L’Amazzonia non sta cambiando tutta nello stesso modo. Nel 2021 uno studio basato su misure atmosferiche mostrò che la parte sud-orientale della foresta brasiliana, più deforestata e stressata dal clima, era diventata una fonte netta di CO2. Un nuovo studio pubblicato il 9 settembre 2026 aggiunge un dato diverso e inatteso: alcune delle accelerazioni più rapide negli estremi di caldo e stress idrico stanno emergendo anche nell’Amazzonia centro-settentrionale, lontano dal principale fronte della deforestazione.
Questo non significa che tutta la foresta amazzonica abbia smesso di assorbire carbonio, né che ogni area stia già superando un punto di non ritorno. Significa che media climatica, eventi estremi, deforestazione e bilancio del carbonio sono indicatori diversi, e vanno letti insieme per capire quanto il sistema sia sotto pressione.

Cosa aveva mostrato lo studio sulla CO2 del 2021
Il punto di partenza resta lo studio pubblicato su Nature nel 2021. I ricercatori analizzarono misure di anidride carbonica e monossido di carbonio raccolte con voli sopra diverse regioni dell’Amazzonia brasiliana tra il 2010 e il 2018.
Il risultato più importante riguardava il sud-est dell’Amazzonia, dove la combinazione di deforestazione, incendi, temperature più alte e stagione secca più intensa aveva indebolito la capacità della foresta di compensare le emissioni. In quella regione il bilancio osservato era diventato una fonte netta di carbonio verso l’atmosfera.
La vecchia versione di questa pagina poteva far pensare che l’intera Amazzonia fosse ormai passata da pozzo a fonte di CO2. È una semplificazione eccessiva. Lo studio mostrava forti differenze regionali: le aree occidentali e centrali, più umide e meno degradate, avevano un comportamento diverso da quello del settore orientale più trasformato.
Cosa aggiunge lo studio pubblicato il 9 settembre 2026
Il nuovo lavoro, pubblicato su Communications Earth & Environment, non misura direttamente il bilancio della CO2. Analizza invece come siano cambiati temperatura, precipitazioni e deficit idrico nell’intera Amazzonia tra il 1981 e il 2023, con una griglia ad alta risoluzione.
Gli autori hanno distinto due modi di leggere il cambiamento climatico. Il primo osserva la tendenza media nel tempo. Il secondo dà più peso agli anni eccezionalmente caldi o secchi, cioè agli estremi che tendono a produrre gli impatti più gravi su alberi, animali e popolazioni umane.
Il risultato sorprendente è che l’area che si scalda più rapidamente in media non coincide necessariamente con quella in cui gli estremi stanno accelerando di più. Il sud dell’Amazzonia resta la regione con il riscaldamento medio più rapido, ma l’Amazzonia centro-settentrionale emerge come un nuovo hotspot per la crescita del caldo estremo e dello stress idrico.
Il dato dei 700.000 chilometri quadrati
Secondo i risultati riassunti anche dallo Stockholm Environment Institute, circa il 10% del bacino amazzonico, oltre 700.000 chilometri quadrati, mostra un aumento degli estremi di temperatura nella stagione secca di almeno 0,75 °C per decennio.
Nelle aree più colpite l’aumento cumulato degli estremi termici supera 3,22 °C rispetto al 1981. Questo valore non va confuso con il riscaldamento medio di tutta l’Amazzonia, che nello stesso lavoro risulta molto più basso. Stiamo confrontando metriche diverse.
| Indicatore | Cosa misura | Cosa non dimostra da solo |
|---|---|---|
| Temperatura media | La tendenza climatica generale | Quanto peggiorano gli anni più estremi |
| Estremi di temperatura | La crescita degli episodi più caldi | Il bilancio netto della CO2 |
| Deficit idrico | Quanto l’atmosfera e il clima aumentano lo stress da mancanza d’acqua | Che ogni albero morirà o che ogni area brucerà |
| Bilancio del carbonio | Se una regione assorbe o emette più CO2 nel periodo studiato | La probabilità esatta di un futuro tipping point |
Perché il centro-nord è un risultato inatteso
Per anni l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’arco della deforestazione nel sud e nel sud-est, dove il cambiamento d’uso del suolo è molto intenso. Il nuovo studio rileva invece una forte accelerazione degli estremi anche in zone del centro-nord con ampie aree di foresta ancora intatta, savane naturali e territori indigeni.
Questo conta perché riduce la capacità di spiegare tutto con un’unica causa locale. La deforestazione resta un fattore determinante in molte regioni, ma gli autori sottolineano che l’accelerazione degli estremi nelle aree lontane dal fronte di disboscamento indica anche il peso del cambiamento climatico globale.

Più caldo estremo significa automaticamente più incendi?
No, non automaticamente. Un incendio richiede combustibile, condizioni meteorologiche favorevoli all’innesco e una sorgente di accensione. Però temperature elevate e deficit idrico possono seccare la vegetazione, aumentare lo stress degli alberi e creare condizioni nelle quali un fuoco si propaga più facilmente.
Il quadro diventa ancora più complesso quando entrano in gioco fenomeni meteorologici intensi. Su Tech abbiamo già analizzato come i temporali convettivi possano contribuire alla mortalità degli alberi tropicali. Il nuovo studio amazzonico rafforza una lezione simile: affidarsi a una sola variabile rischia di nascondere parte del problema.
L’Amazzonia è già oltre un punto di non ritorno?
Il nuovo studio non dimostra che l’intera Amazzonia abbia già superato un tipping point irreversibile. Misura l’accelerazione degli estremi climatici e identifica nuove regioni di particolare preoccupazione. Da questi dati si può dedurre un aumento della pressione sul sistema, non una data precisa oltre la quale tutta la foresta collasserà.
La distinzione tra rischio e previsione è fondamentale. Un ecosistema può diventare meno resiliente quando caldo, siccità, incendi, frammentazione e mortalità degli alberi si sommano, ma la soglia esatta dipende da numerosi processi biologici e climatici ancora studiati.
Lo stesso vale per il ruolo delle foreste nel clima globale. Il nostro approfondimento sulla perdita delle riserve di carbonio forestali mostra perché i modelli climatici devono considerare anche incendi, disturbi e riduzione della capacità di assorbimento nel tempo.
Cosa sappiamo davvero nel 2026
| Livello | Conclusione supportata dai dati |
|---|---|
| Fatto | Parti dell’Amazzonia sud-orientale hanno mostrato un bilancio netto di CO2 sfavorevole nel periodo analizzato dallo studio del 2021. |
| Dato | Dal 1981 al 2023 gli estremi di caldo e stress idrico sono aumentati rapidamente in vaste aree, con un hotspot inatteso nel centro-nord. |
| Interpretazione | La vulnerabilità climatica non coincide soltanto con le zone più deforestate. |
| Rischio | Estremi più intensi possono aumentare stress ecologico, mortalità, incendi e difficoltà per le comunità locali. |
| Non dimostrato | Che tutta l’Amazzonia sia già una fonte netta di CO2 o abbia già superato un punto di non ritorno unico e irreversibile. |
Perché il nuovo studio cambia il modo di leggere la crisi amazzonica
La novità non è semplicemente che l’Amazzonia si sta scaldando. Lo sappiamo da tempo. Il passo avanti è mostrare che gli estremi climatici possono accelerare molto più della media e in aree diverse da quelle che emergono osservando soltanto il riscaldamento medio.
Per chi deve pianificare conservazione, prevenzione degli incendi, gestione delle risorse idriche o protezione delle comunità, questa differenza è pratica. Una mappa basata soltanto sulle medie può sottostimare luoghi nei quali gli anni peggiori stanno diventando più caldi e secchi molto rapidamente.
La risposta breve
L’Amazzonia è sotto una pressione climatica crescente, ma non è corretto descriverla come un unico blocco che ormai emette più CO2 di quanta ne assorba. Il sud-est ha mostrato un forte indebolimento del ruolo di pozzo di carbonio, mentre il nuovo studio del 2026 identifica nel centro-nord alcune delle accelerazioni più rapide degli estremi di caldo e stress idrico.
Il dato più utile è proprio questo: la crisi non avanza in modo uniforme. Per capire cosa può accadere alla foresta bisogna separare bilancio della CO2, temperatura media, estremi, siccità, incendi e uso del suolo, poi osservare come questi fattori si combinano regione per regione.