L’innalzamento del livello del mare potrebbe aprire una nuova via alle invasioni biologiche: aree costiere oggi terrestri, una volta sommerse, possono diventare habitat adatti a specie marine non native già presenti in altre regioni. È la conclusione di uno studio pubblicato su Nature Ecology & Evolution, che ha modellizzato il rischio su scala globale.
Secondo gli autori, oltre due terzi delle aree costiere che potrebbero essere sommerse nel corso del secolo risulterebbero ambientalmente adatte ad almeno una parte delle 122 specie marine non native analizzate. Lo studio non dice che tutte queste invasioni avverranno, ma identifica una nuova frontiera di rischio da includere nei sistemi di monitoraggio.

Che cosa cambia quando il mare avanza
Quando il livello del mare sale, non aumenta soltanto il rischio di erosione e allagamento. Parte delle aree terrestri costiere può trasformarsi in nuovi ambienti salmastri o marini. Questi spazi appena formati possono essere colonizzati da organismi provenienti dal mare.
Per le specie non native già introdotte tramite navigazione, acquacoltura o altri vettori, la comparsa di nuovi habitat può creare opportunità di espansione verso l’interno. Il rischio è particolarmente rilevante negli estuari e nelle coste densamente utilizzate dall’uomo, dove le introduzioni biologiche sono già frequenti.
Quanto territorio potrebbe diventare adatto
Lo studio stima che circa 290.000-470.000 chilometri quadrati di terre costiere sommerse potrebbero offrire condizioni ambientali adatte alle specie considerate entro la metà e la fine del secolo. Le aree più esposte si concentrano soprattutto negli estuari delle medie latitudini.
Queste cifre descrivono habitat potenzialmente idonei, non una previsione certa della presenza futura di una specie. Per stabilirsi davvero, un organismo deve riuscire a raggiungere il nuovo habitat, sopravvivere, riprodursi e competere con le comunità locali.

Quali specie sono state considerate
I ricercatori hanno analizzato 122 animali marini non nativi già stabiliti al di fuori del proprio areale originario. Hanno combinato dati sulla distribuzione delle specie, condizioni ambientali marine e proiezioni delle aree costiere soggette a sommersione.
L’obiettivo non era prevedere una singola invasione, ma capire se il cambiamento fisico della costa possa creare un numero consistente di nuovi habitat compatibili con specie già note per la capacità di colonizzare ambienti lontani dall’areale originario.
Perché gli estuari sono un punto critico
Gli estuari combinano acqua dolce e salata, infrastrutture portuali, traffico navale e ambienti disturbati. Sono quindi sia porte d’ingresso per molte specie non native sia zone che possono cambiare rapidamente quando la linea di costa arretra.
Su Tech abbiamo già approfondito il problema delle specie aliene invasive in Europa. Il nuovo studio aggiunge un elemento diverso: non considera soltanto come il clima sposta le condizioni adatte alle specie, ma anche come crea fisicamente nuovi spazi sommersi da colonizzare.
Un esempio concreto di specie marina invasiva già rilevante per le coste italiane è il granchio blu e il dibattito sul suo controllo biologico. Lo studio globale non prevede il destino di una singola specie in Italia, ma mostra perché la gestione delle invasioni dovrà tenere conto anche dell’evoluzione futura delle coste.
Che cosa significa per la gestione delle coste
Gli autori propongono di integrare il rischio di invasione biologica nei sistemi di allerta per le aree costiere destinate a essere sommerse o riallineate. Monitorare soltanto le specie già presenti potrebbe non bastare: sarà importante osservare anche i nuovi habitat che si formano e le possibili vie di arrivo.
La prevenzione è importante perché, una volta stabilita, una specie invasiva può diventare molto difficile e costosa da rimuovere. Intercettare l’arrivo nelle prime fasi permette di concentrare gli interventi prima che la popolazione si espanda.
Quali sono i limiti dello studio
- si tratta di modelli di idoneità ambientale e non di una previsione certa di colonizzazione;
- il risultato dipende dagli scenari futuri di innalzamento del mare e dalle condizioni climatiche considerate;
- la diffusione reale dipende anche da porti, trasporti, acquacoltura e altri vettori umani;
- le interazioni con specie locali, predatori e competitori possono favorire o impedire l’insediamento.
Cosa cambia davvero
Il messaggio centrale è che l’innalzamento del mare non modifica soltanto la posizione della costa: può creare nuovi habitat marini e salmastri dove specie non native potrebbero trovare condizioni adatte. Per questo le future mappe di rischio biologico dovranno includere anche le zone costiere che oggi sono ancora terraferma.
La fonte primaria è lo studio Global sea-level rise will create a new biological invasion front, pubblicato su Nature Ecology & Evolution.





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