Terra e Marte potrebbero essersi formati attraverso combinazioni molto diverse di ciottoli cosmici e planetesimi. Un nuovo studio pubblicato su Nature Astronomy mostra che la perdita di elementi volatili nei pianeti rocciosi può funzionare come una vera firma chimica della loro storia di formazione.
Il risultato è interessante perché non si limita al Sistema Solare. Se la relazione tra composizione e accrescimento regge anche altrove, la chimica dei mondi rocciosi potrebbe aiutarci a capire come si sono assemblati pianeti che non possiamo osservare durante la loro nascita.
La nuova firma chimica nascosta nei pianeti rocciosi
La ricerca parte da un fatto noto: Terra e Marte hanno meno elementi moderatamente volatili rispetto alla composizione della materia da cui si è formato il Sistema Solare. Questi elementi tendono a essere persi o redistribuiti quando il materiale viene riscaldato durante la formazione planetaria.
Gli autori hanno quindi modellato due meccanismi che possono contribuire alla crescita di un pianeta: l’accrezione di ciottoli, cioè piccoli granuli solidi che vengono catturati da un protopianeta, e l’accrescimento di planetesimi, corpi più grandi che crescono attraverso collisioni e fusioni.
Il punto centrale è che questi processi non lasciano necessariamente la stessa impronta chimica. Confrontando i modelli con la composizione del mantello terrestre e marziano, i ricercatori hanno ricostruito quali combinazioni risultano più compatibili con i dati.

La Terra sarebbe cresciuta soprattutto grazie ai ciottoli
Secondo il modello che riproduce meglio la composizione della Terra silicatica, oltre il 75% del materiale deriverebbe da due protopianeti cresciuti principalmente attraverso accrezione di ciottoli. A questa componente si sarebbe aggiunta una quota fino a circa il 25% di planetesimi con caratteristiche chimiche simili a quelle associate all’asteroide Vesta.
Non significa che la Terra sia stata assemblata semplicemente raccogliendo polvere fine. I modelli includono anche grandi impatti e la fusione di protopianeti. La novità sta nel peso attribuito alle diverse fasi: l’accrezione di materiale piccolo avrebbe avuto un ruolo dominante nel costruire i principali corpi che in seguito hanno formato il nostro pianeta.
Questo scenario aiuta anche a interpretare la perdita di elementi volatili. Durante la crescita, il riscaldamento del materiale può modificare quali elementi vengono trattenuti e quali vengono persi. Il pattern finale rimasto nel mantello diventa quindi una specie di archivio chimico delle condizioni attraversate dal pianeta.
Marte racconta una storia quasi opposta
Il risultato per Marte è molto diverso. Il modello stima una composizione compatibile con circa 27 ± 5% di materiale accumulato tramite ciottoli e circa 73 ± 5% proveniente da planetesimi simili a Vesta.
In altre parole, due pianeti vicini e formati nello stesso Sistema Solare potrebbero aver seguito percorsi di crescita molto differenti. Questo è un punto importante perché mostra quanto sia rischioso immaginare un’unica ricetta per la nascita dei pianeti rocciosi.
Su Tech abbiamo già approfondito come possono formarsi i pianeti rocciosi. Il nuovo studio aggiunge un elemento concreto a quel quadro: la composizione chimica può essere usata per distinguere il peso relativo dei diversi meccanismi di accrescimento.

Cosa sono i planetesimi e perché Vesta è importante
I planetesimi sono corpi solidi più grandi dei semplici granuli del disco protoplanetario e rappresentano uno dei passaggi fondamentali verso la costruzione dei pianeti. Collisione dopo collisione, possono unirsi e produrre oggetti sempre più massicci.
Vesta è utile come riferimento perché meteoriti collegati a corpi parentali simili permettono di confrontare modelli teorici con materiale reale. Quando lo studio parla di planetesimi “Vesta-like”, non sostiene che frammenti dell’attuale Vesta abbiano costruito direttamente Terra e Marte: indica una composizione analoga a quella di una classe di materiale planetesimale impoverito in volatili.
Perché gli elementi volatili possono raccontare il passato
Elementi diversi condensano o evaporano a temperature diverse. Durante la crescita di un pianeta, il materiale può essere riscaldato nell’involucro del protopianeta, negli impatti o all’interno dei corpi più piccoli. Questo altera il rapporto tra gli elementi che restano e quelli che vengono persi.
Lo studio usa proprio questa deplezione dei volatili come impronta. Se due meccanismi di accrescimento producono pattern differenti, confrontare quei pattern con la composizione osservata permette di stimare quale percorso sia più plausibile.
La procedura non ricostruisce ogni singolo impatto avvenuto miliardi di anni fa. Fornisce invece vincoli statistici sul tipo di materiale e sui processi che possono aver dominato la crescita.
La parte più interessante riguarda gli esopianeti
Il metodo potrebbe diventare importante anche nello studio dei pianeti rocciosi fuori dal Sistema Solare. In alcuni sistemi la composizione della materia planetaria può essere stimata indirettamente, per esempio analizzando materiale che contamina l’atmosfera di alcune nane bianche oppure confrontando la chimica di stelle che mostrano segnali di ingestione planetaria.
Se la deplezione degli elementi volatili conserva informazioni sul modo in cui un pianeta si è assemblato, gli astronomi potrebbero passare da una semplice descrizione della composizione a una domanda più ambiziosa: quale storia di formazione ha prodotto quella composizione?
Cosa dimostra lo studio e cosa resta da verificare
È importante mantenere una distinzione netta. I ricercatori non hanno osservato direttamente la nascita di Terra e Marte. Hanno costruito modelli fisici e chimici e li hanno confrontati con le abbondanze elementari dei due pianeti usando anche inferenza bayesiana.
Il risultato quindi indica quali scenari sono più compatibili con i dati disponibili, non una cronaca completa e definitiva dei primi milioni di anni del Sistema Solare. Diverse ipotesi sulla composizione dei planetesimi possono modificare le percentuali stimate.
Resta però un messaggio robusto: Terra e Marte non devono aver seguito lo stesso percorso. La loro chimica è compatibile con un’accrescimento ibrido, in cui ciottoli, planetesimi e grandi collisioni contribuiscono in proporzioni diverse.
È un collegamento prezioso tra geochimica e formazione planetaria. E potrebbe diventare ancora più utile man mano che crescerà il numero di mondi rocciosi di cui riusciremo a stimare massa, struttura e composizione.