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Salute · Scienza

Nuovo bersaglio contro la malaria: scoperta la proteina che controlla la divisione del parassita

Lo studio internazionale identifica ARK1 come elemento chiave del ciclo vitale del Plasmodium: possibile strada verso farmaci più mirati ed efficaci

3 min di lettura
Malaria

Un gruppo di ricercatori provenienti da diverse istituzioni internazionali ha fatto luce su un meccanismo cruciale che permette al parassita della malaria di crescere e diffondersi. Il lavoro ha individuato una proteina altamente specializzata – chiamata Aurora-related kinase 1 (ARK1) – indispensabile per la sopravvivenza del parassita e per il suo passaggio tra ospiti, rendendola un promettente bersaglio per nuovi farmaci antimalarici.

Nuovo bersaglio contro la malaria: scoperta la proteina che controlla la divisione del parassita

Lo studio, pubblicato su Nature Communications, ha coinvolto scienziati dell’University of Nottingham, del National Institute of Immunology (NII) in India, dell’University of Groningen nei Paesi Bassi, del Francis Crick Institute e altri centri di ricerca. Secondo gli autori, ARK1 agisce come una sorta di “controllore del traffico” cellulare durante il processo, particolarmente atipico, di crescita e divisione del parassita.

Perché capire il Plasmodium è fondamentale

La malaria resta una delle malattie infettive più letali al mondo. È causata da parassiti del genere Plasmodium, che si moltiplicano rapidamente sia nell’uomo sia nelle zanzare. Comprendere in dettaglio come questi organismi si dividono e si riproducono è essenziale per sviluppare strategie realmente efficaci contro la malattia.

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Nuovo bersaglio contro la malaria: scoperta la proteina che controlla la divisione del parassita

A differenza delle cellule umane, il parassita utilizza un meccanismo di divisione più complesso e meno “standard”. I ricercatori hanno scoperto che ARK1 svolge un ruolo centrale nell’organizzazione del fuso mitotico, la struttura che separa il materiale genetico consentendo la formazione di nuove cellule parassitarie.

Spegnere ARK1 blocca il ciclo vitale

Negli esperimenti di laboratorio, la disattivazione della proteina ha portato a un rapido collasso dello sviluppo del parassita. Senza ARK1, il Plasmodium non riesce a formare correttamente il fuso mitotico e quindi non può dividersi in modo efficace.

Il risultato è netto: il parassita non completa il proprio ciclo vitale né nell’uomo né nella zanzara, interrompendo di fatto la catena di trasmissione della malaria.

Nuovo bersaglio contro la malaria: scoperta la proteina che controlla la divisione del parassita

“Il nome Aurora richiama la dea romana dell’alba, e riteniamo che questa proteina rappresenti davvero un nuovo inizio per la comprensione della biologia cellulare della malaria“, ha dichiarato il dottor Ryuji Yanase, primo autore dello studio.

Un bersaglio ideale per nuovi farmaci

Studiare il Plasmodium è particolarmente complesso perché attraversa fasi diverse nei due ospiti principali. Proprio per questo, sottolineano i ricercatori, la collaborazione internazionale è stata determinante.

“Il Plasmodium si divide tramite processi distinti nell’uomo e nella zanzara. Il lavoro di squadra ci ha permesso di comprendere quasi simultaneamente il ruolo di ARK1 in entrambi gli ospiti“, hanno spiegato Annu Nagar e il dottor Pushkar Sharma del BRIC-NII di Nuova Delhi.

Nuovo bersaglio contro la malaria: scoperta la proteina che controlla la divisione del parassita

Un elemento che rende la scoperta particolarmente promettente è la forte differenza tra il sistema ARK1 del parassita e le proteine equivalenti presenti nelle cellule umane. Questa divergenza apre la possibilità di sviluppare farmaci altamente selettivi.

“Possiamo potenzialmente progettare molecole capaci di colpire solo l’ARK1 del parassita, bloccando la malaria senza danneggiare il paziente“, ha aggiunto il professor Tewari.

Cosa cambia ora

Capire come funziona questa “macchina molecolare” offre una direzione più chiara per sviluppare terapie mirate che interrompano il ciclo vitale del parassita e riducano la trasmissione della malaria. Non è ancora una cura definitiva, ma rappresenta un passo concreto verso trattamenti più efficaci, selettivi e sostenibili nel lungo periodo.

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