Un lupo si avvicina a un pascolo, il dispositivo rileva il movimento e attiva luci intermittenti e segnali sonori. La reazione ripresa dalle fototrappole è rapida: l’animale cambia direzione e si allontana. È uno dei risultati della sperimentazione sui dissuasori anti-lupo condotta nel 2025 dal Parco Naturale Adamello Brenta in Val Rendena.
Il progetto ha interessato i pascoli di Malga Plan e Malga Zerli e ha coinvolto il Servizio Foreste della Provincia autonoma di Trento e gli allevatori locali. I primi dati sono stati presentati nel luglio 2026 nell’ottavo numero della pubblicazione “I nuovi fogli dell’orso”, insieme a due ricerche universitarie complementari.
Le osservazioni mostrano che il sistema può modificare il comportamento del predatore quando si attiva. Non dimostrano, però, che un singolo apparecchio possa eliminare stabilmente il rischio di attacchi o sostituire tutte le altre forme di protezione del bestiame.
Come funzionano i dissuasori anti-lupo

I dissuasori utilizzano sensori per rilevare il passaggio di un animale e producono stimoli luminosi e acustici improvvisi. Nei casi osservati in Val Rendena, l’attivazione ha provocato l’allontanamento immediato dei lupi in direzione opposta al pascolo, interrompendone l’avvicinamento senza contatto fisico.
La logica è simulare un disturbo inatteso associabile alla presenza umana. Il dispositivo non cattura e non ferisce il predatore: tenta di rendere l’area meno sicura ai suoi occhi proprio nel momento in cui si avvicina agli animali allevati.
La ricerca tecnica è stata svolta da Emily Benzi dell’Università di Bologna. Una seconda analisi, firmata da Giada Bettella delle Università di Bolzano e Innsbruck, ha studiato anche gli effetti del disturbo legato all’alpeggio e ai dispositivi sulla comunità faunistica, con particolare attenzione a cervi e caprioli.
La sintesi pubblicata dal Parco Naturale Adamello Brenta parla di risultati positivi sul comportamento dei lupi. È comunque corretto considerarli dati ottenuti in specifici pascoli alpini, non una garanzia universale valida in ogni territorio.
Perché luci e suoni non possono proteggere ogni pascolo
Un sistema basato sulla sorpresa può perdere efficacia se gli animali imparano che lo stimolo non è seguito da una minaccia reale. È il fenomeno dell’assuefazione, una possibilità da valutare con osservazioni prolungate e con una variazione programmata dei segnali emessi.
Contano anche la posizione dei sensori, l’estensione dell’alpeggio, la vegetazione, i percorsi utilizzati dai predatori e il tipo di bestiame. Un dispositivo collocato male può rilevare tardi l’animale oppure lasciare scoperte vie di accesso secondarie.
Il progetto ufficiale sui dissuasori acustici e luminosi nelle malghe nasce infatti come sperimentazione per prevenire i danni provocati da lupi e orsi. Per questi ultimi, però, le informazioni pubblicate non consentono ancora una valutazione altrettanto solida.
Anche la fauna non bersaglio deve essere monitorata. Luci, sirene e presenza umana possono influenzare altre specie che frequentano la stessa area. La seconda ricerca collegata al progetto serve proprio a capire se la protezione degli animali da reddito produca conseguenze indesiderate sull’ecosistema circostante.
La protezione efficace combina tecnologia e prevenzione
Il risultato più utile per gli allevatori non è l’idea di un apparecchio capace di risolvere da solo il conflitto con i grandi carnivori. È la possibilità di aggiungere uno strumento non letale a un sistema composto da recinzioni elettrificate, cani da guardiania e controllo del bestiame.
Le diverse misure coprono debolezze differenti. La recinzione crea una barriera fisica, il cane segnala e contrasta l’avvicinamento, mentre il dissuasore può intervenire nei punti monitorati anche durante la notte. La configurazione deve essere adattata alla morfologia e alla gestione di ciascun pascolo.
Questa sperimentazione non chiude il confronto sulla gestione del lupo e non consente di affermare che gli abbattimenti siano diventati inutili in ogni circostanza. Offre però una prova concreta di allontanamento non cruento, ottenuta sul campo e documentata attraverso il monitoraggio.
Il passaggio successivo sarà verificare se l’effetto resta stabile durante più stagioni, quanti tentativi di avvicinamento vengono realmente interrotti e come cambiano gli eventuali danni al bestiame. Solo serie di dati più lunghe potranno chiarire quanto questi dispositivi siano efficaci, sostenibili e replicabili fuori dalle due malghe trentine.