Il Giappone vuole portare a 30 il numero dei lanci spaziali annuali entro i primi anni Trenta, includendo missioni governative e commerciali. Il programma punta a rafforzare l’autonomia nazionale nell’accesso all’orbita, ma parte da una situazione complessa: nel 2026 il Paese ha effettuato finora soltanto due tentativi di lancio orbitale.
Tokyo vuole anche aumentare la quota dei satelliti giapponesi lanciati dal territorio nazionale. Oggi si aggira intorno al 50%, mentre l’obiettivo indicato dal governo è raggiungere una percentuale compresa tra il 60% e il 70%. Significa trattenere nel Paese commesse, competenze industriali e infrastrutture strategiche.
Il piano si inserisce in una strategia tecnologica più ampia, che comprende investimenti pubblici, sviluppo di imprese private e programmi come la nuova politica giapponese per intelligenza artificiale e robotica. Nel settore spaziale, però, l’aumento dei numeri dipenderà prima di tutto dall’affidabilità dei vettori.
Perché arrivare a 30 lanci spaziali sarà difficile

Il divario è ancora molto ampio: il Giappone dovrebbe passare da pochi voli annuali a una partenza ogni dodici giorni circa. Per riuscirci non bastano nuovi razzi. Servono una produzione continua, fornitori capaci di aumentare i volumi, autorizzazioni più rapide e una domanda programmata con diversi anni di anticipo.
Il principale vettore pubblico è H3, sviluppato da JAXA e Mitsubishi Heavy Industries per sostituire H-IIA. Il primo volo del 2023 fallì, ma i test successivi permisero al programma di tornare operativo. Un altro problema arrivò nel dicembre 2025, quando una missione non riuscì a collocare in orbita il satellite di navigazione previsto.
Il 12 giugno 2026 JAXA ha lanciato la configurazione sperimentale H3-30 dal centro spaziale di Tanegashima. Il volo è servito sia a collaudare la nuova variante priva di booster laterali sia a raccogliere dati dopo il precedente insuccesso. La documentazione ufficiale del programma H3 mostra quanto l’agenzia stia lavorando anche sulla riduzione degli intervalli tra le missioni.
Kairos deve ancora dimostrare di poter raggiungere l’orbita
Sul fronte privato, l’attenzione è concentrata su Kairos, il piccolo lanciatore a propellente solido realizzato da Space One. Il suo terzo volo è partito il 5 marzo 2026 dallo Spaceport Kii, nella prefettura di Wakayama, ma la missione è stata interrotta durante la fase di ascesa.
Anche i primi due tentativi, effettuati nel marzo e nel dicembre 2024, non avevano raggiunto l’orbita. Tre insuccessi consecutivi non hanno fermato il progetto: Space One prepara una quarta missione, pur senza avere comunicato una data né una spiegazione definitiva sulle cause dell’ultimo fallimento.
L’azienda sostiene che per aumentare la frequenza dei voli sia necessario coinvolgere l’intera catena di fornitura. I produttori di motori, strutture, sistemi elettronici e componenti possono investire in nuovi impianti soltanto se conoscono con sufficiente anticipo il volume degli ordini.
Per questo l’industria chiede al governo una previsione della domanda estesa per almeno cinque anni, possibilmente fino a otto. Contratti pubblici regolari potrebbero trasformare lo Stato in un cliente di riferimento, seguendo in parte il modello adottato dalla NASA per favorire i servizi commerciali di trasporto verso l’orbita.
Space One ha confermato nell’ultimo comunicato sul terzo volo di Kairos di essere al lavoro sull’analisi dei dati e sulle modifiche necessarie. Prima di contribuire in modo significativo ai 30 lanci annuali, il vettore dovrà però completare almeno una missione orbitale.
Lo spazioporto di Hokkaido può attirare razzi stranieri
Il governo sa che i vettori nazionali potrebbero non essere sufficienti. Una parte dei 30 voli potrebbe quindi arrivare da società straniere interessate a utilizzare infrastrutture giapponesi. Hokkaido Spaceport vuole diventare una base commerciale per il mercato asiatico, offrendo un’alternativa ai siti statunitensi sempre più affollati.
Un primo candidato è Alpha di Firefly Aerospace. Nell’agosto 2025 la società statunitense e Space Cotan, gestore dello spazioporto, hanno avviato uno studio di fattibilità. Non esiste ancora una data per un lancio dal Giappone e l’operazione richiederà accordi normativi capaci di tutelare le tecnologie americane trasferite sul territorio.
Tokyo valuta intanto procedure più snelle per le licenze. Ridurre i tempi amministrativi può aiutare, ma non risolve i limiti produttivi e tecnici. Passare da tre lanci nel 2025 a 30 all’anno significa costruire un vero sistema industriale, non aggiungere semplicemente qualche missione al calendario.
Nei prossimi anni il risultato dipenderà da tre passaggi: il consolidamento di H3, il primo successo orbitale di Kairos e l’arrivo di operatori internazionali negli spazioporti giapponesi. Se uno di questi elementi rallenterà, il traguardo dei primi anni Trenta rischierà di restare soprattutto un obiettivo politico.