Il caldo estremo può far aumentare l’uso di gas e carbone proprio nei momenti in cui la rete elettrica è più sotto pressione. Uno studio pubblicato su npj Climate and Atmospheric Science mostra che, nei sistemi analizzati negli Stati Uniti, nei giorni molto caldi la generazione elettrica da fonti fossili cresce in media molto più che nei giorni miti. Il motivo è semplice: climatizzatori, picchi di domanda e limiti della rete costringono spesso ad accendere impianti rapidi e già disponibili.
Il dato non va copiato automaticamente sull’Italia, perché lo studio riguarda 22 aree elettriche statunitensi e il 2019. Però il meccanismo è utile anche per capire una cosa concreta: la transizione energetica non si misura solo sulla media annuale. Conta moltissimo cosa succede nelle ore peggiori, quando caldo, consumi e rete arrivano insieme al limite.

Cosa dice il nuovo studio
Il lavoro, pubblicato il 7 ottobre 2026 su npj Climate and Atmospheric Science, ha analizzato dati orari di generazione elettrica, temperatura, emissioni e mortalità associata all’inquinamento atmosferico in 22 balancing authorities statunitensi.
Il risultato più importante è che le medie annuali possono nascondere una dipendenza fossile intermittente. In condizioni normali una rete può apparire relativamente pulita, ma durante i picchi di caldo o freddo può ricorrere molto di più a centrali fossili, soprattutto se mancano accumuli, interconnessioni, flessibilità della domanda o capacità rinnovabile disponibile proprio in quelle ore.
Perché il caldo aumenta la domanda elettrica
Quando la temperatura sale, milioni di edifici accendono climatizzatori, pompe di calore in modalità raffrescamento, ventilazione e sistemi di refrigerazione. La domanda non cresce in modo uniforme: si concentra nelle ore più calde e spesso continua anche la sera, quando case, strade e muri rilasciano il calore accumulato.
Lo abbiamo visto anche parlando di asfalto a 65 gradi e caldo in città: l’ambiente urbano trattiene energia e può prolungare il disagio ben oltre il picco del pomeriggio. Questo si traduce in consumi elettrici più alti proprio quando la rete deve già gestire una domanda intensa.
Perché tornano gas e carbone nei picchi
Le rinnovabili possono produrre molto, ma non sempre nel momento esatto del picco. Il fotovoltaico cala verso sera, l’eolico dipende dal vento e l’idroelettrico può essere limitato da stagioni secche o vincoli locali. Se la domanda resta alta, il gestore deve coprire il carico con risorse disponibili e controllabili.
Qui entrano in gioco gli impianti fossili. Le centrali a gas, in particolare, sono spesso usate per seguire i picchi perché possono modulare la produzione con maggiore flessibilità rispetto ad altre fonti. Il carbone è meno flessibile e più emissivo, ma in alcuni sistemi resta parte della capacità disponibile quando la domanda supera certe soglie.
Il paradosso dei sistemi “puliti” sulla media annuale
Lo studio evidenzia un punto controintuitivo: anche aree con bassa quota fossile annuale possono mostrare salti molto forti durante gli estremi di temperatura. In altre parole, una rete può sembrare pulita in media, ma dipendere ancora da impianti fossili nei giorni critici.
Questa è la parte più utile per il lettore: la decarbonizzazione non è solo sostituire energia fossile con energia rinnovabile su base annua. Serve anche sostituire la funzione che oggi svolgono gli impianti fossili nei momenti difficili: coprire picchi, bilanciare la rete e garantire potenza disponibile quando tutti consumano insieme.
Cosa c’entra l’AI e la domanda dei data center
Il tema non riguarda soltanto le case. Anche data center, cloud e carichi industriali aumentano la pressione sulla rete, soprattutto se crescono in aree già congestionate. Nel nostro approfondimento su impatto ambientale dell’AI, Google, Amazon e data center il punto era lo stesso: la tecnologia digitale ha bisogno di elettricità reale, continua e localizzata.
Quando domanda civile, caldo urbano, raffrescamento e nuovi carichi digitali si sommano, la rete non deve solo produrre più energia. Deve produrla nel posto giusto, nell’ora giusta e con margine sufficiente. Senza flessibilità, il sistema tende a usare le fonti più rapide da attivare, anche se più emissive.
Perché non basta installare più rinnovabili
Più rinnovabili aiutano, ma da sole non risolvono tutti i picchi. Servono batterie, accumuli di lunga durata, reti più robuste, interconnessioni, gestione intelligente dei consumi e tariffe capaci di spostare parte della domanda fuori dalle ore più critiche.
Un esempio pratico: se molti climatizzatori possono pre-raffrescare gli edifici prima del picco, oppure ridurre leggermente il carico per pochi minuti senza peggiorare il comfort, il sistema evita di accendere capacità fossile aggiuntiva. Lo stesso vale per ricarica auto, pompe di calore, industrie e data center con carichi programmabili.
Il limite dello studio e cosa possiamo imparare
Il limite principale è geografico e temporale. Lo studio usa dati statunitensi del 2019, quindi non descrive direttamente la rete italiana o europea del 2026. Ogni Paese ha mix elettrico, interconnessioni, clima, idroelettrico, gas e domanda diversi.
Il messaggio però resta forte: guardare solo alla quota media annua di rinnovabili può essere fuorviante. Le emissioni e l’inquinamento nei giorni estremi dipendono da come la rete risponde ai picchi. È lì che si vede se la transizione è davvero resiliente oppure se, nei momenti peggiori, continua ad appoggiarsi ai fossili.
Cosa significa per chi legge
Per il cittadino non significa che usare il condizionatore sia “sbagliato” in assoluto. Durante le ondate di calore il raffrescamento può essere essenziale per salute, sonno e sicurezza, soprattutto per persone fragili. Il punto è usare meglio energia e infrastrutture: case isolate, ombra, ventilazione, climatizzatori efficienti e consumi spostati fuori dai picchi riducono pressione sulla rete.
La lezione è questa: la crisi climatica aumenta la domanda di raffrescamento e la rete deve diventare abbastanza flessibile da non rispondere ai picchi con altro gas o carbone. La transizione energetica, quindi, non si gioca solo su quanti pannelli o turbine installiamo, ma su quanto bene sappiamo attraversare le giornate estreme.



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