È vero che gli scienziati sono riusciti a creare un falso ricordo nei topi, ma il risultato è molto più specifico di quanto suggeriscono alcuni video virali. L’esperimento non ha inserito nel cervello una scena complessa mai vissuta. I ricercatori hanno creato una falsa associazione di paura tra un ambiente e una scossa, usando l’optogenetica per riattivare cellule dell’ippocampo coinvolte nella memoria di un altro contesto.
Il lavoro più noto è quello di Steve Ramirez e colleghi, pubblicato nel 2013 e poi discusso in numerose review sugli engrammi. È importante perché mostra che alcune componenti di un ricordo possono essere manipolate in modo sperimentale nei roditori. Non dimostra però che oggi sia possibile riscrivere a piacere i ricordi umani, cancellare un trauma con un interruttore o impiantare a una persona il ricordo di un evento mai accaduto.

Cosa hanno fatto davvero ai topi
Nell’esperimento i ricercatori hanno prima collocato i topi in un ambiente neutro. Durante questa esperienza hanno marcato un gruppo di neuroni del giro dentato dell’ippocampo attivi mentre l’animale formava la memoria di quel contesto.
Successivamente i topi sono stati trasferiti in un ambiente diverso. Qui i ricercatori hanno riattivato artificialmente, tramite optogenetica, i neuroni collegati al primo ambiente mentre gli animali ricevevano una lieve scossa alle zampe.
Quando gli animali sono stati riportati nel primo ambiente, dove in realtà non avevano mai ricevuto alcuna scossa, hanno mostrato una risposta di paura. In altre parole, il cervello aveva associato il contesto A a un evento avversivo avvenuto nel contesto B.
Una sintesi del lavoro è disponibile su Nature Reviews Neuroscience, mentre una review dettagliata dell’approccio sperimentale è consultabile su PubMed.
Che cos’è un engramma
Il termine engramma indica la traccia biologica associata alla formazione e al richiamo di una memoria. Non è una singola cellula che contiene un ricordo come un file su una memoria USB. Un ricordo coinvolge reti di neuroni, connessioni sinaptiche e modificazioni biochimiche distribuite in diverse aree cerebrali.
Le cellule engramma sono neuroni che partecipano alla codifica di una determinata esperienza e che possono riattivarsi quando quella memoria viene richiamata. Negli animali da laboratorio, tecniche genetiche e optogenetiche permettono di etichettare alcune di queste cellule e modificarne sperimentalmente l’attività.
Abbiamo già visto quanto sia complesso osservare segnali neuronali nell’approfondimento sulle nano-antenne usate per rendere più visibili i segnali elettrici delle cellule. Anche in quel caso il passaggio da un esperimento di laboratorio a una tecnologia capace di leggere o modificare pensieri umani resta enorme.

Il ricordo creato non era una storia inventata
Questo è il punto che spesso scompare nei video social. Gli scienziati non hanno trasferito nel cervello del topo una sequenza narrativa costruita dall’esterno. Hanno manipolato una associazione tra contesto e paura, cioè una forma relativamente semplice di memoria avversiva studiata da decenni nei modelli animali.
Dire che il topo “ricordava una cosa mai accaduta” è una semplificazione accettabile solo se si precisa quale cosa: l’animale reagiva come se la scossa fosse avvenuta nel primo ambiente, mentre era avvenuta altrove.
Funziona anche negli esseri umani?
Non nello stesso modo. Negli esseri umani sappiamo da tempo che la memoria è ricostruttiva e può essere modificata da informazioni successive, suggestioni e rievocazioni. Esistono studi psicologici sui falsi ricordi e sulla riconsolidazione, ma questo è molto diverso dal manipolare direttamente cellule engramma con la luce.
L’optogenetica usata negli esperimenti sui topi richiede modificazioni genetiche delle cellule affinché diventino sensibili alla luce e un accesso molto preciso ai circuiti cerebrali. Non è una tecnica clinica disponibile per riscrivere ricordi autobiografici nelle persone.
La ricerca più recente continua a studiare analogie e differenze tra modificazione della memoria nei roditori e negli esseri umani. Una review del 2025 sottolinea proprio che esistono meccanismi convergenti, ma anche molte questioni ancora aperte sul passaggio tra specie.
Si potrebbero cancellare traumi o riaccendere ricordi nell’Alzheimer?
È una prospettiva di ricerca, non una terapia disponibile. In modelli animali sono stati condotti esperimenti per modificare la valenza emotiva di ricordi o riattivare circuiti legati alla memoria. Ma da qui a cancellare selettivamente un trauma umano o recuperare ricordi perduti nell’Alzheimer c’è una distanza scientifica e clinica molto grande.
Nell’Alzheimer, inoltre, il problema non è semplicemente un ricordo “spento”. La malattia coinvolge degenerazione neuronale, proteina tau, amiloide, infiammazione e perdita di connessioni. Lo abbiamo approfondito nell’articolo su Alzheimer, amiloide e nuove terapie.
Quanto è realistico lo scenario della manipolazione di massa
Con la tecnologia attuale, scenari come inserire a un testimone il ricordo dettagliato di un crimine mai visto o riscrivere il passato di una popolazione appartengono alla fantascienza. Per ottenere l’effetto sperimentale nei topi servono animali geneticamente modificati, marcatura di specifici neuroni e stimolazione ottica invasiva.
Questo non rende irrilevante il tema etico. Se in futuro diventerà possibile intervenire in modo più preciso sulla memoria, consenso, identità personale e uso clinico saranno questioni enormi. Ma presentare questa possibilità come un futuro ormai prossimo confonde ciò che è stato dimostrato con ciò che oggi possiamo soltanto ipotizzare.
La parte vera e quella esagerata
| Affermazione | Cosa sappiamo |
|---|---|
| Nei topi sono stati creati falsi ricordi | Sì, sotto forma di falsa associazione tra un contesto e una paura |
| I ricordi hanno una base biologica | Sì, coinvolgono reti neuronali ed engrammi |
| Possiamo inserire ricordi complessi negli umani | No, non esiste oggi una tecnologia del genere |
| Possiamo cancellare un trauma a comando | No, non è una terapia disponibile |
| Possiamo riscrivere la memoria collettiva con una macchina | No, è uno scenario fantascientifico |
Lo studio resta affascinante anche senza trasformarlo in fantascienza: mostra che una memoria non è qualcosa di immateriale separato dal cervello e che alcune associazioni possono essere modificate intervenendo sui circuiti che le sostengono. Il vero risultato scientifico è già abbastanza sorprendente.