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Lettura: Occhiali smart Meta Ray-Ban: la causa che accusa l’azienda di aver mentito sulla privacy
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NotiziaIntelligenza Artificiale

Occhiali smart Meta Ray-Ban: la causa che accusa l’azienda di aver mentito sulla privacy

Meta prometteva privacy. Nel frattempo, lavoratori in Kenya guardavano dentro casa tua

Redazione 21 secondi fa Commenta! 7
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Sette milioni di occhiali venduti nel 2025.

Contenuti di questo articolo
Cosa dice la causa contro MetaLe parole degli avvocati che hanno presentato il casoLa risposta di Meta: vaga e incompletaIl sistema di annotazione dei dati: cosa succede davveroI rischi concreti per gli utenti secondo la causaLa reazione della rete: nascono i “pervert glasses”Cosa cambia per chi ha già comprato gli occhiali

Una campagna marketing costruita interamente attorno alla parola privacy. Slogan come “designed for privacy, controlled by you” e “built for your privacy” ripetuti fino all’esasperazione su ogni canale possibile.

E nel frattempo, lavoratori subappaltati in Kenya guardavano filmati registrati dagli utenti, inclusi momenti registrati in bagno o in camera da letto.

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La rivelazione è arrivata da un’inchiesta dei giornali svedesi Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten. Pochi giorni dopo la pubblicazione, Meta si è ritrovata con una class action in mano, depositata presso un tribunale distrettuale di San Francisco.

Cosa dice la causa contro Meta

Il documento legale, ottenuto da Futurism, è diretto e non lascia spazio a interpretazioni ambigue.

“Nessun consumatore ragionevole capirebbe che ‘progettato per la privacy, controllato da te’ significhi che filmati personali dall’interno della propria casa verrebbero visti e catalogati da lavoratori umani all’estero”, si legge nel testo della causa.

L’accusa centrale è che Meta abbia deliberatamente scelto la privacy come pilastro della sua campagna marketing sapendo che quella promessa non poteva essere mantenuta. Non un errore di comunicazione, non un’omissione trascurata. Una scelta consapevole.

“Meta ha scelto di fare della privacy il fulcro della sua campagna pubblicitaria pervasiva, nascondendo i fatti che dimostrano come quelle promesse siano false”, continua il documento.

Le parole degli avvocati che hanno presentato il caso

Intelligenza artificiale

Yana Hart, partner dello studio legale Clarkson Law Firm che ha depositato la causa, ha rilasciato una dichiarazione che vale la pena leggere per intero.

“Non puoi commercializzare un prodotto come ‘costruito per la privacy’ e poi convogliare filmati dei momenti intimi delle persone a lavoratori a contratto senza che loro lo sappiano”, ha detto Hart. “Meta ha fatto della privacy il fulcro della sua campagna marketing perché sapeva che i consumatori non avrebbero mai comprato questi occhiali se avessero conosciuto la verità.”

Ryan Clarkson, managing partner dello stesso studio, ha aggiunto un dettaglio che rende ancora più pesante l’intera vicenda: “Mentre il colosso tecnologico cercava di rassicurare i consumatori con pubblicità sulla privacy e il controllo, lavoratori a migliaia di chilometri di distanza guardavano filmati dall’interno delle camere da letto delle persone. Non è una questione tecnica o una svista. È un sistema che funziona esattamente come progettato.”

La risposta di Meta: vaga e incompleta

Un portavoce di Meta ha dichiarato a Engadget che i dati raccolti dagli occhiali possono finire nelle mani di appaltatori umani, ma ha rifiutato di rispondere direttamente alle accuse contenute nella causa.

Il portavoce ha anche affermato che “a meno che gli utenti non scelgano di condividere i contenuti catturati con Meta o altri, quei contenuti rimangono sul dispositivo dell’utente.”

Il problema, come evidenzia la causa, è che Meta non spiega una cosa fondamentale: utilizzare le funzioni AI principali degli occhiali senza autorizzare i lavoratori a contratto a guardare i filmati risultanti è semplicemente impossibile. Non è un’opzione che l’utente può disattivare. È parte integrante del funzionamento del prodotto.

Il sistema di annotazione dei dati: cosa succede davvero

Per capire la portata del problema, bisogna fare un passo indietro e spiegare come funziona l’industria dell’intelligenza artificiale dietro le quinte.

I modelli AI hanno bisogno di enormi quantità di dati etichettati per essere addestrati. Questo lavoro viene affidato a team di annotatori umani, spesso in paesi con costo del lavoro basso, che guardano, classificano e catalogano contenuti per insegnare alle macchine a riconoscere oggetti, situazioni, comportamenti.

È una pratica diffusa nell’intera industria tech, quasi mai comunicata agli utenti finali nei materiali di marketing. Nel caso di Meta e degli occhiali Ray-Ban, però, il problema assume una dimensione diversa: i contenuti annotati non erano immagini generiche o dataset anonimi. Erano filmati registrati da dispositivi indossati da persone nella loro vita quotidiana, inclusi momenti di assoluta intimità.

La causa descrive questo meccanismo come una trasformazione del prodotto: da dispositivo personale a condotto di sorveglianza.

I rischi concreti per gli utenti secondo la causa

Il documento legale non si ferma alla violazione della fiducia. Elenca una serie di rischi specifici che questa esposizione crea per chi ha acquistato e utilizzato gli occhiali.

Tra quelli citati:

  • Danno alla dignità personale
  • Stress emotivo
  • Rischio di stalking
  • Estorsione
  • Furto di identità
  • Danno reputazionale

“L’esposizione di tali contenuti a migliaia di individui sconosciuti crea un rischio persistente e irragionevole di danno che le funzioni di privacy commercializzate da Meta erano rappresentate, ma non riescono, a prevenire”, si legge nel testo.

La reazione della rete: nascono i “pervert glasses”

Meta

Oltre alla causa legale, la vicenda ha prodotto una reazione immediata sui social.

Gli utenti hanno iniziato a usare un nuovo termine per riferirsi agli occhiali Ray-Ban Meta: “pervert glasses”. Un soprannome che sintetizza in due parole la percezione pubblica di quello che è emerso dall’inchiesta svedese.

Non è solo una questione di immagine. Per un’azienda che aveva costruito l’intera strategia di lancio di un prodotto attorno alla parola privacy, il danno reputazionale si aggiunge a quello legale in modo difficilmente separabile.

Cosa cambia per chi ha già comprato gli occhiali

Se hai un paio di Ray-Ban Meta e stai leggendo questo articolo, la domanda ovvia è: cosa fare adesso?

La causa è ancora nella sua fase iniziale e non ci sono ancora indicazioni su possibili rimborsi o compensazioni. Meta non ha comunicato modifiche al sistema di annotazione dei dati né ha spiegato come intende garantire in futuro la promessa di privacy che ha usato per vendere il prodotto.

Quello che è chiaro è che usare le funzioni AI integrate negli occhiali significa, allo stato attuale, accettare che i filmati registrati possano essere visti da lavoratori terzi. Non è un’ipotesi, è il funzionamento documentato del sistema.

La causa chiede che Meta venga ritenuta responsabile per la pubblicità falsa e per non aver divulgato la vera natura della pipeline di raccolta dati AI collegata al prodotto.

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