Il biochar può accelerare la biodegradazione dei film in PLA, ma l’effetto dipende in modo decisivo da come viene prodotto e da quanto ne viene aggiunto. In uno studio pubblicato il 1 ottobre 2026, la formulazione migliore ha raggiunto il 77,2% di biodegradazione dopo 16 settimane di compostaggio termofilo.
Perché aggiungere biochar al PLA
Il PLA, acido polilattico, è un polimero di origine biologica usato in imballaggi, film e stampa 3D. Essere “biobased”, però, non significa degradarsi rapidamente in qualunque ambiente. Temperatura, umidità, struttura del materiale e condizioni di compostaggio cambiano molto il risultato.
I ricercatori hanno quindi aggiunto al PLA un biochar ottenuto da gusci di noce, prodotto a due diverse temperature di pirolisi: 400 e 700 °C. Le formulazioni contenevano il 2% oppure il 10% in peso di biochar.

La temperatura di pirolisi cambia il materiale
Il biochar prodotto a 700 °C aveva una superficie specifica molto più elevata: da 2,1 a 356 m² per grammo rispetto a quello ottenuto a temperatura più bassa. Anche il volume dei pori aumentava del 395% e il materiale diventava più idrofilo.
Queste differenze modificavano il contatto tra le particelle di biochar e la matrice di PLA, oltre all’ordine strutturale del polimero. In pratica, non basta dire “aggiungiamo biochar”: temperatura di produzione e quantità cambiano il comportamento finale del film.
Quanto si biodegrada il PLA con biochar
Durante il compostaggio termofilo, la combinazione con 2% di biochar prodotto a 400 °C ha mostrato il grado di biodegradazione più alto: 77,2% dopo 16 settimane. Aumentare semplicemente il biochar al 10% non ha migliorato il risultato: con il biochar a bassa temperatura, quella formulazione è stata invece la più lenta.
Al 10%, il biochar prodotto a temperatura più alta ha favorito una degradazione maggiore rispetto a quello ottenuto a 400 °C. Il risultato mostra quindi un’interazione tra quantità, porosità, bagnabilità e struttura del PLA.

Significa che questa plastica sparisce nell’ambiente?
No. Il test è stato condotto in condizioni di compostaggio termofilo, cioè con temperature e condizioni controllate favorevoli alla degradazione. Non dimostra che lo stesso film si degradi con la stessa velocità nel suolo, in mare o in una discarica.
È una distinzione importante anche quando si parla di soluzioni contro l’inquinamento da plastica. Su iCrewPlay Tech abbiamo già raccontato l’enzima PHL7, studiato per degradare alcuni polimeri, e materiali alternativi come le soluzioni a base di alghe contro la plastica convenzionale. Ogni tecnologia funziona in condizioni specifiche e va valutata sull’intero ciclo di vita.
Perché il risultato è utile
Lo studio mostra che un residuo vegetale trasformato in biochar può diventare un riempitivo funzionale per il PLA, ma soprattutto chiarisce che la ricetta deve essere ottimizzata. La stessa sostanza può accelerare o rallentare la biodegradazione a seconda di temperatura di pirolisi e concentrazione.
Prima di parlare di applicazioni industriali servono verifiche su proprietà meccaniche a lungo termine, costi, produzione su scala più ampia e comportamento in sistemi di compostaggio reali. Il dato del 77,2% è quindi un risultato sperimentale promettente, non la prova che il problema dei rifiuti in PLA sia risolto.
La fonte scientifica
La fonte primaria è lo studio Influence of biochar on the physico-mechanical properties and biodegradation of PLA films, pubblicato su npj Materials Degradation il 1 ottobre 2026.





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