Project Ara doveva trasformare lo smartphone in qualcosa di simile a un PC assemblabile: una struttura di base e moduli sostituibili per cambiare fotocamera, batteria, processore, display o aggiungere funzioni senza comprare un telefono nuovo. Nel 2013 Motorola, allora controllata da Google, lo presentò con un obiettivo molto ambizioso: fare per l’hardware ciò che Android aveva fatto per il software. Tre anni dopo, però, Google fermò il progetto quando una versione per sviluppatori sembrava finalmente vicina.
La storia è interessante proprio perché Project Ara non fu soltanto un concept da fiera. Arrivò a prototipi funzionanti, conferenze per sviluppatori, un piano commerciale a Porto Rico e una roadmap pubblica che, ancora nel maggio 2016, indicava una Developer Edition entro l’anno e un prodotto consumer nel 2017. Poi tutto si fermò.
Project Ara nasce come “Android dell’hardware”
Motorola annunciò Project Ara nell’ottobre 2013. L’idea era costruire una piattaforma hardware aperta basata su un endoskeleton, cioè un telaio strutturale sul quale inserire moduli intercambiabili. Nella descrizione iniziale, un modulo poteva essere praticamente qualunque componente: processore, schermo, tastiera, batteria aggiuntiva o sensori specializzati.
La formulazione usata da Motorola era esplicita: l’azienda voleva creare per l’hardware un ecosistema simile a quello che Android aveva creato per il software, abbassando le barriere d’ingresso per produttori e sviluppatori. La documentazione dell’epoca è stata ricostruita anche da Ars Technica e dalla stampa internazionale.
Il progetto si intrecciò inoltre con Phonebloks, il concept di Dave Hakkens che aveva raccolto una grande comunità attorno all’idea di un telefono composto da blocchi sostituibili. Motorola portava il lavoro ingegneristico, mentre Phonebloks contribuiva a mostrare che esisteva un interesse reale per dispositivi riparabili e aggiornabili pezzo per pezzo.
Non era solo un prototipo: Google voleva venderlo davvero
Nel gennaio 2015 Google annunciò un test commerciale a Porto Rico. Secondo il piano illustrato alla conferenza per sviluppatori di Ara, gli utenti avrebbero potuto provare e acquistare il telefono attraverso punti vendita mobili in stile food truck. Gli operatori Claro e Open Mobile erano coinvolti nel pilot e Google parlava di oltre 20 moduli disponibili per personalizzare il dispositivo.
La scelta di Porto Rico non era casuale: il mercato offriva una forte penetrazione mobile, operatori diversi e una popolazione abituata ad acquistare telefoni attraverso canali differenti. WIRED documentò il piano nel 2015, spiegando che Google voleva verificare non solo la tecnologia, ma anche domande molto più concrete: quali moduli avrebbero interessato davvero le persone? Come sarebbe stato gestito il supporto? Quanto sarebbe stato semplice spiegare un prodotto così diverso da uno smartphone tradizionale?
Questa è una parte importante della storia: Ara non fallì perché nessuno provò a trasformarlo in un prodotto. Il problema fu arrivare da un’idea affascinante a un oggetto abbastanza affidabile, sottile, economico e semplice da vendere su larga scala.
Il rinvio del 2015 e il problema di tenere insieme i moduli
Il pilot di Porto Rico non partì come previsto. Nell’estate 2015 il team annunciò un rinvio e spostò l’attenzione verso gli Stati Uniti. Fra i problemi emersi ci fu anche il sistema usato per mantenere i moduli in posizione: i magneti elettropermanenti sperimentati non avevano superato in modo soddisfacente i test di caduta. WIRED riportò all’epoca che il team stava cercando una nuova “signature experience” per agganciare e sganciare i componenti.
Il dettaglio dei magneti è documentato, ma non va trasformato nella spiegazione unica del fallimento. Un telefono modulare poneva problemi più ampi: collegamenti elettrici affidabili fra parti rimovibili, spazio occupato dai connettori, resistenza strutturale, gestione termica, consumo energetico e costi. Sono difficoltà ingegneristiche plausibili e discusse dalla stampa tecnica dell’epoca, ma Google non pubblicò mai un rapporto finale che attribuisse la cancellazione a una singola causa tecnica.
Nel 2016 Project Ara cambiò idea sulla modularità
Il passaggio più rivelatore arrivò al Google I/O del maggio 2016. Ara era ancora vivo, ma il progetto era stato profondamente ridisegnato. La nuova Developer Edition avrebbe integrato nel corpo del telefono CPU, GPU, antenne, sensori, batteria e display. I moduli sarebbero rimasti per fotocamere, altoparlanti e accessori aggiuntivi.
In altre parole, proprio le parti che rendevano rivoluzionaria la promessa iniziale — aggiornare nel tempo il cuore del telefono — non sarebbero più state intercambiabili. Ars Technica descrisse il cambio di architettura mentre Google continuava a promettere unità per sviluppatori nel 2016 e un lancio consumer nel 2017.
Questo compromesso rendeva Ara più realistico dal punto di vista industriale, ma riduceva la distanza rispetto ad altri telefoni con accessori modulari. Nello stesso periodo Motorola aveva introdotto i Moto Mods per la famiglia Moto Z: non si cambiava il processore, ma si potevano agganciare batterie, speaker, proiettori e altri accessori.
Perché Google cancellò Project Ara?
La risposta documentata è più prudente di molte ricostruzioni circolate negli anni. Nel settembre 2016 Reuters riportò che Google aveva sospeso Ara nell’ambito di un tentativo di razionalizzare i propri progetti hardware. La notizia fu ripresa da Ars Technica e da altre testate; Google non pubblicò però un dettagliato post-mortem tecnico con una lista ufficiale di cause.
Ciò che possiamo affermare con sicurezza è che Ara arrivò alla cancellazione dopo ritardi ripetuti e dopo aver ridimensionato la modularità che lo aveva reso famoso. Nello stesso periodo Google stava accentrando le proprie iniziative hardware sotto una struttura più coerente, guidata da Rick Osterloh, mentre la linea Pixel stava per diventare il volto degli smartphone progettati direttamente dall’azienda.
Le spiegazioni tecniche ed economiche — costo dei connettori, spazio, autonomia, prestazioni, complessità della certificazione e un mercato dei moduli difficile da sostenere — sono ricostruzioni ragionevoli, ma vanno tenute separate dal fatto ufficialmente riportato della razionalizzazione della strategia hardware. È proprio qui che molte versioni semplificate della storia trasformano ipotesi credibili in una causa certa che Google non ha mai dichiarato pubblicamente.
Project Ara sarebbe arrivato nei negozi nel 2017?
Era il piano comunicato pochi mesi prima della cancellazione. Al Google I/O 2016 la Developer Edition era prevista per l’autunno e il modello consumer per il 2017. Non possiamo sapere se quelle scadenze sarebbero state rispettate: la storia precedente del progetto era già segnata da rinvii. Possiamo però dire che Ara venne fermato in una fase molto più avanzata di un semplice render o brevetto.
Non esiste quindi oggi una versione commerciale di Project Ara da acquistare o rendere compatibile con uno smartphone moderno. I prototipi sono oggetti da collezione e testimonianze di sviluppo, non una piattaforma ancora supportata.
Cosa resta oggi dell’idea di Project Ara
La modularità non è scomparsa: ha semplicemente preso una forma più pragmatica. Invece di promettere un ecosistema nel quale cambiare continuamente CPU, schermo o sensori, i prodotti moderni che insistono su questo concetto puntano soprattutto su riparabilità, durata e sostituzione delle parti soggette a usura.
Fairphone è l’esempio più evidente nel mondo smartphone. Il Fairphone di sesta generazione offre 12 ricambi sostituibili dall’utente e supporto software dichiarato fino al 2033. Sul nostro sito abbiamo raccontato anche il caso del Fairphone 2, arrivato a sette anni di supporto: una filosofia meno spettacolare di Ara, ma molto più vicina a un prodotto realmente sostenibile nel tempo.
Lo stesso principio è diventato riconoscibile nei notebook modulari: Framework ha costruito un’intera linea attorno a componenti sostituibili e aggiornabili. Non è la stessa idea di Ara, ma mostra come parte della sua promessa — evitare che un singolo componente renda obsoleto l’intero dispositivo — sia sopravvissuta.
| Progetto | Che cosa era modulare | Risultato |
|---|---|---|
| Project Ara originale | Processore, display, batteria, fotocamera e altri moduli | Prototipi e test, mai commercializzato |
| Project Ara 2016 | Fotocamere, speaker e accessori; componenti principali fissi | Cancellato prima della Developer Edition pubblica |
| Fairphone oggi | Parti pensate soprattutto per riparazione e manutenzione | Prodotto commerciale |
Il vero lascito di Ara
Project Ara non dimostrò che uno smartphone totalmente modulare fosse impossibile. Dimostrò quanto sia difficile conciliare modularità estrema, dimensioni da smartphone, affidabilità, prestazioni, costi e un ecosistema di produttori esterni. L’idea più radicale venne progressivamente sacrificata per rendere il prodotto più realizzabile; quando anche quella versione ridotta fu cancellata, il mercato seguì una strada diversa.
Il paradosso è che, a più di dieci anni dall’annuncio, molte delle domande poste da Ara sono ancora attuali: quanto deve durare uno smartphone? Perché cambiare tutto il dispositivo quando si rompe una singola parte? E quanto spazio siamo disposti a sacrificare per rendere hardware moderno più riparabile? Ara non arrivò nei negozi, ma la battaglia tra integrazione estrema e dispositivi più facili da riparare non è affatto finita.