Il vaccino progettato con intelligenza artificiale chiamato pEVAC-PS è stato testato per la prima volta sugli esseri umani. La notizia conta perché non riguarda soltanto un nuovo candidato vaccino contro i coronavirus, ma un approccio che punta a prepararsi a minacce virali che potrebbero emergere in futuro, invece di inseguirle quando sono già diffuse.
Come funziona il vaccino progettato con intelligenza artificiale

pEVAC-PS utilizza un antigene sviluppato con la piattaforma computazionale DioSynVax. Invece di concentrarsi esclusivamente su un virus già noto, il sistema analizza sequenze genetiche appartenenti a più coronavirus correlati per individuare le regioni che cambiano meno nel tempo. L’obiettivo è creare una risposta immunitaria più ampia e meno dipendente dalle singole varianti.
I ricercatori si sono concentrati sul receptor-binding domain, la parte della proteina virale che permette al coronavirus di agganciarsi alle cellule umane. Questo approccio ricorda altre applicazioni avanzate dell’AI nella ricerca scientifica, dove l’elaborazione di enormi quantità di dati accelera processi che richiederebbero anni. Un esempio diverso ma significativo è rappresentato dal progetto NEO, il primo chip cerebrale invasivo approvato al mondo, dove tecnologie avanzate e medicina stanno convergendo sempre più rapidamente.
Per approfondire il meccanismo biologico coinvolto è possibile consultare la documentazione dedicata ai coronavirus, una famiglia virale che comprende sia virus responsabili di comuni raffreddori sia agenti patogeni più pericolosi come SARS e COVID-19.
I risultati dei primi test clinici sull’uomo
Lo studio di fase I ha coinvolto 39 volontari tra i 18 e i 50 anni. Ogni partecipante ha ricevuto due somministrazioni separate da 28 giorni, mentre i ricercatori hanno monitorato sicurezza e risposta immunitaria per diversi mesi.
I risultati indicano che il vaccino è stato ben tollerato e non ha mostrato problemi di sicurezza significativi. La risposta immunitaria osservata è risultata moderata, ma il dato va interpretato nel contesto dello studio: tutti i partecipanti avevano già sviluppato una certa immunità grazie alle vaccinazioni anti Covid o a precedenti infezioni.
- 39 volontari coinvolti nello studio
- Due somministrazioni distanziate di 28 giorni
- Nessun problema di sicurezza rilevante emerso nella fase I
Perché questo approccio potrebbe cambiare la preparazione alle pandemie
La vera novità non è tanto il vaccino in sé quanto il metodo utilizzato per progettarlo. Se questa strategia si dimostrerà efficace nelle prossime fasi cliniche, potrebbe consentire di sviluppare vaccini capaci di riconoscere intere famiglie di virus anziché singole varianti. In pratica, si passerebbe da una risposta reattiva a una più preventiva.
La capacità di anticipare scenari futuri è uno degli aspetti che rendono l’intelligenza artificiale sempre più centrale nella ricerca. Lo stesso principio si ritrova in ambiti diversi, dalla sicurezza informatica alle infrastrutture digitali, come dimostra il collegamento quantum-safe realizzato da TIM tra due data center italiani, progettato per affrontare minacce che potrebbero diventare concrete negli anni a venire.
Resta ora da capire se pEVAC-PS riuscirà a confermare i risultati preliminari nelle successive sperimentazioni cliniche. Se ciò accadesse, l’intelligenza artificiale potrebbe assumere un ruolo sempre più importante non solo nella scoperta di farmaci, ma anche nella progettazione di vaccini pensati per contrastare le epidemie prima ancora che inizino.