In Italia si vive molto più a lungo rispetto al passato, ma non tutti partono dalla stessa linea. Il nuovo report ISTAT “La salute: una conquista da difendere” mostra un dato che pesa più di quanto sembri: tra gli adulti sopra i 30 anni, chi ha un basso livello di istruzione registra una mortalità circa il 40% più alta rispetto a chi ha studiato di più. Non significa che la scuola “allunghi la vita” in modo automatico. Significa che istruzione, reddito, prevenzione, accesso alle cure e abitudini quotidiane spesso viaggiano insieme. E il risultato si vede negli anni vissuti.
L’Italia vive più a lungo, ma il vantaggio non è uguale per tutti
L’Italia resta uno dei Paesi più longevi al mondo. La speranza di vita alla nascita è arrivata a 83,4 anni, un numero che diventa ancora più forte se confrontato con il passato: nel 1872 era ferma a 29,8 anni. In meno di due secoli il Paese ha guadagnato oltre 50 anni di vita media. ISTAT collega questo cambiamento al miglioramento dell’alimentazione, dell’igiene, della medicina, dei vaccini e alla costruzione di un sistema sanitario universalistico.
Il progresso però non cancella le differenze interne. Tra il 1990 e il 2024 la speranza di vita è cresciuta di circa 8 anni per gli uomini e di 6,5 anni per le donne, arrivando rispettivamente a 81,5 e 85,6 anni. L’età mediana alla morte, nel 2023, è di 81,6 anni per gli uomini e 86,3 per le donne.
Questi dati raccontano una conquista enorme. Ma la parte più interessante del report non è solo “quanto” si vive. È “chi” riesce a vivere più a lungo e in quali condizioni.
Istruzione e aspettativa di vita: il dato che pesa sulla mortalità

Il punto centrale è questo: tra gli adulti di almeno 30 anni, le persone con bassa istruzione hanno una mortalità circa il 40% più alta rispetto a quelle con istruzione elevata. È un divario sociale, non solo sanitario. Il livello di studio diventa una specie di indicatore indiretto: dice molto sulle opportunità, sul lavoro, sulla prevenzione, sull’informazione sanitaria e sulla capacità di orientarsi tra visite, controlli e percorsi di cura.
Non va letto in modo banale. Non basta avere un diploma o una laurea per essere automaticamente più sani. Il punto è che chi studia di più tende ad avere maggiori strumenti per riconoscere i rischi, usare meglio i servizi sanitari, seguire screening e prevenzione, interpretare le informazioni sulla salute e adottare comportamenti meno dannosi nel lungo periodo.
Qui entra in gioco anche il concetto di alfabetizzazione sanitaria. Capire un referto, sapere quando fare un controllo, riconoscere un sintomo, distinguere una fonte affidabile da una sbagliata: sono competenze pratiche. E nella vita reale possono fare la differenza.
Nord, Sud e titolo di studio: due disuguaglianze che si sommano
Il divario territoriale resta evidente. Le regioni del Mezzogiorno continuano a mostrare svantaggi nella sopravvivenza, mentre alcune aree del Centro Nord registrano valori migliori. Il report segnala una differenza di oltre 4 anni nell’età mediana alla morte tra Campania e Marche, un margine enorme se lo guardi come dato collettivo.
La novità è che il territorio da solo non basta a spiegare tutto. L’istruzione attraversa la mappa e aggiunge un secondo livello di disuguaglianza. Puoi vivere in una regione con buoni servizi, ma avere comunque un rischio maggiore se le condizioni sociali ti espongono a lavori più usuranti, minore prevenzione, diagnosi tardive o stili di vita meno protettivi.
L’Atlante italiano delle disuguaglianze di mortalità per livello di istruzione, realizzato da ISTAT e INMP, aveva già messo in evidenza questa relazione: le persone con basso titolo di studio hanno una probabilità di morte superiore del 35% tra gli uomini e del 24% tra le donne. La quota di mortalità attribuibile alle condizioni associate al basso titolo di studio è stimata al 18% tra gli uomini e al 13% tra le donne.
Il messaggio è netto: la salute non dipende solo dagli ospedali. Dipende anche dal contesto in cui cresci, lavori, mangi, ti informi e riesci a curarti.
Perché chi studia meno rischia di più

Il livello di istruzione è legato a molti fattori concreti. Spesso chi ha studiato meno ha lavori fisicamente più pesanti, maggiore esposizione a rischi professionali, redditi più bassi e meno possibilità di scegliere abitazioni, alimentazione e cure preventive. Non è una regola assoluta, ma su milioni di persone il legame statistico diventa visibile.
C’è poi il tema della prevenzione. Screening oncologici, controlli cardiovascolari, gestione del diabete, pressione alta, fumo, obesità e attività fisica non dipendono solo dalla volontà individuale. Dipendono anche dal tempo disponibile, dalla qualità delle informazioni ricevute, dal rapporto con il medico, dalla facilità di accesso ai servizi e dalla fiducia nelle istituzioni sanitarie.
Per questo il dato ISTAT non va letto come una colpa personale. È un segnale politico e sociale. Se una parte della popolazione muore prima, non basta dire “deve curarsi di più”. Serve chiedersi perché arriva più tardi alle cure, perché fa meno prevenzione, perché vive in ambienti più sfavorevoli o perché non riceve informazioni chiare.
Più anni di vita, più malattie croniche
La longevità porta con sé un altro problema: vivere di più non significa per forza vivere sempre meglio. ISTAT segnala che in Italia 13 milioni di persone convivono con almeno due patologie croniche. È il rovescio della medaglia di un Paese anziano, dove diabete, ipertensione, malattie cardiovascolari e patologie degenerative diventano sempre più centrali nella gestione della salute pubblica.
Qui la differenza sociale torna a pesare. Le malattie croniche richiedono controlli costanti, terapie seguite bene, cambiamenti nello stile di vita e continuità nel rapporto con il sistema sanitario. Chi ha meno strumenti culturali o economici può incontrare più ostacoli, anche quando il servizio sanitario è formalmente accessibile a tutti.
Un dato positivo resta la mortalità infantile. Nel 2023 è scesa a 2,7 decessi ogni mille nati vivi, tra i valori più bassi al mondo. È una delle prove più forti del progresso sanitario italiano. Ma proprio perché il Paese ha saputo vincere battaglie enormi nel passato, oggi la sfida si sposta sulle disuguaglianze che restano meno visibili.
La scuola come prevenzione prima della prevenzione
La domanda iniziale, quindi, ha una risposta meno semplice del previsto. Chi studia di più tende a vivere più a lungo, ma non perché i libri siano una medicina. L’istruzione funziona come una protezione indiretta: aumenta le competenze, apre opportunità, migliora la capacità di usare le informazioni e riduce alcuni rischi sociali.
Il dato ISTAT dovrebbe interessare anche chi non si occupa di sanità. Se il livello di istruzione incide sulla mortalità, allora scuola, formazione degli adulti, contrasto alla povertà educativa e comunicazione sanitaria diventano strumenti di salute pubblica. Non sono settori separati. Sono pezzi dello stesso problema.
L’Italia ha guadagnato oltre mezzo secolo di vita media dalla fine dell’Ottocento a oggi. La prossima conquista non sarà solo vivere ancora più a lungo. Sarà evitare che gli anni in più restino un vantaggio distribuito male.
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