La carne di cammello è consumata abitualmente in diverse aree del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Asia centrale. Può essere cucinata alla griglia, trasformata in hamburger, inserita negli stufati oppure lavorata per ottenere salumi e carne essiccata. Eppure, entrando in un supermercato italiano, è quasi impossibile trovarla.
La spiegazione più immediata sarebbe pensare a un divieto sanitario. In realtà, la carne di cammello non è vietata in Italia né nell’Unione europea. Può essere importata, ma soltanto rispettando una serie di condizioni che rendono l’operazione complessa e, soprattutto, poco conveniente per importatori e distributori.
La carne di cammello può essere importata nell’Unione europea

Le norme europee prevedono espressamente certificati sanitari per l’ingresso di carne proveniente da camelidi allevati o selvatici. Questo significa che, dal punto di vista legale, un prodotto conforme può raggiungere anche il mercato italiano.
La carne deve però provenire da un Paese o da una zona autorizzata dall’Unione europea. Non basta che un’impresa straniera disponga di animali e di un macello: anche lo Stato esportatore deve aver ottenuto il riconoscimento del proprio sistema di controllo sanitario.
Inoltre, macelli, impianti di lavorazione, laboratori di sezionamento e depositi frigoriferi devono essere inseriti negli elenchi europei degli stabilimenti approvati. Ogni spedizione deve essere accompagnata da certificati ufficiali ed essere sottoposta ai controlli veterinari previsti ai posti di controllo frontalieri.
Non siamo quindi davanti a un alimento proibito, ma a una carne sottoposta alle stesse logiche rigorose applicate agli altri prodotti animali provenienti da Paesi esterni all’Unione.
Il vero ostacolo è la filiera sanitaria

Per ottenere l’autorizzazione europea, un Paese esportatore deve dimostrare di possedere un sistema affidabile di sorveglianza veterinaria, tracciabilità degli animali e controllo degli allevamenti.
Devono essere verificati anche l’uso dei medicinali veterinari, la presenza di eventuali residui, i contaminanti, l’igiene della macellazione e il mantenimento della catena del freddo. La Commissione europea può esaminare la documentazione e svolgere verifiche o audit prima di autorizzare un Paese e i suoi stabilimenti.
Molti dei territori nei quali il cammello viene allevato maggiormente hanno una produzione destinata soprattutto al consumo locale. Gli animali possono essere allevati in sistemi pastorali, spostandosi su territori molto vasti. Ricostruire una tracciabilità compatibile con gli standard europei può quindi risultare più difficile rispetto alle grandi filiere industriali di bovini, suini e pollame.
Il problema non è necessariamente la qualità della carne. È la capacità dell’intera filiera di documentare e certificare ogni passaggio, dall’allevamento fino alla spedizione.
Importarne poca costerebbe troppo

Superati gli ostacoli sanitari, rimane quello economico.
La carne fresca o congelata deve viaggiare a temperatura controllata. Servono container refrigerati, documentazione veterinaria, controlli doganali, magazzini idonei e distributori interessati a portare il prodotto nei negozi.
Questi costi possono essere assorbiti quando si importano grandi quantità di carne bovina o ovina. Per poche decine o centinaia di chilogrammi di carne di cammello, invece, inciderebbero pesantemente sul prezzo finale.
Si crea così una sorta di circolo vizioso: i supermercati non la ordinano perché temono di non venderla, mentre i consumatori non la comprano perché non hanno occasione di conoscerla.
Un importatore dovrebbe trovare ristoranti, macellerie e clienti disposti ad acquistare regolarmente il prodotto. Senza una domanda stabile, organizzare una filiera dedicata diventa scarsamente redditizio.
In Italia manca l’abitudine culturale

La diffusione di una carne non dipende soltanto dal sapore o dai valori nutrizionali. Contano molto le consuetudini alimentari.
In Italia mangiamo normalmente animali che in altri Paesi possono apparire insoliti, come il cavallo, il coniglio o alcune specie di selvaggina. Il cammello, però, viene percepito prevalentemente come animale da trasporto, simbolo del deserto o attrazione turistica.
Questa immagine rende più difficile considerarlo un animale destinato all’alimentazione. Lo stesso fenomeno riguarda altre carni perfettamente commestibili ma lontane dalla tradizione europea.
Nei Paesi in cui l’allevamento dei camelidi è parte della vita quotidiana, invece, il consumo della loro carne non suscita particolare sorpresa. La FAO considera i camelidi una risorsa importante soprattutto per le popolazioni che vivono nelle zone aride, dove questi animali riescono a produrre latte e carne in condizioni ambientali difficili.
Che sapore ha la carne di cammello?

La carne di cammello viene spesso descritta come simile a quella bovina. Il sapore e la consistenza, tuttavia, cambiano notevolmente in base all’età dell’animale, al taglio, all’alimentazione e al metodo di cottura.
La carne degli animali giovani tende a essere più tenera, mentre quella dei cammelli adulti può risultare più tenace e richiedere cotture lente, marinature o lavorazioni specifiche.
Le parti magre presentano generalmente un contenuto proteico compreso intorno al 19-22%, mentre il grasso può essere relativamente basso in alcuni tagli. Questi valori non sono però identici per tutti gli animali: razza, età, allevamento e zona anatomica possono modificarne sensibilmente la composizione.
Non è quindi una misteriosa “super carne”, come a volte viene presentata online. È una carne rossa con caratteristiche interessanti, ma il suo profilo nutrizionale deve essere valutato esattamente come quello delle altre carni, considerando taglio, quantità e modalità di preparazione.
Il cammello non è escluso dalle norme europee

Un dettaglio importante è che la legislazione europea continua a includere esplicitamente i camelidi tra le specie per cui sono previsti controlli e certificati di importazione. Anche i regolamenti aggiornati nel 2026 mantengono il sistema basato su Paesi autorizzati, garanzie sanitarie e certificazioni ufficiali.
Dire che la carne di cammello “non viene importata perché è illegale” sarebbe quindi sbagliato.
La definizione più corretta è che viene importata pochissimo e attraverso canali estremamente limitati. Può comparire occasionalmente in ristoranti specializzati, macellerie etniche, eventi gastronomici o forniture riservate alla ristorazione, ma non esiste ancora una distribuzione abbastanza ampia da renderla un prodotto comune.
Potrebbe arrivare nei supermercati italiani?

Tecnicamente sì. Un produttore autorizzato, collegato a una filiera riconosciuta e a un importatore europeo, potrebbe commercializzare carne di cammello conforme alle regole sanitarie.
Il punto decisivo sarebbe però la domanda. Per convincere la grande distribuzione servirebbero forniture regolari, prezzi sostenibili e un numero sufficiente di consumatori interessati.
È più probabile che questa carne continui a comparire come prodotto di nicchia: hamburger gourmet, piatti serviti nei ristoranti mediorientali, carne congelata nelle macellerie specializzate o ingrediente proposto durante manifestazioni dedicate alle cucine internazionali.
La carne di cammello, dunque, non è assente dalle nostre tavole perché considerata automaticamente pericolosa. A tenerla lontana sono soprattutto la burocrazia sanitaria necessaria, la mancanza di una filiera consolidata e un mercato italiano ancora troppo piccolo per giustificarne l’importazione su larga scala.