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Nike Vaporfly 4%: le scarpe rischiano il ban alle olimpiadi

La mossa di Nike nella "corsa per la scarpa più rivoluzionaria"? Vaporfly 4%, una sneaker che fa correre gli atleti "troppo veloci"

nike vaporfly 4%
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Chi è l’Arkema SA? E cosa sta succedendo? Questa azienda è da anni un fornitore della Nike per quanto riguarda i polimeri che si possono trovare in alcune delle loro scarpe e stivali sportivi di fascia premium, tra cui il modello Vaporfly 4%. La società, relativamente poco conosciuta, porta sul tavolo la “schiuma reticolata a cellule chiuse di un copolimero con blocchi di poliammide e blocchi di polietere e una densità specifica” che è “l’ammortizzazione leggera della schiuma ZoomX di Nike“.

Presentate nel 2016, le sneaker Vaporfly 4% di Nike hanno iniziato a lasciare il segno l’anno scorso a seguito di due straordinari risultati in due maratone. Il 12 ottobre 2019, il maratoneta Keniota Eliud Kipchoge ha fatto notizia quando ha rotto il muro delle 2 ore in un evento speciale a Vienna con uno strepitoso tempo di 1 ora, 59 minuti e 40 secondi. Il giorno seguente il collega corridore Keniota Brigid Kosgei ha vinto la 26,2 miglia della Chicago Marathon segnando il record del mondo di 2 ore, 14 minuti e 4 secondi.

Potrebbero sembrare due coincidenze, e in realtà lo sono, ma solo al 50%, in quanto entrambi indossavano le sneaker Vaporfly 4% di Nike, una “scarpa rimbalzante e costosa”, come la descrive il New York Times, che può aumentare l’efficienza energetica degli atleti del 4% o più (da qui l’elemento numerico nel nome), secondo studi indipendenti e sponsorizzati da Nike.

Nonostante la critica stesse già da tempo osservando queste scarpe, la situazione è mutata velocemente dopo questa curiosa coincidenza, tanto da coinvolgere il Comitato Olimpico Internazionale, che dovrà decidere se gli atleti potranno indossare le sneaker nei prossimi Giochi olimpici che si terranno a Tokyo.

Oltre a ciò, le stesse scarpe stanno venendo messe sotto il microscopio, con molti che, come te e me, si chiedono su cosa si basi la tecnologia dietro le controverse scarpe.

Nike Vaporfly 4% nel dettaglio

Al centro del modello Vaporfly 4%, come indicato dai documenti di brevetto Nike, c’è una combinazione specifica: due strati di intersuola in schiuma e una piastra in fibra di carbonio che aiuta la schiuma a comprimersi ed espandersi rapidamente. Nel loro insieme, questi elementi consentono l’assorbimento e il riciclaggio di una parte dell’energia che un corridore applica quando i suoi piedi calpestano il terreno, creando così i “risparmi energetici” per cui il Vaporfly è diventato famoso, secondo una ricerca del Locomotion Laboratory presso l’University of Colorado Boulder.

A differenza delle scarpe da corsa tradizionali, che generalmente consistono in schiuma di etilene vinilacetato (“EVA”), un composto che “restituisce circa il 65% dell’energia che si inserisce“, a detta del ricercatore di kinesiologia Geoff Burns, il Vaporfly è più avanzato infatti il suo ritorno di energia è stimato in un enorme 87%. Questa differenza è dovuta in gran parte alla “schiuma intersuola” di proprietà di Nike, un composto Peebax che chiama ZoomX e che, come ti dicevo all’inizio dell’articolo, è prodotta dalla Arkema SA.

La schiuma ZoomX, che secondo Nike è stata derivata da una schiuma tradizionalmente utilizzata nell’innovazione aerospaziale ed applicata in esclusiva sulle Vaporfly 4%, sembra essere responsabile di gran parte del successo di queste sneaker da record.

Tuttavia, l’uso di schiuma chimica specializzata non è un fenomeno del tutto nuovo in effetti, non molto tempo fa il più vicino rivale della Nike, Adidas, ebbe il sopravvento in quello che la rivista Runner’s World ha chiamato “la corsa per una schiuma rivoluzionaria“.

Il passato e il futuro delle sneakers

Per decenni, i produttori di scarpe per atletica avevano fatto affidamento sull’EVA, un composto standard del settore che era leggero e offriva una buona ammortizzazione, il tutto mentre cercava alternative più interessanti che non fossero limitate da fattori dipendenti dalla temperatura e dal basso ritorno di energia, che erano un paio dei principali aspetti negativi dei composti EVA. Secondo Runner’s World, la ditta Saucony ha testato dozzine di schiume nel corso degli anni, mentre altre società come Reebok e Under Armour hanno fatto passi avanti simili. Alla fine, però, Adidas si dimostrerebbe la compagnia giusta per farlo.

A seguito della sua ricerca di rendere la scarpa da corsa la più comoda ed efficiente che il mercato abbia mai visto, il team di innovazione del colosso sportivo tedesco ha chiesto l’aiuto dei chimici tedeschi BASF per creare un composto di schiuma completamente nuovo, che riunirebbe i vantaggi precedentemente contraddittori di ammortizzazione morbida e reattiva.

Il risultato fu una mescola in poliuretano termoplastico (“TPU”) espanso che era diverso da qualsiasi cosa precedente in termini di durata, flessibilità, comfort e tecnologia di ritorno di energia; la tecnologia Boost di Adidas, rilasciata per la prima volta nel 2013, a distanza di due anni vendette oltre 10 milioni di paia di sneaker Boost nella sola categoria running.

In risposta della tecnologia Boost di adidas, Nike contrappone la sua tecnologia ZoomX e, non contenta, annuncia il nuovo modello, il Next%, svelato nella primavera del 2019, che vanta un’intersuola che contiene il 15% in più di schiuma rispetto al suo predecessore.

Nel frattempo, adidas, che oltre a rilasciare versioni ottimizzate della sua Boost come per esempio Boost HD è rimasta in silenzio ad osservare, voci di corridoio dicono che stia lavorando su una nuova scarpa che si suppone sia stata testata alla Maratona di Berlino del 2019, e potrebbe essere la sua risposta alla mossa rivoluzionaria del suo rivale.

Tu cosa ne pensi? Delle scarpe potrebbero mai essere una forma di “doping” o imbroglio? Qual è il tuo brand preferito di sneakers? Facci sapere qui sotto nei commenti!

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