Le spiagge italiane a rischio sono una delle immagini più concrete della crisi climatica nel Mediterraneo. L’8 luglio, giornata internazionale del Mar Mediterraneo, riporta l’attenzione su un fenomeno già visibile: l’erosione costiera sta avanzando e, entro il 2100, fino al 45% delle spiagge italiane potrebbe scomparire.
Il problema non riguarda solo il paesaggio estivo. Spiagge più strette significano meno protezione naturale contro mareggiate e inondazioni, più danni a infrastrutture e stabilimenti, maggiore pressione sugli ecosistemi costieri e un impatto diretto su uno dei settori economici più esposti: il turismo balneare.
Il Mediterraneo è un bacino fragile perché concentra coste molto abitate, turismo intenso, fiumi modificati dall’uomo e un riscaldamento che amplifica eventi estremi. In Italia questa vulnerabilità è ancora più evidente: molte spiagge hanno ampiezze ridotte, spesso di poche decine di metri, e basta poco per perdere terreno.
Perché le spiagge italiane rischiano di arretrare

Le spiagge arretrano quando il mare porta via più sedimenti di quanti ne arrivino. L’innalzamento del livello del mare accelera il processo, mentre dighe, prelievi negli alvei, urbanizzazione e perdita di dune riducono la capacità naturale delle coste di ricostruirsi.
Tra il 2006 e il 2018 il livello medio globale del mare è cresciuto di 3,7 millimetri l’anno, un ritmo più che doppio rispetto alla media del secolo scorso indicata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente sul livello del mare. Nel Mediterraneo, questo aumento si combina con coste basse, subsidenza locale e mareggiate sempre più dannose.
Le proiezioni per il Mediterraneo indicano che entro il 2100 potrebbero essere sommerse fino a 40.000 chilometri quadrati di aree costiere. È una superficie enorme, legata agli scenari analizzati dal progetto europeo SAVEMEDCOASTS-2 sulle coste mediterranee, coordinato con il contributo dell’INGV.
L’Italia è particolarmente esposta perché ha un lungo fronte costiero e molte aree abitate o turistiche costruite vicino alla linea di riva. Dagli anni Settanta a oggi l’erosione avrebbe già consumato più di 40 milioni di metri quadrati di spiagge, un dato che rende meno astratte le proiezioni di fine secolo.
Le aree italiane più esposte all’erosione costiera

Le zone più fragili non sono distribuite in modo uniforme. Il rischio cresce dove le coste sono basse, dove il terreno tende ad abbassarsi, dove i fiumi portano meno sabbia e dove l’urbanizzazione ha cancellato dune, vegetazione e spazi naturali di arretramento.
Tra le aree più osservate ci sono l’Alto Adriatico, il Delta del Po, la Laguna di Venezia, alcuni tratti del litorale tirrenico tra Toscana e Campania, le coste pugliesi del Gargano e zone della Sardegna come Cagliari e Oristano. Anche alcune foci fluviali mostrano arretramenti molto rapidi, con casi che possono arrivare a diversi metri l’anno.
- Entro il 2100 il livello del mare lungo le coste italiane potrebbe aumentare di circa 60-70 centimetri.
- Fino al 45% delle spiagge italiane rischia di scomparire entro la fine del secolo.
- Nel Mediterraneo potrebbero essere coinvolti fino a 40.000 chilometri quadrati di aree costiere.
- Le foci dei fiumi sono tra i punti più vulnerabili perché ricevono meno sedimenti rispetto al passato.
Il caso delle foci è centrale. I fiumi dovrebbero portare sabbia e materiali verso il mare, alimentando naturalmente le spiagge. Quando dighe, prelievi e regimazioni trattengono i sedimenti, la costa perde la sua principale riserva di ricostruzione e diventa più esposta alle mareggiate.
Il Mediterraneo non è solo una linea di spiagge turistiche. È un sistema biologico ricco, dove ogni alterazione della costa modifica habitat, corridoi ecologici e specie marine. Lo mostrano anche ricerche recenti dedicate alla biodiversità, come il caso del capodoglio pigmeo rilevato nel Mediterraneo grazie al Dna ambientale.
Cosa serve per difendere coste, turismo e habitat

La difesa delle coste non può basarsi solo su barriere rigide. In alcuni tratti possono servire opere di protezione, ma da sole rischiano di spostare il problema più avanti lungo il litorale. La strategia più solida passa da ripascimento mirato, tutela delle dune, recupero della vegetazione costiera e pianificazione urbanistica meno esposta.
Le dune costiere sono una difesa naturale spesso sottovalutata. Assorbono parte dell’energia delle onde, trattengono sabbia e creano un margine dinamico tra mare e terra. Quando vengono eliminate per costruzioni, parcheggi o accessi non controllati, la spiaggia perde una barriera che non si ricostruisce in tempi brevi.
Il turismo è una parte del problema e della soluzione. La pressione sulle spiagge, se non gestita, accelera il degrado dei sistemi costieri. Il caso di Es Trenc e del turismo di massa a Maiorca mostra quanto la tutela dei litorali mediterranei richieda regole concrete, non solo campagne di sensibilizzazione.
La domanda più scomoda riguarda il tempo. Le proiezioni al 2100 sembrano lontane, ma le scelte che incidono sulla costa si fanno ora: dove costruire, quali spiagge rinaturalizzare, quali fiumi liberare dai blocchi inutili, quali aree lasciare arretrare. Se il mare continuerà a salire, il punto non sarà salvare ogni metro di sabbia, ma decidere quali territori rendere davvero adattabili.