Cosa succede quando un satellite Starlink brucia nell’atmosfera? Il veicolo si frammenta, fonde e vaporizza durante il rientro. Il problema scientifico è capire quali materiali restano negli strati alti dell’atmosfera e quale effetto possano avere quando i rientri diventano migliaia.
La domanda è tornata centrale a settembre 2026. L’ESA ha osservato da un aereo i rientri controllati dei satelliti Samba e Tango della missione Cluster, registrando frammenti e firme dei materiali con 29 strumenti su 30. Non erano satelliti Starlink, ma l’esperimento serve proprio a costruire dati reali su un processo che riguarda anche le grandi costellazioni commerciali.
Starlink è il caso più evidente perché la sua scala rende il ricambio orbitale continuo. Togliere un satellite a fine vita riduce il rischio di detriti in orbita; farlo bruciare significa però spostare una parte del problema verso l’atmosfera. Per questo oggi sicurezza spaziale e impatto ambientale vanno letti insieme.
ESA ha filmato due satelliti mentre bruciavano
Il 31 agosto e il 1° settembre 2026 gli ultimi due satelliti Cluster, Samba e Tango, sono rientrati sopra una zona remota del Pacifico meridionale. L’ESA aveva modificato in anticipo le loro traiettorie per ottenere un rientro mirato e abbastanza preciso da permettere a un aereo scientifico di trovarsi nel punto giusto.
Il risultato è uno dei dataset più dettagliati mai raccolti sulla distruzione di satelliti nell’atmosfera. Secondo il resoconto ufficiale ESA del 2 settembre 2026, il team ROSIE ha seguito entrambi i veicoli per circa 50 secondi in media, con camere e spettrometri pensati anche per riconoscere materiali specifici.
L’obiettivo non è soltanto vedere il satellite spezzarsi. L’ESA vuole capire quando si staccano i componenti, quali parti sopravvivono più a lungo e quali sostanze vengono prodotte. I dati possono migliorare la progettazione dei satelliti futuri, in modo da ridurre sia il rischio di frammenti al suolo sia l’inquinamento atmosferico.

Perché il tema riguarda Starlink
Un singolo rientro atmosferico non è una novità. A cambiare è la frequenza con cui i satelliti delle mega-costellazioni vengono lanciati, sostituiti e rimossi. Starlink ha migliaia di unità operative in orbita bassa e un ciclo di rinnovo che rende la dismissione una parte normale dell’infrastruttura.
Il rientro controllato ha un vantaggio immediato: un satellite non più operativo viene tolto da un’orbita affollata invece di diventare un oggetto incontrollato. SpaceX può abbassarne l’orbita usando la propulsione residua, lasciando che l’attrito atmosferico completi la discesa.
Il punto aperto è ciò che accade dopo. Temperature elevate, attrito e forze aerodinamiche distruggono gran parte del veicolo, ma “bruciare completamente” non significa trasformarlo in nulla. Metalli e altri materiali possono ossidarsi, vaporizzare e produrre particelle molto piccole.
Il problema della scala era già emerso analizzando il peso di SpaceX nell’orbita terrestre: quando migliaia di satelliti seguono cicli di sostituzione ravvicinati, anche effetti modesti per un singolo oggetto possono diventare rilevanti nel totale.
Ossido di alluminio: perché gli scienziati lo misurano
L’alluminio è uno dei materiali su cui si concentra l’attenzione. Uno studio pubblicato nel 2024 su Geophysical Research Letters ha modellato la formazione di ossidi di alluminio durante il rientro. Gli autori stimano che un satellite da 250 kg possa generare circa 30 kg di nanoparticelle di ossido di alluminio.
Nello scenario studiato, l’intera popolazione di satelliti rientrati nel 2022 avrebbe prodotto circa 17 tonnellate di ossidi di alluminio. In un futuro dominato da mega-costellazioni, il modello arriva a oltre 360 tonnellate l’anno. Non è una misura diretta di ciò che Starlink produce oggi, ma una stima che mostra perché servono osservazioni reali come quelle dell’ESA.
Il timore riguarda l’ozono stratosferico. Gli ossidi di alluminio possono favorire reazioni chimiche legate all’attivazione del cloro, con un possibile effetto sulla distruzione dell’ozono. Quanto materiale raggiunga gli strati rilevanti, per quanto tempo vi resti e con quale distribuzione sono ancora questioni da affinare.
Un rientro Starlink è stato misurato anche con onde acustiche
Nel 2026 è arrivato anche un dato specifico su Starlink. Uno studio pubblicato su Geophysical Journal International ha ricostruito il rientro di Starlink-2382 del 27 agosto 2024 usando onde acustiche e segnali sismici accoppiati.
Quel lavoro non misura direttamente l’effetto sull’ozono, ma mostra quanto sia possibile ricavare dal passaggio di un satellite in disintegrazione. Traiettoria, velocità di perdita di massa e coefficiente di ablazione aiutano a migliorare i modelli fisici del rientro.

Meglio farli rientrare o lasciarli in orbita?
Non esiste una scelta priva di costi. Lasciare satelliti inattivi in orbita aumenta il rischio di collisioni e di nuova spazzatura spaziale. Farli rientrare riduce quel rischio, ma introduce materiali nell’atmosfera. Per le costellazioni in orbita bassa la strategia più sicura resta la rimozione a fine vita, mentre la ricerca cerca di renderla anche più sostenibile.
L’esperimento Cluster va proprio in questa direzione: progettare veicoli che si distruggano in modo prevedibile, riducendo frammenti pericolosi e comprendendo meglio i prodotti della combustione. È il concetto di “design for demise”, cioè pensare alla fine del satellite già mentre lo si progetta.
La questione diventerà ancora più importante se cresceranno satelliti pesanti e piattaforme di calcolo orbitale. Sullo stesso tema abbiamo analizzato anche i progetti di data center nello spazio per l’AI, che alzano ulteriormente la posta sul ciclo di vita dell’hardware fuori dalla Terra.
Cosa sappiamo oggi e cosa manca
- Sappiamo che i satelliti si frammentano, fondono e vaporizzano durante il rientro.
- Sappiamo che l’alluminio può trasformarsi in ossidi e nanoparticelle.
- Sappiamo che le mega-costellazioni aumentano il numero di rientri e il materiale totale coinvolto.
- Non sappiamo ancora con precisione l’effetto climatico e chimico cumulativo di decenni di rientri su larga scala.
- I nuovi dati ESA servono a trasformare modelli e stime in misure osservate.
Per Starlink la questione non è se i satelliti debbano essere rimossi a fine vita, ma come farlo con il minore impatto complessivo. I rientri di Samba e Tango non danno ancora una risposta definitiva, ma offrono dati che finora mancavano. Con costellazioni sempre più grandi, ogni satellite che scompare dall’orbita lascia comunque una traccia da misurare nell’atmosfera.



