Venere potrebbe aver ospitato oceani molto più estesi di quanto immaginiamo oggi. Un’analisi firmata da Richard Ghail, Eloise Crouch e Philippa Mason propone che l’acqua possa aver coperto quasi il 90% della superficie del pianeta, prima che un’evoluzione climatica estrema lo trasformasse nel mondo caldo e arido attuale.
Il lavoro, intitolato The Messinian Salinity Crisis and the Lost Oceans of Venus, è un contributo scientifico dell’Europlanet Science Congress 2026 e sarà presentato il 9 settembre all’Aia. Non risolve però una questione ancora molto discussa: non sappiamo con certezza se su Venere siano mai esistiti oceani liquidi stabili.
Venere aveva oceani sulla maggior parte della superficie?

La risposta, per ora, è che si tratta di un’ipotesi plausibile proposta dagli autori, non di una dimostrazione definitiva. Ricostruendo un possibile antico livello del mare sulla topografia venusiana attuale, il gruppo stima una copertura vicina al 90%, con un volume d’acqua pari a circa il 40% degli oceani terrestri e una profondità media intorno a 1.400 metri.
Gli autori partono soprattutto dalla morfologia delle pianure di Venere osservata tramite radar. Alcuni canali sono compatibili con antiche colate laviche, ma altre strutture ricordano forme create sulla Terra dall’acqua, come canali fluviali, correnti sottomarine e zone costiere.
Nell’abstract scientifico dell’Europlanet Science Congress 2026, gli stessi ricercatori precisano un punto essenziale: nessuna delle singole strutture osservate costituisce da sola una prova diagnostica della presenza di antichi mari. È la loro distribuzione complessiva a sostenere l’interpretazione proposta.
Il calcolo porta anche a un risultato curioso. Gli autori stimano almeno circa 2 × 10^19 chilogrammi di salgemma potenzialmente depositato negli antichi bacini. Rapportando questa quantità al volume oceanico ipotizzato, la salinità sarebbe stata vicina al 35 per mille, un valore confrontabile con quello degli oceani terrestri.
Come Venere potrebbe aver perso tutta quell’acqua

Per interpretare questa trasformazione, Ghail e colleghi guardano a un episodio realmente avvenuto sulla Terra: la crisi di salinità del Messiniano, tra circa 5,97 e 5,33 milioni di anni fa, quando il Mediterraneo subì ripetute fasi di forte evaporazione e abbassamento del livello dell’acqua.
Su Venere il processo sarebbe stato enormemente più estremo. Con l’aumento della temperatura e l’avvio di un effetto serra fuori controllo, l’evaporazione avrebbe concentrato sali nei bacini, mentre un’atmosfera ricca di vapore e composti dello zolfo avrebbe favorito un’erosione chimica molto aggressiva.
Una volta evaporata l’acqua superficiale, parte del vapore sarebbe stata dissociata dalla radiazione solare. L’idrogeno, molto leggero, può sfuggire più facilmente nello spazio. La NASA ha studiato anche il ruolo del forte campo elettrico atmosferico di Venere nei processi che possono favorire la perdita degli elementi necessari alla formazione dell’acqua.
È uno scenario che aiuta anche a capire perché si studia se la Terra possa mai evolvere verso condizioni simili a quelle di Venere. I due pianeti hanno dimensioni confrontabili, ma hanno seguito storie climatiche profondamente diverse.
Il problema: altri studi sostengono che Venere sia sempre stato arido

La parte più interessante della ricerca è proprio il contrasto con altre ricostruzioni recenti. Uno studio pubblicato su Nature Astronomy nel 2024, basato sulla chimica dell’atmosfera e sui gas che dovrebbero essere emessi dall’interno del pianeta, ha concluso che il mantello venusiano è estremamente povero d’acqua.
Secondo quel modello, i gas vulcanici di Venere conterrebbero non più di circa il 6% di vapore acqueo. Un interno così secco sarebbe più compatibile con un pianeta sul quale l’acqua non è mai riuscita a condensare formando oceani duraturi. Anche precedenti simulazioni climatiche tridimensionali hanno mostrato scenari nei quali le nubi avrebbero mantenuto il giovane Venere troppo caldo perché l’acqua liquida potesse stabilizzarsi.
Non siamo quindi davanti alla scoperta certa di un antico pianeta oceanico. Siamo davanti a due ricostruzioni profondamente diverse della storia di Venere, entrambe costrette a lavorare con dati incompleti e con una superficie modificata da centinaia di milioni di anni di attività geologica.
La questione conta anche oltre il Sistema Solare. Abbiamo già raccontato perché gli esopianeti simili a Venere potrebbero essere più comuni delle vere analoghe della Terra: capire quando un pianeta roccioso perde la propria abitabilità aiuta a interpretare i mondi osservati attorno ad altre stelle.
Persino le ricerche sui possibili indizi di vita nelle nuvole di Venere acquistano un significato diverso a seconda della storia climatica del pianeta. Se esistettero realmente oceani per un periodo prolungato, le condizioni iniziali potrebbero essere state molto meno ostili di quelle attuali.
Le future missioni dedicate a Venere dovranno distinguere tra queste ipotesi studiando con maggiore precisione composizione atmosferica, geologia e struttura della superficie. Quel 90% coperto dagli oceani è quindi una ricostruzione da verificare, ma pone una domanda fondamentale: Venere è sempre stato un inferno oppure stiamo osservando ciò che resta di un pianeta che, molto tempo fa, poteva assomigliare assai più alla Terra?