Un nuovo studio condotto da ricercatori della UNSW Sydney fornisce le prove più solide finora a sostegno di una teoria discussa da decenni: le allucinazioni uditive nella schizofrenia potrebbero derivare da un malfunzionamento del modo in cui il cervello riconosce la propria voce interiore.

Secondo i ricercatori, il cervello di alcune persone affette da schizofrenia potrebbe interpretare pensieri generati internamente come se fossero suoni provenienti dall’esterno, rendendo le “voci” percepite estremamente realistiche.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica Schizophrenia Bulletin e apre prospettive interessanti anche sul fronte dei biomarcatori, un ambito in cui la schizofrenia presenta ancora forti limiti: ad oggi non esistono infatti esami del sangue, scansioni cerebrali o test di laboratorio in grado di identificarla in modo univoco.
Cos’è il linguaggio interiore e perché è importante
Il professor Thomas Whitford, autore principale dello studio, studia da anni il cosiddetto inner speech, ovvero la voce interiore con cui ognuno di noi commenta mentalmente ciò che fa, pianifica o osserva.
Nelle persone sane, quando si parla – anche solo mentalmente – il cervello riduce l’attività delle aree deputate all’elaborazione dei suoni.

Questo accade perché il cervello prevede il suono della propria voce e “attenua” la risposta neurale, un meccanismo simile a quello che ci impedisce di essere infastiditi dalla nostra stessa voce quando parliamo.
Secondo i ricercatori, questo meccanismo predittivo non funziona correttamente nelle persone che sperimentano allucinazioni uditive.
EEG e onde cerebrali: come è stata testata la teoria
Per indagare il fenomeno, il team ha utilizzato l’elettroencefalogramma (EEG), uno strumento che registra l’attività elettrica del cervello in tempo reale.
Lo studio ha coinvolto tre gruppi:
- persone con schizofrenia che avevano sperimentato recentemente allucinazioni verbali uditive;
- persone con schizofrenia senza allucinazioni recenti;
- individui sani senza storia di schizofrenia.
Ai partecipanti veniva chiesto di immaginare mentalmente di pronunciare una sillaba (“bah” o “bih”) mentre ascoltavano un suono reale tramite cuffie. Non sapevano se il suono immaginato avrebbe coinciso con quello udito.

Nei soggetti sani, quando il suono immaginato coincideva con quello reale, l’attività della corteccia uditiva diminuiva: un segnale che il cervello aveva previsto correttamente il suono.
Nei partecipanti con allucinazioni recenti, invece, accadeva l’opposto: il cervello reagiva più intensamente, come se il suono fosse percepito come esterno e non auto-generato.
Perché le voci sembrano “reali”
Questo risultato fornisce una spiegazione neurobiologica convincente del perché le voci percepite nella schizofrenia risultino così vivide e credibili: il cervello non le riconosce come proprie.
I partecipanti con schizofrenia ma senza allucinazioni recenti mostravano risposte cerebrali intermedie, suggerendo che il fenomeno sia strettamente legato allo stato attivo delle allucinazioni.
Verso nuovi biomarcatori per la psicosi?
Secondo i ricercatori, questo specifico schema di risposta cerebrale potrebbe in futuro diventare un biomarcatore utile per identificare soggetti a rischio di sviluppare psicosi, permettendo interventi più precoci e mirati.
Comprendere i meccanismi biologici alla base dei sintomi, spiegano gli autori, è un passaggio fondamentale per sviluppare trattamenti più efficaci e meno invasivi rispetto a quelli attualmente disponibili.