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Lettura: Dipendenza da AI, il caso della 20enne di Venezia: cosa sappiamo davvero
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NotiziaIntelligenza Artificiale

Dipendenza da AI, il caso della 20enne di Venezia: cosa sappiamo davvero

Una 20enne è stata presa in carico dal SerD di Venezia per un rapporto problematico con un chatbot. Il caso riapre il tema della dipendenza emotiva dagli AI companion.

Massimo 1 ora fa Commenta! 9
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Una ragazza di 20 anni è stata presa in carico dal Servizio per le dipendenze dell’ULSS 3 Serenissima di Venezia per una forma definita dal SerD come “dipendenza comportamentale da intelligenza artificiale”. Il caso è stato raccontato dalla Rai e da altre testate nazionali e riguarda un rapporto con un chatbot diventato progressivamente centrale, fino a sostituire in parte relazioni e punti di riferimento reali.

Contenuti di questo articolo
Cosa è successo alla 20enne seguita dal SerD di VeneziaPerché un chatbot può sembrare più rassicurante di una personaLa “condiscendenza” dell’AI può rafforzare il legame?Il Parlamento europeo ha già segnalato il rischio di dipendenza emotiva“Dipendenza da AI” è una diagnosi ufficiale?Il problema non è parlare con un chatbot, ma quando diventa l’unico riferimentoPerché l’AI non può sostituire uno psicoterapeuta o un neuropsichiatraCosa ci insegna il caso di Venezia

Il punto da chiarire subito è questo: “dipendenza da AI” non è oggi una diagnosi autonoma formalmente codificata nel DSM-5-TR. La vicenda veneziana è però clinicamente rilevante perché il comportamento della giovane è stato ritenuto abbastanza problematico da richiedere una presa in carico specialistica da parte di un servizio per le dipendenze.

Cosa è successo alla 20enne seguita dal SerD di Venezia

Secondo la ricostruzione pubblicata da RaiNews, la giovane aveva sviluppato un legame molto stretto con un sistema conversazionale basato su intelligenza artificiale. Il chatbot veniva percepito sempre più come un interlocutore stabile, affidabile e rassicurante.

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Laura Suardi, direttrice del Servizio per le dipendenze dell’ULSS 3, ha spiegato che questi sistemi possono diventare particolarmente coinvolgenti perché, nel corso della conversazione, adattano progressivamente le risposte al tono, alle preferenze e ai temi dell’utente. Il rischio emerge quando il chatbot non è più uno strumento tra molti, ma diventa un riferimento quasi esclusivo.

Chatbot e dipendenza da intelligenza artificiale
Il rapporto con un chatbot può passare da uso strumentale a uso relazionale quando diventa una presenza costante e sostitutiva.

Perché un chatbot può sembrare più rassicurante di una persona

I moderni chatbot basati su grandi modelli linguistici sono progettati per generare risposte coerenti, contestuali e linguisticamente adatte a ciò che l’utente scrive. Non provano empatia, affetto o preoccupazione nel senso umano del termine, ma possono simulare molto bene una conversazione empatica.

Questa caratteristica può essere rassicurante: il chatbot è disponibile in qualsiasi momento, non interrompe, non mostra stanchezza, non ha bisogni propri e tende a mantenere una conversazione fluida. In alcune situazioni può anche apparire meno giudicante di un interlocutore reale.

Il problema nasce quando questa comodità diventa una sostituzione. Una relazione umana comporta reciprocità, conflitto, interpretazione del linguaggio non verbale e responsabilità. Un modello linguistico, invece, predice e genera testo: non osserva davvero la persona e non possiede una responsabilità clinica.

La “condiscendenza” dell’AI può rafforzare il legame?

Uno dei punti sollevati nel servizio televisivo riguarda la tendenza dei modelli conversazionali a essere accomodanti. In ricerca questo problema viene spesso collegato alla cosiddetta sycophancy: la tendenza di un modello ad adattarsi troppo alle convinzioni o alle aspettative dell’utente invece di contrastarle quando sarebbe utile farlo.

Non significa che ogni chatbot “dia sempre ragione”. I sistemi più recenti includono salvaguardie e istruzioni per evitare di rinforzare comportamenti pericolosi. Ma la struttura stessa della conversazione, orientata a essere utile e a mantenere il contesto, può rendere l’interazione estremamente personalizzata.

È un tema che abbiamo già analizzato nel nostro approfondimento su chatbot e salute mentale, dove emerge proprio il confine tra uso strumentale dell’AI e uso relazionale.

Il Parlamento europeo ha già segnalato il rischio di dipendenza emotiva

Il caso veneziano non arriva in un vuoto scientifico e regolatorio. Nel maggio 2026 il Servizio di ricerca del Parlamento europeo ha pubblicato un briefing dedicato alla diffusione degli AI companion, cioè chatbot progettati per creare interazioni personalizzate ed emotivamente coinvolgenti.

Il documento segnala che questi sistemi possono favorire forti legami emotivi e che bambini e adolescenti sono particolarmente vulnerabili. Il Parlamento europeo richiama anche rischi legati a contenuti dannosi, privacy, manipolazione emotiva e sostituzione delle relazioni reali.

Chatbot conversazionale e relazione con l'intelligenza artificiale
I chatbot possono simulare continuità, ascolto e personalizzazione senza però avere una relazione reale con l’utente.

“Dipendenza da AI” è una diagnosi ufficiale?

Qui serve precisione. Non esiste oggi nel DSM-5-TR una diagnosi autonoma chiamata “dipendenza da intelligenza artificiale”. L’American Psychiatric Association ricorda che le cosiddette dipendenze tecnologiche non sono attualmente incluse come categoria generale nel manuale diagnostico. Il disturbo da gioco su Internet è trattato separatamente come condizione che richiede ulteriore studio, mentre il disturbo da gioco d’azzardo è una dipendenza comportamentale formalmente riconosciuta.

Questo non significa che un comportamento problematico legato all’AI non possa richiedere cure. Significa piuttosto che la ricerca clinica sta procedendo più lentamente della tecnologia e che i professionisti devono oggi valutare il danno concreto: isolamento, perdita di controllo, interferenze con studio o lavoro, alterazioni del sonno, relazioni compromesse e incapacità di ridurre l’uso nonostante le conseguenze.

Il problema non è parlare con un chatbot, ma quando diventa l’unico riferimento

Usare l’AI per fare domande personali, cercare informazioni o mettere ordine nei propri pensieri non equivale automaticamente a una dipendenza. Il confine diventa più preoccupante quando l’interazione digitale prende progressivamente il posto di attività e relazioni importanti.

  • Il chatbot viene usato per molte ore al giorno a scapito di sonno, scuola, lavoro o relazioni.
  • La persona prova forte disagio quando non può accedervi.
  • Le decisioni personali vengono delegate quasi interamente al sistema.
  • Le relazioni reali vengono progressivamente evitate perché considerate più difficili o meno rassicuranti.
  • L’AI viene usata come sostituto stabile di psicologo, medico o altre figure professionali.

Questi segnali non costituiscono da soli una diagnosi. Indicano però che l’uso dello strumento può meritare attenzione, soprattutto se produce un deterioramento concreto della vita quotidiana.

Perché l’AI non può sostituire uno psicoterapeuta o un neuropsichiatra

Il servizio televisivo insiste su una differenza fondamentale: una relazione clinica non è soltanto scambio di parole. Uno psicoterapeuta, uno psicologo o un neuropsichiatra infantile osservano il comportamento, il tono, le pause, la comunicazione non verbale e la storia complessiva della persona.

Un chatbot può generare una risposta linguisticamente convincente, ma non può assumersi una responsabilità clinica né sostituire una valutazione professionale. Questo è ancora più importante quando vengono affrontati temi come alimentazione, autolesionismo, ideazione suicidaria, ansia grave o sintomi psicotici.

Su Tech abbiamo già affrontato anche i casi estremi descritti come “psicosi da ChatGPT”. Anche in quel contesto la distinzione essenziale è tra correlazione, vulnerabilità preesistenti e reale capacità del chatbot di rinforzare convinzioni problematiche.

Cosa ci insegna il caso di Venezia

Il caso della 20enne veneziana non dimostra che i chatbot causino automaticamente dipendenza. Mostra però che un rapporto problematico con un sistema conversazionale può diventare abbastanza invasivo da richiedere una presa in carico sanitaria.

Ed è proprio questo il punto più importante. L’AI generativa non è più soltanto uno strumento per scrivere testi o cercare informazioni. Per alcuni utenti può diventare una presenza quotidiana, emotivamente significativa e percepita come personale.

La ricerca dovrà ancora stabilire quanto siano frequenti queste situazioni e quali fattori aumentino il rischio. Nel frattempo, il caso veneziano suggerisce una regola semplice: quando il chatbot smette di affiancare la vita reale e comincia a sostituirla, il problema non è più soltanto tecnologico.

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