gene SLIT2

Perdita del gene SLIT2 regola le metastasi del cancro alla prostata

Una ricerca portata avanti dalla Northwestern Medicine ha rivelato che la perdita del gene SLIT2 nelle cellule tumorali circolanti regola le metastasi dei tumori del cancro alla prostata. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Science Advances

Una nuova ricerca sviluppato dalla Northwestern Medicine ha dimostrato che la perdita del gene SLIT2 nelle cellule tumorali circolanti regola le metastasi dei tumori del cancro alla prostata. Le metastasi sono responsabili della maggior parte dei decessi correlati al cancro, ma  meccanismi sottostanti sono rimasti poco conosciuti nonostante i recenti progressi nei trattamenti e nella cura delle neoplasie.

gene SLIT2
Uno schermo KO CRISPR-Cas9 in vivo dell’intero genoma che identifica i fattori genetici che promuovono le CTC. (A) Progettazione sperimentale dello schermo CRISPR-Cas9 KO dell’intero genoma incentrato sui CTC. (B) Curve di crescita del tumore primario dei topi immunocompromessi trapiantati per via sottocutanea con le cellule PC-3M trasdotte da TKOv3 o con le cellule di controllo (n = 3 per ciascun gruppo). Le barre di errore indicano SD. WT, tipo selvaggio. (C) Box plot dei conteggi di sgRNA dal pool di cellule trasdotte da TKOv3 prima del trapianto (cellule), tumori primari e CTC. (D) Distribuzione cumulativa di probabilità dei conteggi di sgRNA dal pool di cellule trasdotte da TKOv3 prima del trapianto (cellule, n = 2), tumori primari (n = 6) e CTC (n = 6). (E) Coefficiente di correlazione di Pearson dei conteggi di sgRNA dal pool di cellule trasdotte da TKOv3 prima del trapianto (Tn), tumori primari (Pn) e CTC (Cn). Credito:Science Advances.(2022). DOI: 10.1126/sciadv.abo7792

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Science Advances.

Perdita del gene SLIT2: ecco che cosa ha rivelato la ricerca

Le cellule tumorali circolanti (CTC) guidano le metastasi del cancro staccandosi dai tumori primari e viaggiando attraverso il flusso sanguigno per dare vita nuovi tumori. Tuttavia, l’identificazione dei fattori genetici che regolano le CTC e le aiutano a entrare nel flusso sanguigno è rimasto un ostacolo importante a causa della rarità e della natura eterogenea delle CTC.

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“Se potessimo disattivare le metastasi, il cancro non sarebbe mortale. Capire perché i CTC entrano nel sangue è un passaggio fondamentale”, ha affermato Shana Kelley, Ph.D., Professoressa di Biochimica e Genetica Molecolare, Professore di Chimica di Neena B. Schwartz e ingegneria biomedica presso la McCormick School of Engineering e autrice senior dello studio.

Per scoprire i meccanismi che guidano la migrazione delle CTC, i ricercatori hanno utilizzato l’editing del gene CRISPR per eliminare i geni nelle cellule tumorali della prostata che formano il tumore impiantate nei topi, con ogni cellula che ha perso la funzione di un gene nel genoma umano. Le CTC sono state raccolte utilizzando un approccio unico nel suo genere sviluppato dal laboratorio di Kelley che isola in modo efficiente le CTC dalle cellule del sangue.

Da questo screening, i ricercatori hanno identificato SLIT2 come il gene più comune associato alle CTC. Il gene codifica per la proteina SLIT2, che a sua volta influenza la migrazione cellulare. Quando le CTC knockout SLIT2 sono state reinserite nel modello murino, i ricercatori hanno scoperto che il numero di CTC aumentava nel flusso sanguigno dei topi.

I risultati suggeriscono che la perdita di SLIT2 nelle cellule tumorali circolanti promuove la metastasi e migliora la progressione del cancro. Secondo Kelley, i prossimi passi riguarderanno lo screening dei geni che vengono attivati, anziché eliminati, per identificare nuovi bersagli farmacologici che potrebbero potenzialmente rallentare o prevenire le metastasi.

“Sappiamo che nei pazienti se c’è una perdita di SLIT2, ci sono risultati peggiori, quindi questo suggerisce che se potessimo ripristinare la funzione SLIT2 potremmo impedire che si verifichino metastasi”, ha affermato Kelley, che è un membro del Robert H. Lurie Centro completo per il cancro della Northwestern University.

Il Professor Bernardo Rocco, Professore Ordinario Università di Modena e Reggio Emilia, Direttore UOC Urologia AOU Modena e Membro del Comitato Scientifico di Fondazione Umberto Veronesi, ha dichiarato: “Il cancro alla prostata è il tumore più frequente nel sesso maschile dopo i 50 anni; in Europa si contano circa 450.000 nuovi casi all’anno per una stima complessiva di 2.500.000 di pazienti affetti da questa malattia, in diversi stadi e momenti del percorso di cura”.

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“Spesso il tumore della prostata ha bassa aggressività e decorso lento e favorevole. Tuttavia occorre ricordare come vi siano paesi in cui la mortalità per tumore della prostata non è affatto trascurabile, anzi supera quella per tumore del seno o dell’intestino, neoplasie per le quali il livello di attenzione – e di cura – è molto elevato”.

“Infatti, come per la maggior parte dei tumori, prima lo si intercetta, meno sforzi si renderanno necessari per la cura: diagnosticare precocemente il tumore della prostata significa maggiori possibilità di guarire e, a parità di trattamento, meno effetti collaterali e meno impatto avverso sulla qualità di vita”.

“Le possibilità di cura sono tante, è dunque opportuno che la malattia venga inquadrata in un contesto multidisciplinare, che include l’urologo, l’oncologo, il radioterapista, ma anche il patologo, l’endocrinologo, lo psicologo, il sessuologo…perché tutti gli aspetti della malattia devono essere presi in considerazione, mantenendo al centro il paziente, la patologia, ma anche le sue personali aspettative e il mantenimento – se non il miglioramento – della sua qualità di vita”.

“Ribadendo che la prevenzione è fondamentale, per i motivi che abbiamo appena elencato, prima si intercetta il tumore e meglio lo si tratta: migliori risultati e meno effetti collaterali da terapia_.

“Da chirurgo, vivo quotidianamente questa realtà: quanto più il tumore si estende, tanto più la dissezione chirurgica dovrà essere ampia, per garantirne l’asportazione completa e assicurare così il primo principio della chirurgia oncologica, cioè il tentativo di radicalità. Ma un’ampia dissezione chirurgica va a scapito delle strutture funzionali adiacenti la prostata, preposte alla continenza urinaria e all’erezione: per questo motivo, lo stesso intervento di prostatectomia radicale potrà avere maggiori effetti collaterali – incontinenza e impotenza – se eseguito su un tumore diagnosticato più tardivamente”.

“Per intercettare precocemente il tumore della prostata, occorre l’informazione: gli uomini devono conoscere che esiste questa malattia, devono parlarne con il proprio urologo, e con lo specialista valutare la strategia per la diagnosi precoce di una eventuale malattia. Questo rappresenta già il primo passo verso una cura efficace e al contempo meno aggressiva”.

“La pandemia sta provocando in tutti noi un momento di disorientamento, in continua evoluzione fra numeri e indicazioni, nel quale è difficile soppesare cosa è meglio per la nostra salute: continuare a prendersi cura delle malattie note e perseguire la loro prevenzione, o ritardarne la diagnosi e il trattamento perché sopraffatti dal timore del coronavirus?”.

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“Allineandomi alle parole del Presidente Mattarella “troppe cure rimandate, il tumore non va in lockdown”, ritengo che non dobbiamo dimenticare le patologie oncologiche, ma valutare, sempre con lo specialista, le modalità più idonee a perseguire un percorso di diagnosi precoce e/o di cura”.

“L’efficacia della cura del tumore prostatico si è evoluta in maniera esponenziale negli ultimi decenni, abbracciando tutti i momenti della malattia, dalla diagnosi precoce sul paziente sano al trattamento delle forme più avanzate”.

“Tre sono i momenti fondamentali di questa evoluzione: l’introduzione del PSA come strumento diagnostico, della chirurgia robotica per le forme localizzate, dei nuovi agenti terapeutici per i tumori più avanzati. Anche in corso di emergenza da coronavirus, non possiamo dimenticare e abbandonare i progressi che sono stati fatti per la cura del tumore della prostata – e il benessere di ogni singolo paziente”.

Secondo L’urologo Francesco Montorsi: “In Italia il cancro della prostata è il tumore più diffuso nella popolazione maschile e rappresenta il 18,5 per cento di tutti i tumori diagnosticati nell’uomo: le stime relative all’anno 2020 parlano di 36.074 nuovi casi l’anno a livello nazionale. Nonostante l’incidenza elevata, il rischio che la malattia abbia un esito infausto è basso, soprattutto se si interviene in tempo e, rispetto al 2015, nel 2020 è stata stimata una riduzione dei tassi di mortalità del (-15,6 per cento)”.

“Lo dimostrano anche i dati relativi al numero di persone ancora vive dopo cinque anni dalla diagnosi ‒ in media il 92 per cento ‒ una percentuale tra le più alte in caso di tumore, soprattutto se si tiene conto dell’avanzata età media dei pazienti”.

L’incidenza, cioè il numero di nuovi casi registrati in un dato periodo di tempo, è cresciuta nell’ultimo decennio in concomitanza con la maggiore diffusione di esami che, seppure non sempre conclusivi, hanno comunque aiutato la diagnosi precoce come il test PSA (antigene prostatico specifico, in inglese prostate specific antigene)”.

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“Uno dei principali fattori di rischio per il tumore della prostata è l’età: le possibilità di ammalarsi sono scarse prima dei 40 anni, ma aumentano sensibilmente dopo i 50 anni e circa due tumori su tre sono diagnosticati in persone con più di 65 anni”.

“Quando si parla di tumore della prostata un altro fattore non trascurabile è senza dubbio la familiarità: il rischio di ammalarsi è pari al doppio per chi ha un parente consanguineo (padre, fratello eccetera) con la malattia rispetto a chi non ha nessun caso in famiglia”.

Cosa ne pensi di questa nuova importante scoperta sul gene SLIT2? Pensi che. Sia una ricerca che meriti più approfondimenti? Parlacene nei commenti.

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