Quando si parla di microplastiche, il pensiero va subito a oceani, fiumi e terreni agricoli. Ma un nuovo studio pubblicato su Nature Communications Earth & Environment rivela un dato sorprendente: anche le foreste stanno diventando un punto di accumulo significativo.

La ricerca, condotta dai geoscienziati della TU Darmstadt, mette in luce un tipo di inquinamento finora sottovalutato, che si muove in modo invisibile ma costante: attraverso l’aria.
Non è solo inquinamento locale: il ruolo dell’atmosfera
Uno degli aspetti più interessanti dello studio è il ribaltamento di prospettiva: le foreste non sono contaminate principalmente da fonti locali.
Al contrario, la maggior parte delle microplastiche arriva dall’atmosfera.
Queste particelle microscopiche si depositano inizialmente sulle foglie nella parte alta degli alberi. Il fenomeno viene definito dagli scienziati “comb-out effect”, cioè effetto pettine: la chioma degli alberi funziona come un filtro naturale che cattura le particelle sospese nell’aria.
Da lì, il passaggio al suolo è inevitabile: pioggia e caduta delle foglie trasportano le microplastiche verso il terreno.
Dal fogliame al sottosuolo: un processo silenzioso
Una volta raggiunto il suolo forestale, entrano in gioco i processi naturali.
La decomposizione delle foglie cadute diventa il meccanismo principale di accumulo. Le concentrazioni più elevate si trovano nello strato superficiale della lettiera, dove il materiale organico è ancora in fase iniziale di degradazione.

Ma il dato più interessante è un altro: le microplastiche non restano in superficie.
Grazie all’attività biologica – insetti, microrganismi e altri organismi del suolo – le particelle vengono progressivamente trasportate negli strati più profondi. In altre parole, il sistema stesso della foresta contribuisce a “seppellirle”.
Come sono state misurate le microplastiche
Per analizzare il fenomeno, i ricercatori hanno raccolto campioni in quattro aree forestali a est di Darmstadt, in Germania.
Sono stati analizzati:
- suolo
- foglie cadute
- deposizione atmosferica
Il tutto utilizzando un metodo innovativo combinato con tecniche spettroscopiche.
In parallelo, è stato sviluppato un modello per stimare quanta microplastica sia arrivata nelle foreste dagli anni ’50 a oggi. Questo ha permesso di isolare con precisione il contributo dell’atmosfera rispetto ad altre fonti.
Le foreste come “sensori” dell’inquinamento atmosferico
Uno dei risultati più solidi dello studio è questo: le foreste possono essere utilizzate come indicatori dell’inquinamento atmosferico da microplastiche.
Secondo i ricercatori:
- la maggior parte delle microplastiche proviene dall’aria
- il contributo di fonti dirette (come l’agricoltura) è minimo
- alte concentrazioni nel suolo indicano un forte apporto diffuso dall’atmosfera
Tradotto: le foreste stanno registrando, silenziosamente, quanto inquiniamo l’aria.
Implicazioni ambientali (e non solo)
Questo studio è il primo a collegare in modo diretto la contaminazione delle foreste alle microplastiche trasportate per via aerea.
E apre due fronti importanti.
Il primo è ambientale: le foreste sono già sotto pressione per via del cambiamento climatico.

L’accumulo di microplastiche potrebbe rappresentare una nuova minaccia per questi ecosistemi.
Il secondo è più sottile, ma potenzialmente più critico: la salute umana.
Se le microplastiche viaggiano nell’atmosfera fino a raggiungere le foreste, significa che sono presenti anche nell’aria che respiriamo. E questo sposta il problema da “ambientale” a sistemico.
Il punto chiave
Finora abbiamo trattato le microplastiche come un problema visibile nei mari, nei pesci, nei rifiuti.
Questo studio suggerisce qualcosa di diverso: il problema più grande è quello che non vediamo.
E, come spesso accade, è anche quello più difficile da fermare.