L’Universo sta rallentando? Non possiamo dirlo come fatto acquisito. Nel 2026 due analisi peer reviewed delle supernovae di tipo Ia sono arrivate a conclusioni opposte. Un gruppo sostiene che, correggendo la luminosità delle supernovae per l’età media delle progenitrici, i dati Pantheon+ non mostrino più un’accelerazione isotropa e siano compatibili con una decelerazione. Un secondo gruppo contesta proprio quella correzione e conclude che le prove dell’espansione accelerata restano robuste.
Perché si parla di un Universo che potrebbe rallentare

Le supernovae di tipo Ia sono utilizzate come candele standardizzabili: osservando quanto appaiono luminose e confrontando il dato con il loro redshift, gli astronomi ricostruiscono come è cambiata l’espansione cosmica nel tempo. Proprio questo metodo portò alla scoperta dell’accelerazione dell’Universo alla fine degli anni Novanta e alla successiva ipotesi dell’energia oscura.
Il nuovo punto di discussione riguarda un possibile effetto sistematico. Le supernovae Ia non esplodono tutte in popolazioni stellari identiche e l’età delle stelle progenitrici potrebbe correlare con la luminosità osservata dopo le correzioni standard. Se questa dipendenza fosse abbastanza forte e cambiasse con il redshift, potrebbe alterare la misura dell’accelerazione cosmica.
Cosa sostiene lo studio che trova una decelerazione
Un’analisi pubblicata su Monthly Notices of the Royal Astronomical Society ha riesaminato il catalogo Pantheon+, che raccoglie più di 1.700 supernovae di tipo Ia. Gli autori hanno applicato una correzione dipendente dall’età media delle progenitrici e hanno studiato anche la direzione apparente dell’accelerazione.
Nel loro modello, dopo la correzione per l’età, la componente isotropa del parametro di decelerazione passa a valori positivi. Gli autori concludono quindi che non emerge evidenza di un’espansione accelerata isotropa nel campione così trattato. Il lavoro completo è disponibile sulla pagina di Monthly Notices of the Royal Astronomical Society.
Lo stesso studio rileva una componente dipolare locale, cioè una variazione con la direzione nel cielo, allineata in modo approssimativo con il moto locale. Questo elemento alimenta una domanda più ampia: una parte del segnale attribuito all’accelerazione cosmica potrebbe dipendere dal nostro ambiente locale e dal modo in cui vengono standardizzate le supernovae?
Perché un altro gruppo dice che l’Universo accelera ancora

La conclusione non è condivisa da tutti. Un secondo lavoro pubblicato nella stessa rivista ha riesaminato l’ipotesi che l’età delle galassie ospiti possa alterare in modo importante la luminosità standardizzata delle supernovae. Gli autori sostengono che una parte dell’effetto attribuito all’età sia già assorbita dalle correzioni moderne legate alla massa della galassia ospite e ad altri bias osservativi.
Secondo questa analisi, la differenza media nell’età delle progenitrici tra supernovae vicine e lontane sarebbe molto più piccola di quella necessaria per cancellare il segnale cosmologico. Il lavoro, intitolato Still accelerating: type Ia supernova cosmology is robust to host galaxy age evolution, conclude che le misure attuali dell’energia oscura restano robuste rispetto a questo specifico problema.
Il disaccordo è quindi tecnico ma decisivo. Non riguarda l’esistenza delle supernovae o la precisione dei telescopi, bensì quali correzioni siano fisicamente giustificate e quanto incidano sul diagramma di Hubble.
Il problema dell’età delle supernovae Ia
Una galassia vecchia non produce necessariamente soltanto supernovae da progenitrici vecchie. Le supernovae Ia derivano da sistemi stellari binari e possono esplodere dopo tempi di ritardo molto diversi. Per questo età della galassia ospite ed età della progenitrice non sono la stessa cosa.
Il gruppo favorevole alla robustezza del modello standard sostiene che confondere questi due livelli può amplificare artificialmente la correzione con il redshift. Il gruppo che trova la decelerazione ritiene invece che la dipendenza dalla popolazione stellare sia abbastanza importante da cambiare il risultato cosmologico. Saranno campioni indipendenti e misure più precise a stabilire quanto pesa questo effetto.
Che cosa cambia per l’energia oscura

Per ora sarebbe scorretto dire che l’energia oscura è stata smentita. Il modello cosmologico standard Lambda-CDM continua a descrivere con grande efficacia molti dati indipendenti, dal fondo cosmico a microonde alle oscillazioni acustiche barioniche, ma la natura dell’energia oscura resta sconosciuta e alcuni risultati recenti stanno verificando se possa evolvere nel tempo.
È un tema collegato alle misure di DESI e alle simulazioni sull’energia oscura dinamica. Anche l’ipotesi che i buchi neri possano essere collegati all’energia oscura è una linea di ricerca ancora discussa, non una spiegazione confermata.
Per capire il contesto aiuta ricordare che materia ordinaria, materia oscura ed energia oscura non hanno lo stesso ruolo. Nel nostro approfondimento sul 95% dell’Universo che non osserviamo direttamente come materia ordinaria abbiamo distinto le due componenti oscure e le prove che le sostengono.
Quindi l’Universo accelera o rallenta?
La risposta più corretta oggi è che l’espansione accelerata resta il quadro di riferimento dominante, ma una parte della sua evidenza osservativa viene sottoposta a nuovi test sistematici. Il lavoro su Pantheon+ mostra che una specifica correzione può cambiare in modo radicale il parametro di decelerazione; il lavoro concorrente sostiene che quella correzione sia sovrastimata e in parte già gestita dalle analisi moderne.
Non è una contraddizione insolita nella scienza. Due gruppi possono partire da dati simili e ottenere conclusioni diverse quando cambiano le assunzioni sul trattamento dei bias. Il punto decisivo sarà verificare quale modello predice meglio nuovi campioni di supernovae e se i risultati concordano con le altre sonde cosmologiche, comprese DESI, Euclid e le future campagne del Vera C. Rubin Observatory.




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