Due batteriofagi isolati da acque reflue ospedaliere hanno mostrato attività in vitro contro ceppi di Escherichia coli uropatogeno multiresistente, ma lo studio non dimostra ancora che possano curare un’infezione urinaria nell’uomo. Il risultato, pubblicato il 1 ottobre 2026, è un passo preliminare verso nuove strategie contro UPEC resistenti agli antibiotici e capaci di formare biofilm.
Perché i batteriofagi interessano nelle infezioni urinarie
I batteriofagi sono virus che infettano specificamente i batteri. L’interesse nasce dal problema della resistenza antimicrobica: nelle infezioni del tratto urinario, E. coli uropatogeno è una delle cause principali e alcuni ceppi possono essere resistenti a più antibiotici. La capacità di formare biofilm rende inoltre più difficile eliminare il batterio.
Nel nuovo lavoro i ricercatori hanno analizzato 23 isolati UPEC multiresistenti. Otto, pari al 34,8%, formavano biofilm: tre forti, uno moderato e quattro deboli.

Cosa hanno fatto i due fagi isolati
Dal refluo ospedaliero in Etiopia sono stati isolati due batteriofagi, indicati come ΦET-3175 e ΦFETA-207. Il primo ha mostrato l’attività più ampia: era in grado di colpire 6 dei 23 isolati testati, cioè il 26,1% del campione.
ΦET-3175 mostrava un rapporto di infezione ottimale a MOI 0,1, oltre il 95% di adsorbimento entro 20 minuti, un periodo di latenza di circa 30 minuti e una produzione media di 147 particelle fagiche per cellula infettata. Entrambi i fagi hanno mantenuto attività rilevabile tra pH 4 e 10 e fino a 50 °C.
Il biofilm è stato eliminato?
No. ΦET-3175 ha ridotto la biomassa del biofilm tra il 3,2% e il 39,5% nei quattro isolati suscettibili analizzati, ma la differenza complessiva non ha raggiunto la significatività statistica nel confronto appaiato riportato dagli autori. È quindi corretto parlare di segnale sperimentale, non di efficacia dimostrata contro il biofilm.

Cosa significa per chi ha una UTI resistente
Per ora non cambia la terapia delle infezioni urinarie. Lo studio è in vitro, usa un numero limitato di isolati e non valuta sicurezza, dose, distribuzione nell’organismo o efficacia clinica. Servono caratterizzazione genomica dei fagi, test biologici più ampi e studi preclinici prima di poter pensare a sperimentazioni terapeutiche nell’uomo.
Il tema si collega alle alternative studiate contro le UTI ricorrenti, come il vaccino orale sperimentale per le infezioni del tratto urinario, e alla ricerca su virus progettati per colpire batteri resistenti. Sono approcci differenti, ma nascono dalla stessa necessità: trovare strumenti aggiuntivi quando gli antibiotici diventano meno efficaci.
Perché il risultato resta interessante
Il punto forte del lavoro non è aver trovato una cura, ma aver isolato fagi attivi contro alcuni UPEC multiresistenti e averne misurato proprietà utili per la selezione di candidati futuri. La specificità dei fagi può essere un vantaggio, ma anche un limite: un fago efficace contro un ceppo può non esserlo contro un altro, come mostra il range d’ospite relativamente ristretto osservato qui.
Fonte scientifica
La fonte primaria è lo studio Isolation and phenotypic characterization of bacteriophages targeting multidrug-resistant biofilm-forming uropathogenic Escherichia coli from hospital sewage, pubblicato su Scientific Reports il 1 ottobre 2026.





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