Un team di ricercatori della Weill Cornell Medicine ha identificato un meccanismo chiave del’infiammazione del sistema immunitario che potrebbe spiegare perché le persone affette da malattie infiammatorie intestinali (IBD) presentano un rischio significativamente più alto di sviluppare il cancro del colon-retto.

Lo studio, basato su modelli preclinici, mostra come segnali infiammatori originati nell’intestino siano in grado di attivare una risposta sistemica che coinvolge il midollo osseo, favorendo la crescita tumorale. I risultati aprono anche nuove prospettive per la diagnosi precoce, il monitoraggio e la riduzione del rischio oncologico nei pazienti con IBD.
TL1A: il “ponte” tra infiammazione e tumore
Al centro della ricerca c’è TL1A, una proteina di segnalazione infiammatoria già nota per la sua associazione sia con l’IBD sia con il cancro del colon-retto; negli ultimi anni sono stati sviluppati farmaci in grado di bloccare TL1A, con risultati molto promettenti nel trattamento dell’IBD. Tuttavia, il ruolo preciso di questa proteina nei processi infiammatori e tumorali non era ancora del tutto chiaro.

Pubblicato sulla rivista Immunity, lo studio dimostra che TL1A esercita gran parte dei suoi effetti attraverso un particolare gruppo di cellule immunitarie presenti nell’intestino: le ILC3 (Innate Lymphoid Cells di tipo 3). Quando TL1A attiva queste cellule, esse innescano una risposta che va ben oltre l’intestino stesso.
Dal gut al midollo osseo: una risposta sistemica
Una volta attivate, le cellule ILC3 rilasciano GM-CSF (fattore stimolante le colonie di granulociti e macrofagi), una molecola che stimola la produzione di cellule del sangue. Questo segnale raggiunge il midollo osseo e avvia un processo noto come granulopoiesi di emergenza: una produzione accelerata di neutrofili, un tipo di globuli bianchi.

I neutrofili così prodotti migrano poi verso l’intestino infiammato. Nei modelli murini di cancro intestinale utilizzati nello studio, la sola presenza di questi neutrofili è risultata sufficiente ad accelerare la crescita dei tumori.
Neutrofili “riprogrammati” per favorire il cancro
Il ruolo dei neutrofili nel favorire la progressione del cancro del colon-retto non è una novità: queste cellule rilasciano molecole reattive che possono danneggiare il DNA delle cellule intestinali. Tuttavia, lo studio aggiunge un tassello fondamentale.
I ricercatori hanno osservato che le cellule ILC3 inducono nei neutrofili uno specifico programma di attivazione genica. Questo profilo include un’aumentata espressione di geni coinvolti nell’inizio e nella progressione tumorale.
Lo stesso schema di espressione genica è stato individuato anche in campioni di tessuto del colon provenienti da pazienti con colite associata a IBD. Un dato particolarmente rilevante è che questa “firma” pro-tumorale risulta molto meno evidente nei pazienti trattati con terapie sperimentali che bloccano TL1A.
I nuovi bersagli terapeutici all’orizzonte
I risultati suggeriscono che il pathway TL1A–ILC3–GM-CSF–neutrofili rappresenti un bersaglio strategico non solo per il trattamento dell’IBD, ma anche per la prevenzione del cancro del colon-retto associato a questa patologia.

Oltre a TL1A, anche le cellule ILC3, il GM-CSF e i neutrofili stessi potrebbero diventare obiettivi di future terapie mirate, con l’obiettivo di controllare l’infiammazione cronica riducendo al contempo il rischio oncologico.
Verso una medicina di precisione per l’IBD
Secondo gli autori, uno degli aspetti più interessanti dello studio è la dimostrazione che l’IBD non è una malattia confinata all’intestino, ma coinvolge un dialogo continuo tra organi diversi, in particolare tra intestino e midollo osseo.
Le ricerche future si concentreranno sul capire se esposizioni precoci o intermittenti al GM-CSF possano “preparare” il midollo osseo, aumentando nel tempo la predisposizione all’IBD e alle sue complicanze. Se confermata, questa ipotesi potrebbe aprire la strada a strategie di intervento e prevenzione ancora più precoci, basate su biomarcatori sistemici.