Ebola e pipistrelli tornano al centro dell’attenzione con il nuovo focolaio nella Repubblica Democratica del Congo. Il problema è che, nonostante anni di ricerche, gli scienziati non hanno ancora identificato con certezza quale specie animale rappresenti il serbatoio naturale del virus. Molte convinzioni diffuse tra il pubblico vanno quindi oltre le prove disponibili.
Ebola e pipistrelli: esiste davvero una prova definitiva?

La risposta breve è no. Alcune specie di pipistrelli hanno mostrato anticorpi contro virus appartenenti alla famiglia Ebola, segno che sono entrate in contatto con il patogeno. Questo però non dimostra che siano l’origine dei principali focolai che colpiscono l’uomo. Anche dopo migliaia di campioni raccolti in Africa occidentale e centrale, il serbatoio naturale resta sconosciuto.
Il ceppo attualmente coinvolto nel focolaio congolese è il Bundibugyo ebolavirus, una variante che può avere una mortalità compresa tra il 50% e il 60% negli esseri umani. L’Organizzazione Mondiale della Sanità continua a monitorare la situazione e a sostenere lo sviluppo di nuove contromisure sanitarie.
Perché eliminare i pipistrelli può aumentare i rischi
Durante la pandemia di COVID-19 e in altre emergenze sanitarie, diverse colonie di pipistrelli sono state distrutte per paura delle malattie. Gli ecologi avvertono però che questa strategia può produrre l’effetto opposto. Quando le colonie vengono disturbate, gli animali si disperdono su territori più ampi, aumentando le occasioni di contatto con persone e allevamenti.
I pipistrelli svolgono inoltre funzioni ecologiche fondamentali. Molte specie consumano enormi quantità di insetti ogni notte, contribuendo a limitare parassiti agricoli e zanzare. Altre disperdono semi e impollinano piante tropicali. La loro scomparsa potrebbe avere conseguenze sugli ecosistemi molto più ampie del previsto.
- Controllo naturale degli insetti nocivi
- Impollinazione di numerose piante tropicali
- Dispersione dei semi e rigenerazione delle foreste
- Produzione di guano utilizzato come fertilizzante
Habitat distrutti e zoonosi: il vero fattore di rischio
Molti ricercatori ritengono che la perdita di habitat sia uno dei principali motori delle zoonosi, cioè delle malattie che passano dagli animali all’uomo. Quando foreste e ambienti naturali vengono frammentati, la distanza tra fauna selvatica e comunità umane si riduce drasticamente.
Questo schema è emerso anche in altre ricerche sulla salute pubblica e sui fattori ambientali che influenzano il benessere umano, come evidenziato negli studi sul rapporto tra consumo di alcol e salute e nelle analisi dedicate alla violenza silenziosa legata all’alcol, dove la prevenzione si dimostra più efficace delle risposte emergenziali.
I pipistrelli rappresentano circa il 25% di tutte le specie di mammiferi conosciute e sono tra gli animali più studiati per comprendere l’evoluzione delle malattie infettive. La domanda aperta resta la stessa: riusciremo a identificare il vero serbatoio naturale di Ebola senza trasformare un gruppo fondamentale per gli ecosistemi nel capro espiatorio di ogni nuova epidemia?