Un precedente episodio di immunità di tipo 2 può “addestrare” alcuni macrofagi residenti del polmone a limitare i danni di una successiva infezione influenzale grave: in un modello murino pubblicato su Nature, questo effetto ha protetto gli animali senza ridurre la quantità di virus. Il punto chiave è la tolleranza alla malattia: i polmoni sembrano sopportare meglio la risposta infiammatoria, ma lo studio è preclinico e non dimostra ancora una terapia applicabile alle persone.

Che cosa sono i macrofagi NAM
I ricercatori si sono concentrati sui nerve- and airway-associated macrophages, abbreviati NAM: una popolazione di macrofagi interstiziali posizionata vicino alle grandi vie aeree e ai nervi polmonari. Queste cellule partecipano alla rimozione dei residui cellulari, alla regolazione dell’infiammazione e ai programmi di riparazione del tessuto.
Il nuovo lavoro chiede se una precedente esperienza immunologica possa lasciare una memoria duratura in questi macrofagi. È il concetto di trained immunity: cellule dell’immunità innata vengono riprogrammate metabolicamente ed epigeneticamente dopo un primo stimolo e rispondono in modo diverso a un evento successivo.
Come è stato costruito l’esperimento
Nel modello murino, gli animali sono stati prima esposti a Nippostrongylus brasiliensis, un elminta che induce una forte risposta immunitaria di tipo 2. Dopo un intervallo di circa quattro-sei settimane, quando l’infezione iniziale non era più l’evento dominante, i topi sono stati sottoposti a una dose letale del virus influenzale H1N1 PR8.
Il risultato è stato netto nel modello sperimentale: tutti i topi precedentemente condizionati sono sopravvissuti, mentre tutti i controlli non condizionati sono morti entro il quinto-sesto giorno. Gli animali “addestrati” hanno anche perso meno peso e recuperato più rapidamente.
La protezione non deriva da meno virus
Questo è il passaggio più interessante. Nei topi protetti non è stata osservata una riduzione della carica virale capace di spiegare la sopravvivenza, né un potenziamento evidente delle risposte delle cellule T. In altre parole, l’organismo non sembrava eliminare meglio il virus.
La differenza era soprattutto nel danno provocato dalla risposta immunitaria: meno accumulo di neutrofili, minore immunopatologia e una maggiore attivazione di programmi associati alla riparazione dei tessuti e all’efferocitosi, cioè la rimozione delle cellule morte.

Perché i NAM sono centrali
Gli autori hanno usato modelli che permettono di eliminare selettivamente i NAM. Quando i macrofagi condizionati venivano rimossi o sostituiti con NAM non addestrati, la protezione si perdeva. Al contrario, il trasferimento di NAM condizionati poteva conferire tolleranza senza aumentare la clearance virale.
Questo indica che la memoria immunologica locale non è soltanto una correlazione. Nel modello studiato, i NAM sono un nodo causale che decide quanto il polmone riesce a limitare i danni durante una grave infezione virale.
Il programma IL-4–STAT6–PPARγ
L’analisi genomica ha individuato cambiamenti stabili nell’accessibilità della cromatina e nell’espressione genica. Tra i circuiti coinvolti emerge un asse che comprende IL-4, STAT6, PPARγ e ARG1, associato a funzioni regolatorie, riparative e alla gestione dei lipidi.
Dopo l’influenza, i NAM addestrati tendevano quindi a entrare più rapidamente in stati pro-risolutivi e riparativi. Lo studio mostra anche una cooperazione con eosinofili residenti CCR3 positivi e segnali di tipo 2.
Cosa dicono i dati umani
I ricercatori hanno confrontato il profilo delle cellule murine con atlanti single-cell di polmoni umani sani e di persone con fibrosi polmonare idiopatica o BPCO. Sono emersi programmi NAM-like compatibili con funzioni di riparazione, ma con differenze importanti a seconda della malattia.
Questo rende il risultato biologicamente interessante per l’uomo, ma non equivale a una prova clinica. Un programma riparativo utile dopo un danno acuto potrebbe infatti diventare maladattivo se mantenuto troppo a lungo, contribuendo per esempio alla fibrosi.
Non significa che infettarsi con un parassita protegga dall’influenza
È essenziale evitare una conclusione sbagliata: lo studio non propone l’infezione da elminti come prevenzione o terapia. Il parassita è stato usato come strumento sperimentale per generare una precedente risposta di tipo 2 e identificare il programma cellulare che ne deriva.
L’obiettivo futuro sarebbe capire se lo stesso stato protettivo possa essere attivato in modo controllato, per esempio agendo sui macrofagi o sui segnali molecolari che regolano la riparazione, senza introdurre un’altra infezione.
Come si collega agli altri studi sull’immunità respiratoria
Su iCrewPlay Tech abbiamo già raccontato come la risposta immunitaria possa diventare una parte importante del danno durante un’infezione nel nostro approfondimento sui topi con risposta adattativa ridotta durante il Covid-19. Abbiamo inoltre analizzato gli approcci che puntano a una protezione più ampia contro l’influenza nell’articolo sul vaccino universale contro l’influenza.
La fonte scientifica
La fonte primaria è Type 2 immune history trains lung macrophages for viral disease tolerance, pubblicata su Nature il 30 settembre 2026.
In sintesi: nei topi, una precedente risposta immunitaria di tipo 2 lascia nei macrofagi NAM una memoria capace di ridurre i danni di una successiva influenza letale. La protezione non passa da una migliore eliminazione del virus, ma da una maggiore tolleranza del tessuto polmonare. È un meccanismo promettente da studiare, non ancora un trattamento per l’uomo.