La U.S. Space Force ha completato il dispiegamento di due sensori di sorveglianza spaziale installati sui satelliti di navigazione giapponesi QZSS. Il secondo payload è partito il 10 agosto 2026 a bordo del satellite QZS-7, lanciato dal Giappone con un razzo H3. L’obiettivo è migliorare il monitoraggio di satelliti e altri oggetti nell’orbita geosincrona sopra la regione indo-pacifica.
Il lancio completa il programma bilaterale Quasi-Zenith Satellite System-Hosted Payload, QZSS-HP, sviluppato da Stati Uniti e Giappone. Non si tratta di un semplice scambio di dati: un sensore militare statunitense opera fisicamente a bordo di un satellite governativo giapponese e utilizza anche l’infrastruttura di lancio del Paese asiatico.
Cosa farà il sensore della Space Force a bordo di QZS-7

Il sensore osserverà oggetti che si muovono nell’orbita geosincrona e invierà i dati quasi in tempo reale alla rete statunitense Space Surveillance Network. In questo modo la Space Force ottiene un ulteriore punto di osservazione sull’Indo-Pacifico, utile per identificare, seguire e caratterizzare satelliti e altri oggetti ad alta quota.
La conferma arriva dal comunicato ufficiale dello Space Systems Command, pubblicato il 14 agosto. Il payload sarà gestito da Mission Delta 2, l’organizzazione della Space Force incaricata delle attività di Space Domain Awareness.
I dati confluiranno nella Space Surveillance Network, la rete di sensori utilizzata dagli Stati Uniti per rilevare e seguire oggetti nello spazio. La capacità di mantenere sotto osservazione un satellite nel tempo diventa sempre più importante in un ambiente orbitale dove aumentano sia le infrastrutture civili sia quelle militari.
La crescita del numero di oggetti nello spazio è già evidente anche nelle orbite più basse. Su tech.icrewplay.com abbiamo analizzato il peso crescente dei satelliti SpaceX sull’orbita terrestre, un fenomeno molto diverso dal programma QZSS-HP ma utile per capire perché il tracciamento dello spazio sia diventato un’attività sempre più complessa.
QZS-7 completa un programma iniziato con il satellite QZS-6
Il primo sensore statunitense era stato lanciato il 2 febbraio 2025 a bordo del satellite giapponese QZS-6, sempre utilizzando un razzo H3. Con QZS-7 viene quindi completata la configurazione prevista dall’accordo QZSS-HP firmato nel dicembre 2020 tra la Space Force e il National Space Policy Secretariat giapponese.
Entrambi i payload sono stati progettati e costruiti dal MIT Lincoln Laboratory. Il secondo sensore è stato integrato e testato insieme al satellite ospite per circa due anni prima del lancio. Il Lincoln Laboratory descrive questi sistemi come sensori ottici passivi capaci di eseguire una parte rilevante dell’elaborazione direttamente in orbita.
Il satellite QZS-7 appartiene invece al Quasi-Zenith Satellite System del governo giapponese, la costellazione progettata per integrare i servizi GPS e migliorare posizionamento, navigazione e sincronizzazione in Giappone e nelle aree circostanti. I satelliti ospitano quindi due funzioni separate: quella civile di navigazione e il payload statunitense destinato alla sorveglianza spaziale.
I satelliti QZS-6 e QZS-7 sono stati realizzati da Mitsubishi Electric. Il fatto che il sensore americano viaggi sullo stesso veicolo non trasforma il sistema di navigazione giapponese in una rete militare statunitense: i payload restano distinti e svolgono missioni differenti.
Perché USA e Giappone stanno condividendo satelliti e lanci

La parte più significativa del programma riguarda il modello di cooperazione. Gli Stati Uniti non hanno semplicemente chiesto al Giappone accesso alle osservazioni di un sensore locale. Hanno integrato un proprio apparato operativo su un satellite alleato, lo hanno portato nello spazio con un lanciatore giapponese e lo hanno collegato alla propria architettura militare di sorveglianza.
Questa soluzione permette di distribuire i sensori su piattaforme diverse e di ottenere punti di osservazione aggiuntivi senza dover necessariamente costruire per ogni strumento un satellite dedicato. Per la Space Force significa anche creare un’architettura più distribuita, nella quale le capacità di sorveglianza possono essere ospitate su sistemi appartenenti a Paesi alleati.
Il programma si concentra sull’orbita geosincrona, una regione particolarmente importante perché ospita satelliti per telecomunicazioni, allerta, meteorologia e altre funzioni strategiche. Sapere con precisione dove si trovano gli oggetti, come si muovono e se modificano la propria traiettoria è essenziale sia per la sicurezza operativa sia per interpretare attività potenzialmente anomale.
Il monitoraggio riguarda anche la sicurezza fisica degli assetti orbitanti. Satelliti fuori servizio e detriti rappresentano un problema crescente, come mostra anche il tema dei satelliti Starlink che vengono progressivamente fatti rientrare nell’atmosfera. Alle quote geosincrone le dinamiche sono diverse, ma conoscere posizione e comportamento degli oggetti resta fondamentale.
Con QZS-7 il programma previsto nel 2020 è ora completo, ma il modello potrebbe avere conseguenze più ampie. Se l’integrazione di sensori statunitensi su piattaforme alleate si dimostrerà efficace, la cooperazione tra Washington e Tokyo potrebbe diventare un riferimento per future missioni condivise. La questione non sarà più soltanto quanti satelliti possiede ogni Paese, ma quanto facilmente le rispettive infrastrutture spaziali possono lavorare come una rete comune.