di Falloppio appena espiantate all’interno di un conservante chimico, seguita dal sezionamento meticoloso del tessuto biologico.
Se da un lato questo conservante chimico assolve egregiamente il compito di preservare la struttura macroscopica e microscopica complessiva del tessuto, dall’altro provoca la morte cellulare irreversibile, impedendo totalmente la coltivazione delle cellule in vitro per finalità di ricerca o test funzionali. Il medico patologo esamina successivamente sottili sezioni tissutali al microscopio alla ricerca di anomalie; si tratta tuttavia di un processo che richiede un ingenti quantità di tempo e risulta strutturalmente dannoso per la componente cellulare viva.

L’ispirazione per superare questo limite storico è emersa in seguito a una visita diretta dei ricercatori del Massachusetts Institute of Technology ai chirurghi operativi all’interno delle sale operatorie della Johns Hopkins. Osservando le procedure cliniche sul campo, il gruppo guidato dal professor Kripa Varanasi, docente di ingegneria meccanica e titolare della cattedra Maher A. Elmasri, ha compreso come le competenze ingegneristiche potessero offrire una svolta radicale. Nel laboratorio di Varanasi si studia approfonditamente la fisica delle interfacce tra fluido e superficie, un’expertise che ha suggerito l’impiego di un flusso di liquido controllato in sostituzione del tradizionale bisturi o delle spazzole meccaniche.
La collaborazione sinergica tra clinici e ingegneri ha permesso di unire la profonda comprensione delle reali esigenze terapeutiche e diagnostiche in sala operatoria con le avanzate prospettive offerte dalla fluidodinamica applicata. Questo fecondo scambio di conoscenze ha consentito di affrontare un problema medico complesso attraverso un paradigma tecnologico radicalmente nuovo, trasformando radicalmente le potenzialità di analisi dei tessuti umani asportati.
Il funzionamento della tecnologia microfluidica stampata in tre dimensioni
La risposta concreta a questa sfida scientifica si concretizza in un sofisticato dispositivo microfluidico realizzato tramite tecniche di stampa in tre dimensioni, progettato appositamente per instaurare una tenuta a depressione ermetica direttamente a contatto con la superficie del tessuto biologico. Il sistema ideato si avvale di un meccanismo a doppia siringa: la prima siringa genera il vuoto necessario per mantenere il dispositivo stabilmente adeso al tessuto senza causare alcuna dispersione di liquido o traumi alle aree circostanti, mentre la seconda siringa direziona con estrema precisione il flusso del fluido all’interno di un canale microscopico dedicato.
Attraverso questo movimento controllato del liquido, il dispositivo applica una forza di scorrimento parallela alla superficie tissutale, generando uno stress di taglio calibrato che permette di staccare in modo estremamente delicato le cellule viventi da sezioni microscopiche di tessuto. I rigorosi test comparativi condotti dai ricercatori hanno dimostrato che le cellule isolate tramite questo innovativo approccio microfluidico mantengono un livello di vitalità straordinario e si sviluppano in coltura con molta più facilità ed efficacia rispetto a quelle staccate mediante le metodologie meccaniche convenzionali.

La versatilità di questa tecnologia è stata ampiamente validata attraverso la sperimentazione su campioni freschi di tube di Falloppio umane, ricevuti regolarmente tramite spedizioni tempestive dai partner clinici della Johns Hopkins. Nonostante la necessità di gestire i campioni a orari imprevedibili, il team di ricerca è riuscito costantemente a isolare cellule vitali e a trasformarle con successo in organoidi tridimensionali. Questi modelli biologici viventi rappresentano uno strumento di importanza inestimabile per la modellazione avanzata delle malattie, per l’esecuzione di test farmacologici mirati e per il progresso della medicina personalizzata.
Prospettive future per la medicina personalizzata e la ricerca oncologica
Le prospettive aperte da questa tecnologia innovativa spaziano ben oltre i confini attuali della diagnostica precoce, ponendo le basi per una vera e propria rivoluzione nell’ambito dei trattamenti oncologici personalizzati per i singoli pazienti. La possibilità di disporre di cellule viventi estratte da regioni anatomiche mirate consente di coltivare organoidi rappresentativi della specifica patologia del singolo individuo, offrendo ai medici la straordinaria opportunità di testare preventivamente la risposta cellulare a differenti combinazioni farmacologiche prima di intraprendere le terapie cliniche definitive.
Attualmente, i ricercatori focalizzano l’utilizzo del dispositivo su tessuti biologici già resecati chirurgicamente, una scelta metodologica che semplifica notevolmente l’iter di approvazione normativa e consente di perfezionare ulteriormente l’affidabilità del sistema. Tuttavia, l’obiettivo a lungo termine dichiarato dal team scientifico prevede l’adattamento e l’impiego del dispositivo direttamente all’interno del corpo delle pazienti durante le normali procedure endoscopiche o chirurgiche, riducendo drasticamente i tempi di diagnosi e rendendo il prelievo cellulare minimamente invasivo.

Ulteriori sviluppi tecnologici sono attualmente orientati all’integrazione di approcci ottici avanzati capaci di identificare visivamente e in tempo reale le regioni tissutali sospette o alterate, guidando con precisione millimetrica il prelievo microfluidico delle cellule vitali esattamente nelle aree di interesse patologico. Tale integrazione impiantistica e diagnostica potrebbe presto entrare a far parte dei flussi di lavoro routinari dell’istopatologia clinica moderna, offrendo ai patologi e agli oncologi un metodo inedito e potentissimo per studiare i meccanismi fondamentali della carcinogenesi direttamente sul tessuto umano vivente.
L’impatto di questa ricerca riflette pienamente la motivazione profonda che anima il lavoro quotidiano del professor Varanasi e dei suoi collaboratori, impegnati a trasferire le scoperte ingegneristiche nate in laboratorio verso applicazioni pratiche capaci di incidere concretamente sulla salute e sul benessere delle persone. La prospettiva che questo lavoro possa un giorno contribuire a salvare vite umane attraverso una diagnosi precoce del cancro ovarico rappresenta il traguardo più gratificante e significativo per l’intera comunità scientifica coinvolta in questo ambizioso progetto multidisciplinare.
Lo studio è stato pubblicato su Device.